Orlando Franceschelli – Virus, madre natura e stoltezza umana: che significa vincere la guerra contro l’attuale pandemia? Per un flashmob filosofico ∗

Quinto Orazio Flacco ritratto da Giacomo Di Chirico.

Che l’umanità sappia affrontare con coraggio, determinazione e solidarietà anche le prove più impegnative della vita e della storia, è noto. E lo confermano anche i flashmob con cui gli italiani manifestano la propria reazione contro l’attuale epidemia e la loro gratitudine per ricercatori, medici, infermieri, volontari che in questa lotta comune si trovano in prima linea. Di questa nostra capacità di re-agire –o resilienza- specialmente in questi giorni e del tutto comprensibilmente si sente parlare anche con accenti bellici: siamo in guerra contro un nemico invisibile e nessuno deve disertare. Come invece fanno sempre coloro che, con maggiore o minore cinismo, persino delle più gravi calamità cercano soltanto di capire come sfruttarle al meglio per i propri fini egoistici: economici, politici, di vanitosa notorietà. Ma lasciamo pure al loro mestiere i parassiti della sofferenza. È a coloro che sono solidali con quanti sono maggiormente provati da questa epidemia che vorrei fare una modestissima proposta, nella speranza che non suoni eccessivamente strana.

L’auspicio che spesso e giustamente si sente in questi giorni è che dalla “guerra” contro l’attuale pandemia si possa uscire non solo quanto prima, ma anche migliorati. E proprio qui è il punto: cosa significa vincere la guerra contro il virus e migliorare noi stessi? Indubbiamente significa contenere e alla fine sconfiggere la pandemia. Ma non dovrebbe significare anche accrescere la nostra critica consapevolezza di come dovremo comportarci in futuro per non ritrovarci di nuovo in simili situazioni? Dobbiamo vincere per poter ricominciare tutto come prima?

Ecco, vorrei proporre una sorta di flashmob filosofico che ci stimoli a dedicare qualche riflessione anche a questo problema: se proprio siamo in guerra, contro cosa dobbiamo lottare per vincerla effettivamente? Soltanto contro i virus che sulla faccia della terra ci sono da prima di noi esseri umani? O anche contro le concezioni e i comportamenti di noi “sapiens” che la terra la stiamo trasformando da ambiente-dimora in ambiente-incubo per un numero sempre crescente di esseri viventi? A cominciare ovviamente dagli esseri umani e dagli animali-non-umani più deboli e più poveri.

È facile e del tutto ragionevole pensare che a queste domande ogni donna e ogni uomo risponderà con gli accenti (filosofici, etico-politici, religiosi) che maggiormente sente nelle proprie corde. Ma azzardo una previsione: da questi flashmob filosofici ognuno di noi, come persona e come cittadino, uscirebbe migliorato. E forse più di qualcuno potrebbe fare o rifare –mirabile a dirsi- anche la più interessante delle scoperte. Quella più intimamente collegata alla nascita e allo sviluppo della stessa filosofia, ossia –alla lettera- della ricerca del sapere-saggezza a cui anche noi esseri umani possiamo legittimamente aspirare: la scoperta che esiste una realtà naturale e che di essa siamo parte anche noi esseri umani, con le nostre storie individuali e con tutta la storia della nostra specie. Parte appunto. Anzi: «piccola parte», come ammoniva già Spinoza; non proprietari, dominatori, predatori, e chi più ne ha più ne metta.

Se dunque la vittoria che ci interessa riportare sul coronavirus effettivamente non è tornare quanto prima alle concezioni e ai comportamenti ante-pandemia, allora anche qualche modesto flashmob filosofico può aiutarci a capire che proprio da questa pandemia usciremo migliorati se –e solo se- sapremo confrontarci criticamente con la scoperta o ri-scoperta appena richiamata: col dato di fatto che «possiamo scacciare la natura col forcone, essa tuttavia ritornerà sempre / e furtivamente si insinuerà tra gli ostacoli che le si frappongono» (Orazio, Epistole, I, 10, 24-25). Vale a dire: tu essere umano puoi anche trascurare il dato di fatto di essere parte della natura. Di più: nei confronti della natura puoi essere persino arrogante. Ma, in realtà, la tua appartenenza a madre natura prima o poi torna sempre a farsi sentire (antropologia dell’eco-appartenenza). Prima o poi madre natura ritorna –ma quando se n’era andata?- con tutta la sua indifferenza al nostro destino, al nostro bene e al nostro male, con tutta la sua potenza sovrumana dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande: torna come virus, come terremoto, come acqua ed aria inquinata, come desertificazione, estinzione di specie, crisi ecologica che non è esagerato definire epocale.

E perché no? Può tornare, anche, come opportunità di migliorare noi stessi. Come nostra resilienza alle crisi. È innegabile, infatti, che della realtà naturale facciamo parte anche noi esseri umani, col nostro impegno a migliorare concezioni, comportamenti, tentativi di essere felici, per quanto è possibile, e solidali verso ogni forma di sofferenza. Questo è il sapere-saggezza che siamo sollecitati a ricercare –e praticare- dalla filosofia, nata appunto come «indagine sulla natura». E dei cui cultori –mi si conceda quest’ultima precisazione- un eminente rappresentante della Grecia classica sentì di parlare in questi termini: «Beato chi ha tratto sapere da questa indagine. Costui non provoca né sofferenze ai concittadini né azioni ingiuste, ma indaga l’ordine eterno dell’immortale natura e domanda: a che scopo è sorto, in che modo, quando? Uno così non cade mai preda di pensieri e di azioni malvagie e di cui dovrebbe vergognarsi» (Euripide, Frammenti, n. 910). Proprio un simile elogio di un’autentica ricerca filosofica mi è riaffiorato alla mente leggendo la risposta di David Quammen -studioso e divulgatore che da anni mette in guardia contro i rischi del passaggio dei virus da una specie all’altra- alla domanda se il coronavirus possa essere definito una vendetta della natura sull’uomo: «Non credo nella metafora della “vendetta della natura” che tende a personificare la Natura come un’entità saggia, con un suo fine e una sua volontà. Non sono così romantico. Concepisco la natura come la concepiva Darwin. […] Quella che gli altri vedono come una vendetta della natura, io la descriverei in questo modo: gli ecosistemi complessi ospitano animali, piante, funghi, batteri e altri organismi cellulari; e tutti questi organismi cellulari ospitano dei virus. Se decidiamo di comprometterli lo facciamo a nostro rischio e pericolo» (“Huffpost”, 9 marzo 2020, intervista a cura di S. Baldolini). Appunto, aveva ragione Orazio, da buon saggio epicureo: veramente faremmo bene a non sorprenderci mai dei “ritorni” di madre natura. E tanto più oggi che disponiamo di conoscenze scientifiche che solo gli stolti possono sottovalutare.

L’ultima intenzione di queste considerazioni è tradire lo spirito di spontanea agilità che anima sempre ogni autentico flashmob. Spirito col quale mi è parso possibile, interessante e opportuno rivolgermi a quanti, specie di fronte all’attuale pandemia, sentono il peso e il fascino di una resilienza anche educativa. Nella convinzione che trovare qualche minuto per riattivare anche la nostra riflessione filosofica su come uscire migliorati da questa guerra “contro” il coronavirus, non è diserzione dal fronte comune. E ancor meno è gusto per le polemiche che dividono. O per i vanitosi sproloqui dei dotti.

Più semplicemente, e ben sapendo che letture e occasioni per i necessari approfondimenti individuali e collettivi certo non mancheranno: è un invito a rendere esplicita la componente riflessiva che mi sembra animare i flashmob contro questa pandemia. Essi ci ricordano che proprio alle attuali, planetarie «urgenze della storia» (K. Löwith) dobbiamo imparare a reagire anche migliorando noi stessi e le nostre società.

Non è questo messaggio di saggia resilienza anche filosofica che, in definitiva, stiamo cercando di trasmettere anche in questi giorni? Non è nella possibilità di migliorarci che viene alla luce il senso più autentico e apprezzabile di ogni esortazione a capire sempre meglio le cose –le opportunità e i limiti- che ci riguardano come esseri umani e co-abitanti di questo fragile pianeta? Di ogni esortazione a essere più consapevoli e mai dimentichi -come in modo davvero toccante ed esemplare Gramsci ha saputo raccomandare al figlio dal chiuso di un carcere- che nella storia, e persino tra le sue sfide più impegnative e brutture più atroci, hanno sempre agito, agiscono e agiranno anche «gli uomini viventi […], tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi»?

Gramsci chiudeva la breve lettera al piccolo Delio con un paterno: questo modo di guardare alla storia «non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così?».
A noi può bastare il semplice augurio di un buon flashmob anche filosofico a tutti.

∗Testo ricevuto il 16 marzo 2020, redatto e pubblicato sul sito del Centro per la Filosofia Italiana il 18 marzo a cura di Michele G. Bianchi.

 

29 risposte a “Orlando Franceschelli – Virus, madre natura e stoltezza umana: che significa vincere la guerra contro l’attuale pandemia? Per un flashmob filosofico ∗”

  1. PANDEMIA

    Quest’anno (bisestile, e, pertanto, nefasto secondo le credenze dei nostri antenati) non è iniziato sotto buoni auspici, dato che dallo scorso Febbraio, stiamo vivendo giorni terribili, con notizie quotidiane catastrofiche, simili a bollettini di guerra: un’epidemia epocale che non lascia ben sperare e che non lascia intravedere la fine del tunnel che stiamo attraversando, né spiraglio di luce alcuno.
    L’epidemia da Covid-19, che in poco tempo si è trasformata in pandemia, sta mietendo molte vittime, prima in Cina, poi nella Corea del Sud, in Giappone, in Iran, nel nostro Paese e via via in tutta Europa, in altri Paesi dell’Asia, negli Stati Uniti, con una velocità, di cui non si ha memoria, grazie anche alla globalità ed alla novità di questo virus, finora sconosciuto. Si è cercato di risalire alle cause dell’insorgere del contagio: mancanza di igiene, il mondo animale (i Cinesi mangiano selvaggina di ogni tipo, fra cui serpenti e pipistrelli); si è pensato perfino ad un fantomatico laboratorio militare, che avrebbe creato questo virus. Dobbiamo ricordare, purtroppo, che lo scorso anno, sono avvenute nel mondo delle catastrofi naturali di portata immane: nubifragi ed alluvioni in America, in Asia, in Europa, incendi che hanno devastato gli Stati Uniti, particolarmente la California, e maggiormente l’Australia, l’aumento della temperatura con relativo scongelamento dei ghiacciai, terremoti, l’endemica siccità in Africa, la desertificazione.
    Tutto questo si potrebbe imputare all’inquinamento, al buco dell’ozono, al disboscamento di foreste vitali, come la foresta Amazzonica, la mancanza di rispetto della natura e del suo ciclo vitale, dei suoi esseri viventi, flora e fauna, di cui molte specie sono a rischio di estinzione e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. L’egoismo smodato dell’uomo, che non sa gestire con sagacia i beni che il Creatore ci ha messo a disposizione, pregiudica la vita delle generazioni future.
    La natura violentata, deturpata, maltrattata ritorna con tutta la sua forza inarrestabile a farsi sentire (nubifragi, alluvioni, terremoti, nuove malattie epidemiche ; ma non ritorna per punire o per far capire, ritorna per riprendere il suo ruolo, per ritrovare il proprio equilibrio.
    Nonostante i progressi raggiunti, la nostra fragilità è evidente! Fin quando saremo succubi del nostro egoismo, ignorando il nostro prossimo, e della nostra arroganza, mancando di rispetto verso il Creato, resteremo fragili, ciechi. Dobbiamo riaccendere la luce nei nostri cuori!
    Dopo un’esperienza negativa, dovremmo ritrovarci migliorati: sono già evidenti le dimostrazioni di solidarietà, di dedizione di tanti medici ed infermieri, anche volontari; da citare il caso di un medico in pensione di 85 anni che si è offerto di prestare la sua opera in ospedale, dicendo che chi ha paura di essere contagiato non deve fare il medico! La coscienza di appartenere (finalmente e non solo per la nazionale di calcio) ad una nazione, l’Italia, che è senz’altro il paese più bello del mondo per la sua natura, per la sua cultura, per il suo patrimonio monumentale, per le sue molteplici tradizioni, per la sua cucina, per i suoi prodotti, per la sua laboriosità, per la sua inventiva deve farci riscoprire i nostri valori ed il nostro patrimonio culturale e spirituale.
    Da un’esperienza negativa, specialmente noi Italiani, come nel dopoguerra, dovremmo uscire diversi e migliorati: saremo semplicemente più buoni? o prenderemo coscienza che dobbiamo veramente cambiare il nostro sistema di vita?
    È indispensabile che accendiamo la luce nei nostri cuori, se vogliamo che sia luce vera, e rinnovarci spiritualmente per cambiare stile di vita!
    Purtroppo, attualmente, proprio in occasione di questa catastrofe che stiamo vivendo, siamo costretti ad assistere ad esempi poco edificanti:
    – si è saputo di medici che si sono messi in malattia per restare a casa ed evitare di essere coinvolti in prima linea a curare le persone contagiate, per paura di essere contagiati a loro volta;
    – molti nostri concittadini del Meridione, appena saputo del divieto di spostamenti, la sera del decreto sicurezza si sono precipitati a lasciare Milano per tornare al Sud (in treno, in aereo, con mezzi propri), con il rischio di contribuire al dilagare dell’epidemia: un vero pericolo per i loro parenti, amici e conterranei;
    – possiamo veramente pensare che nei rioni popolari di Napoli, dove molti devono lavorare od industriarsi per tirare avanti, per ignoranza e solo per interesse personale, venga rispettato quanto previsto nel decreto sicurezza?
    A questo aggiungerei una mia considerazione: oggi viviamo un degrado non solo culturale, ma anche sociale, che forse non trova riscontro neanche nei periodi peggiori del passato. Non esiste senso civico, non esiste intelligenza, ma non esiste neanche autocoscienza, per cui il desiderato rinnovamento sarebbe possibile.
    Non vorrei concludere con questo pensiero pessimista, ma mi piacerebbe pensare in positivo, sperando che non solo per i nostri connazionali ignavi, ma anche per il resto del mondo (compresi gli USA e Trump) possa avvenire un miracolo con un ravvedimento universale per riuscire a realizzare il bene comune.
    Questo momento drammatico potrebbe essere un’occasione per l’Italia e per tutti i Paesi Europei: ritrovare unità di intenti. L’Unione Europea o è sociale e solidale, oppure non è! Durante l’incontro del Governo con la Camera del Senato del 26 marzo u.s., un senatore ha parlato di “audacia del dopo”, in cui si devono percorrere strade nuove, altrimenti il progetto europeo, che oggi è diventato indispensabile per ogni singola nazione, è finito e l’Italia non vuole soltanto aiuto per sé, ma vuole un’Europa giusta per tutti.

    Michelangelo Leotta

  2. Mi chiamo Floriano e sono in pensione da due mesi dopo 40 anni di psichiatra in un servizio pubblico e vorrei raccogliere le stimolazioni di Orlando per fare alcune considerazioni. Il virus ci costringe a rimanere a casa e quale migliore occasione per guardarci con più attenzione dentro, per capire chi siamo e cercare di modificare alcuni comportamenti per costruire un rapporto diverso con la natura e con i nostri simili. In questa analisi riprendo le riflessioni che Wittgenstein ha fatto nel libro : i diari segreti. Voleva capire che tipo di uomo era, ma per fare questo doveva fare chiarezza con se stesso, con il proprio carattere, solo così avrebbe potuto produrre un lavoro filosofico più avanzato ed autentico. Non voleva vivere nella menzogna su se stesso. Solo sostando anzi arrestandosi su se stessi affermava Wittgenstein, si può comporre un esperienza che lo portasse al centro di sé a partire dal quale sarebbe stato possibile gettare luce sulla sua esistenza e sul suo lavoro intellettuale. Il lavoro della filosofia è propriamente un lavoro su se stessi e la filosofia è una riflessione su ciò che si è, la risposta non può consistere semplicemente in una proposizione appropriata , logicamente consistente e plausibile, ma deve deve convertirsi in un nuovo modo di vivere affrontando i problemi fonte di conflitto. La semplice elaborazione di una concezione filosofica non è di per se in grado di modificare la visione delle cose se essa non riesce a coinvolgere l’elemento essenziale che consiste in una modificazione del proprio modo di vivere. Allora approfittiamo di questa situazione completamente nuova per riuscire davvero a fare un analisi scrupolosa e attenta dei nostri comportamenti. Solo così potremo sfruttare al meglio questa sosta forzata. Buona discussione per portare avanti il lavoro di laboratorio filosofico come piace dire a Orlando.

  3. Il coronavirus e il tempo sospeso
    di Antonio G. Balistreri

    Stiamo combattendo una guerra ci si dice giustamente, quella contro il coronavirus. Ma questa guerra si conduce in modo un po’ strano: non nelle trincee a sparare contro il nemico, ma standosene tranquillamente a casa, aspettando che il virus non trovi più vittime con cui pascersi. Tanto che viene in mente la scena di un film con Alberto Sordi, veicolata di recente in rete, il quale ad un certo punto dice: “C’era la guerra e mentre tutti gli altri se ne stavano fuori a combattere, io me ne stavo chiuso in cantina a difendere le posizioni”. Ad eccezione di chi il virus lo deve affrontare direttamente e di chi deve provvedere ai bisogni indispensabili della collettività, ognuno di noi deve semplicemente starsene in casa come risposta agli assalti subiti. Fare diversamente significherebbe passare nelle fila del nemico, esserne il suo cavallo di Troia. In sostanza, il virus virtualmente siamo noi: una volta infetti diventiamo i suoi agenti.

    Questa guerra si conduce con l’arma del tempo, e cioè con la capacità di saper aspettare. Tapparci in casa e, come Quinto Fabio Massimo di fronte ai Cartaginesi, temporeggiare: questa la strategia vincente. Con il tempo questo virus ha capacità insidiose, sa ben utilizzarlo, se è vero che prima infetta, ma solo dopo un paio di giorni lascia vedere i sintomi. Non male per un virus questo senso del tempo.
    Per difenderci abbiamo una sola arma: scomparire dalla circolazione e starcene in casa lasciando che il tempo passi. Ma aqui està el busillis! Come farà il tempo a passare una volta che abbiamo cessato tutte le nostre attività?

    Normalmente noi non ci accorgiamo dello scorrere del tempo, ma con gli eventi che veicola. Diciamo “il tempo passa”, ma sono le cose che invecchiano. Diciamo “il tempo libero”, ma intendiamo il fine settimana. Non è il tempo il soggetto in primo piano del divenire, ma ciò che diviene è nel tempo. Il tempo scandisce le nostre occupazioni, tuttavia noi non abbiamo a che fare direttamente con esso, ma con quello che facciamo. Il tempo è sempre tempo di qualche cosa: tempo di lavoro, tempo di festa, tempo di viaggiare, tempo di dormire e così via. Come già sapevano bene l’Ecclesiaste e i Greci, c’è un tempo debito per ogni cosa. Il tempo è legato al suo evento, all’occupazione che in esso si svolge, non può esserci tempo senza evento e viceversa. Il tempo Normalmente è sempre occupato da qualche cosa. Senza di ciò avremmo un tempo vuoto, il tempo cioè privo delle nostre occupazioni. Allora il tempo cessa di essere tempo di qualcosa, per diventare tempo di nulla. Il tempo vuoto è il tempo in cui non succede nulla. Il nulla si sostituisce all’oggetto del tempo. Alla domanda “Cosa fai?” Ti capita di rispondere: “Nulla”. Ma che cos’è in realtà questo nulla? Si vuol dire che non faccio nulla di ciò che mi interessa, il tempo delle mie reali occupazioni non c’è più e allora ci sentiamo sospesi nel vuoto.

    È quello che succede oggi: la soppressione del tempo in quanto tempo-di-qualcosa. L’unica cosa che si può dire tutt’al più è che è tempo-di-attesa, ma l’attesa appunto è un tempo vuoto, un tempo provvisorio, è una pausa tra tempi pieni, l’uno che è cessato e l’altro che non c’è ancora. Nell’attesa tuttavia si pone il problema di come occupare il tempo stando in casa. Qui se qualcuno ci chiede “Cosa stai facendo?”, risponderemo “nulla”. E giustamente. C’è invero qualcosa, ma non la riconosciamo come nostra e dunque è nulla per noi. Qualunque cosa facciamo, sappiamo che è un tempo che non ci appartiene, che il vero tempo nostro, quello delle nostre consuete occupazioni, è stato soppresso. E dunque “non facciamo niente”, anche se leggiamo, guardiamo la TV, mettiamo in ordine, ascoltiamo musica, telefoniamo ecc. ecc. perché la nostra consueta giornata, in cui noi invece del nulla facciamo essere qualcosa, non c’è più. Rimane soltanto il “non-interessante”, che appunto non consideriamo come qualcosa. Questo il vero disagio che proviamo: vivere con un tempo che ci è estraneo, che non ci appartiene, che sentiamo e sappiamo come fuori dall’ordinario.
    Stiamo chiusi in casa 24/24 ore, con un tempo che è diventato non libero, ma inoccupato. Rimane la forma del tempo senza più il suo contenuto, la presenza del tempo nella sua forma vuota, il sigillo privo della cera su cui imprimerlo.
    Nel tempo sospeso vissuto tra le pareti domestiche di questi giorni, il tempo compare nella forma di istanti tutti uguali indifferenziati (il tempo dello stare in casa che copre ogni altra attività), che danno l’impressione di un tempo fermo, sempre uguale. Ogni giorno è sempre lo stesso giorno, se non succede mai nulla, se non lo stare a casa. Anche lavorare da casa non è la stessa cosa. Il migliore impiego del tempo è quello in cui non ci si accorge del suo scorrere. Il tempo deve passare senza essere avvertito, allo stesso modo per cui non ci accorgiamo della salute quando siamo sani.

    Sospendere ogni attività, e lasciare che il tempo faccia il suo corso, è un po’ come essere in viaggio e guardare continuamente l’orologio per vedere quanto manca alla destinazione. Ma qui, come si usa dire, la fine del tunnel Quando non dobbiamo far altro che aspettare che il tempo passi, proprio allora sembra che il tempo non passi mai. Il tempo si allarga, distende, anzi dilaga, nella nostra anima (che, come diceva Sant’Agostino, produce il tempo con la distensio animi) e gli istanti sembrano diventare infiniti perché uguali l’uno all’altro. È in questa circostanza che si fa strada la noia, che non a caso i tedeschi chiamano Langweile (cioè la dilatazione dell’istante, consistente nell’accorgersi del tempo in quanto tempo che non passa). Il tempo si ferma, diventa un tempo vuoto, inoperoso. Pascal e Heidegger ci dicono che il rimedio che gli uomini trovano quando l’ozio diventa insopportabile e la noia ci fa languire è quello di cercare il divertissement che comporta stordimento e con ciò oblio del tempo. Ma, nel nostro caso, anche volendo, divertirci non è possibile. Avere tempo ozioso e non poterlo impiegare nello svago: ecco a quale supplizio ci costringe il coronavirus.
    Ma se il divertissment ci è vietato, quanto meno potremmo rimediare con il relax, pensiamo. Ma il relax non ha senso se manca la sua parte complementare che è la fatica. Tolta la fatica, di che cosa dobbiamo rilassarci? Della noia? Ma la noia è proprio un relax senza fine. Gli uomini in genere preferiscono “una vita spericolata”, piuttosto che starsene tranquillamente in casa a godersi le gioie domestiche. Forse che Ulisse, dopo aver fatto ritorno in patria non si rimise poi di nuovo in mare attratto dall’ignoto?
    In questi giorni, quella parte di tempo che prima si offriva come passatempo è diventato il tempo principale e noi ci dobbiamo preoccupare di trovare i modi per far passare il tempo. Il problema è che questo momento ludico non può essere condiviso con altri, se non con gli altri pochi membri della propria famiglia, quando c’è, e non si vive da soli, come invece

    oggi capita per lo più. Ed allora anche il tempo può uccidere.

    Chiusi in casa, osserviamo lo scorrere delle ore, ma senza che queste ore siano riempite delle solite occupazioni. A casa propria, il proprio nido, il riparo dal mondo esterno, oggi si sta come abusivi, presenze che dovrebbero stare altrove. Che ci facciamo tutto questo tempo in casa? ci chiediamo. “Tutta una giornata in tuta e pantofole?” Ma come faremo ad arrivare alla sera? Ci rimane solo il tempo biologico: quello dei pasti, della spesa, della possibile malattia. Di tutto quello che ci capitava di fare nel tempo solito, adesso non ci rimane altro che assicurare la nostra sopravvivenza. Primum vivere. L’unico obbligo che ci rimane è l’imperativo biologico, la lotta tra noi e altri organismi viventi che ci sono ostili. L’unico interesse che ci muove è quello di sopravvivere. A questa miserabile condizione ci ha costretto il virus. Delle cose che si facevano prima, rimane solo tutto ciò che ha a che fare con la nostra mera sopravvivenza. Ci sembrava finora che sopravvivere fosse la cosa più semplice e scontata. Che almeno esso ci fosse garantito. Ed anche il benessere ci è sembrato abbastanza a portata di mano. Non è detto che potremo permetterci a lungo i nostri standard di vita. Emergenza sanitaria, emergenza economica, emergenza ambientale, bomba demografica, guerre locali, emergenza immigrazione: ormai sono molti i fattori che ci segnalano come il tempo delle sicurezze è finito e che le crisi rischiano diventare permanenti. Ci dovremo abituare a tempi in cui lo straordinario diverrà l’ordinario. Anche perché il nostro sistema di vita nel suo soddisfare aspettative sempre crescenti è nello stesso tempo estremamente vulnerabile, basta un granellino nell’ingranaggio per provocare una catastrofe. Un misero virus sta facendo tremare l’economia mondiale, aggredisce il nostro modo di vita e minaccia di farcela pagare cara.

    Ogni altra attività è sospesa. La sua minaccia ci costringe ad adottare il suo punto di vista: come lui, non siamo altro che miseri organismi.
    Di umano ci rimane solo la noia, a cui, in un modo o nell’altro, cerchiamo di sfuggire. Ardua impresa per chi non ha prima praticato l’arte dell’ozio (che non è inattività, ma al contrario impegno oneroso di dare una forma alla propria vita, che non sia appunto soltanto quella biologica, “di non cessare di scolpire la nostra statua interiore”, come diceva già Plotino).
    Stare al riparo dal virus, evitando però nello stesso tempo di morire di noia, è una delle sfide che dobbiamo sapere affrontare. Il discorso non è che domani scopriamo il vaccino e il problema è risolto. Il problema è quale stile di vita adottare per evitare che il virus o chi per lui ci colga impreparati e che in un modo o nell’altro ci travolga. Questo vuol dire “fare buon uso delle malattie”: avere cioè la capacità di passare dalla noia alla metanoia.

  4. Riflessione sull’attuale pandemia
    di Santino Cavaciuti
    Al di là del necessario e urgentissimo, fattivo impegno a combattere la pandemia del Coronavirus, penso che saggezza suggerirebbe di riflettere sulla precarietà dell’esistenza umana, che le scienze fisiche e la tecnica, pur così progredite nella scoperta e nel dominio di tante forze della natura, non riescono a superare. E’ pertanto logico e saggio, credo, rivedere un certo orgoglio, che i risultati della scienza e della tecnica hanno, forse, ultimamente accresciuto. E “rivedendo” l’orgoglio, saggezza vuole che riconosciamo la nostra finitezza.
    Ma, di fronte alla finitezza si presenta, logicamente, l’idea dell’infinito: non ci scopriremmo finiti, se non avessimo l’idea dell’infinito: come “idea”, certamente. Ma si reggerà da sola l’ “idea” ? O non bisognerà rifare il cammino di Platone, partendo, appunto, dall’ “idea” ?
    Al di là, comunque, del problema dell’ Infinito, è immediato e naturale il sentimento di solidarietà e, vorrei dire, di fraternità , che l’istanza dell’io, dell’Adamo solitario, pur ritornato, in forme diverse, nella Storia, non è mai riuscito a distruggere.
    E’ il “sentimento” che proviene da Eva, la quale ha portato all’avvento della prima società: la famiglia, e, attraverso questa, poi, all’avvento della società civile, nazionale, ecc. E’ per questo “sentimento” che i problemi dell’umanità, sempre, ma soprattutto quando sono “universali”, richiamano, assieme all’ Infinito, la realtà del fratello, dell’amico, del compatriota, dell’ uomo , compagno nell’ “origine”, compagno nella “prova”, nell'”azione”, nella “speranza”.
    Sintetizzando l’intero mio discorso, direi: L’esperienza della pandemia, che sta facendo ora l’umanità, dovrebbe produrre, in chi riflette, – assieme alla lotta per la vittoria sulla medesima – una rinnovata “attenzione” all’ Infinito, da parte di noi, finiti, umiliati, ricondotti alla nostra condizione di “uguali”, di fronte al comune, universale nemico; o meglio: più che alla condizione di “uguali”, a quella di “fratelli”, figli della nuova Eva, perché quell’Infinito reale che la nostra finitezza suggerisce, si è dimostrato nostro Padre, per chi giunge a riconoscerlo, mediante il Figlio suo e di Eva, riapparsa in Maria.

    1. Sono uno studente del quarto anno del liceo scientifico e ho avuto recentemente il piacere di intervistare il professor Franceschelli su Karl Löwith per le pagine del giornale scolastico di cui sono direttore.
      Ho apprezzato enormemente l’ultima iniziativa del professore e condivido in pieno ogni aspetto del suo discorso. La situazione attuale rende evidente a tutti ciò che ostinatamente tendiamo a dimenticare o ignoriamo con colpevolezza: ”Nihil nisi ex natura” (È il motto di un altro grande filosofo, e forse posso dire amico, Sossio Giametta). Inevitabilmente a questo triste periodo seguirà un cambiamento profondo e sono fiducioso che questa crisi accelererà la coscienza critica di molti. Ne ho avuto prova proprio in questi giorni: mia madre, completamente vergine di filosofia, ha letto insieme a me il testo del professore riconoscendosi profondamente nelle sue riflessioni. Mi ha rivelato come l’attuale situazione stia segnando per lei un grande momento di rottura e come attraverso gli ultimi fatti si sia aperta ai suoi occhi una nuova prospettiva nel guardare all’esistenza dell’uomo nel mondo. Parole come quelle di mia madre costituiscono la chiara testimonianza della necessità di un naturalismo filosofico che non si tiri indietro di fronte alle sfide dell’interesse pubblico ma anzi sappia compiere la sua fondamentale missione pedagogica, ovvero l’educazione della collettività ad un nuovo atteggiamento nei confronti della natura. D’altronde, come dice giustamente il professore: “se non ora quando il cittadino-filosofo dovrebbe far sentire la sua presenza?”. Oggi ci sentiamo tutti più fragili e indifesi; in questa strana esperienza di angoscia collettiva, solo la natura può fornire una risposta al “nulla” che stiamo provando sulla nostra pelle riavvicinandoci alla saldezza, rassicurante e terribile (madre e matrigna) del nostro unico fondamento. Grazie professore.

  5. Il demosieuein appetto alla natura

    Ho ricevuto già alla data del 18 marzo il prezioso articolo dell’amico Orlando Franceschelli e dopo un’avida lettura, la cui “ruminazione” è stata come al solito ben ripagata fra le note della letteratura, della scienza e quindi della filosofia, mi sono affrettato a pubblicarlo sul mio sito perché l’ostia del pensiero fosse condivisa in una sorta di simposio platonico 2.0 (che questo tempo ci permette nelle sue potenzialità mediatiche e per altro verso ci concede per il momento solo nelle restrizioni di un’agorà virtuale). L’auspicio è di riprenderlo nel dialeghesthai di un consesso dal vivo in cui chiedere e dare ragione gli uni agli altri come accadeva nell’agorà ateniese e nella sua generale vita pubblica prima che la filosofia si rinchiudesse nell’Accademia dell’uomo dalle ampie spalle.

    Oggi, di accademie ne sono fiorite molte, salvo il fatto di sfiorire spesso nella filo-crazia di uomini e donne le cui spalle non possono certo vantare l’ampiezza della filo-sofia della Repubblica e del Simposio, del Fedro e del Timeo. Di contro dunque all’idioteuein accademico della filocrazia, l’articolo di Franceschelli ha il pregio di ricondurci al demosieuein della filosofia. Di contro all’idioteuein cronachistico, le questioni che Franceschelli solleva, fra Löwith ed Euripide, Orazio e Leopardi, sono quelle per rialzarsi al demosieuein “appetto alla natura” che hanno segnato la stessa origine della filosofia nelle passeggiate dei Milesi. Le passeggiate che, nella scalata in cui il mito si sollevava al logos, trovavano il loro ristoro in quell’agorà d’altura in cui gli uomini si riunivano proprio appetto alla natura; appetto al cielo stellato sopra di loro.

    Molte filosofie, pure notevoli, sono cadute nelle secche di una logologia che alla autoreferenzialità accademica hanno fatto seguire la più riprovevole hybris dell’autoreferenzialità del pensiero. Smarrendo quella ierogamia fra logos e physys che unica può essere la cifra di ogni vera filosofia. Lo scrive Pohlenz magistralmente nelle pagine di una delle più belle opere che siano stato scritte sul mondo greco: «Il logos compì la sua più grandiosa conquista pervenendo subito alla scoperta di un concetto che lo integrò dal lato obiettivo e gli fornì la chiave onde comprendere il mondo nel suo complesso: alludiamo al concetto di physis, che, nella sua forma latinizzata natura, diventerà la pietra angolare del pensiero europeo […] Dalla crescita delle piante (phyesthai) – questo concetto- lo si trasferì non solo alla vita animale, ma al mondo intero, con tutti i suoi oggetti […] Logos e physis sono i presupposti indispensabili di ogni scienza. Con la scoperta di questi concetti gli Elleni hanno assunto la funzione di guide spirituali dell’Occidente».

    Löwith, fra gli smarrimenti di tanti anche più famosi logologi del Novecento, ce lo ricorda a chiare lettere in tutta la sua opera e ora Orlando Franceschelli fa il punto negli stessi termini, in questo frangente epocale che stiamo vivendo, col il richiamo alle parole di Orazio: «possiamo scacciare la natura col forcone, essa tuttavia ritornerà sempre / e furtivamente si insinuerà tra gli ostacoli che le si frappongono» . Probabilmente, a dispetto degli uomini della cronaca che si affrettano troppo presto a parlare di guerra (ricordiamo che, in Europa, l’ultima guerra vera fece 50 milioni di morti, 20 milioni di profughi, un genocidio e, a fianco degli esperimenti Mengele, anche quelli di Truman a Hiroshima e Nagasaki) la pandemia fra sei mesi (l’ultima guerra durò sei anni) probabilmente sarà stata sconfitta; e forse saranno state dimenticate anche le struggenti immagini delle bare in uscita dal cimitero di Bergamo per essere tumulate anche lontano da una corrispondenza di amorosi sensi.

    Ed è allora lì che la guerra si aprirà: ritornare dopo le depressioni di questi giorni alle euforie della movida? Quella dell’alcol per i giovani fino a quella dei festival della filosofia per gli accademici? Per i logologi? Oppure uscire più sobriamente da chi frequenta queste piccole agorà, ancora milesi e ancora ateniesi, con la consapevolezza che se c’è una guerra, oggi, è quella di un genius temporis che assolutizza il quotidiano, il relativo, e relativizza ciò che deve essere vissuto sub specie aeternitatis? Che assolutizza l’unione della mente con ogni tipo di “mercatura” e relativizza “l’unione della mente con la natura”?

    Giuseppe Cappello
    http://www.giuseppecappello.it
    info@giuseppecappello.it

  6. Pubblichiamo volentieri questa testimonianza di Luigia Ciarniello in forma poetica che dà un tocco lirico alla discussione. Sono versi che scolpiscono in maniera struggente questo nostro presente illuminato da atomi di luce evocati nella parte finale.

    Cari amici, ecco il contributo che ho sentito di dare alla vostra iniziativa:

    Esserci

    Il coraggio è esserci.
    Essere presenti a questa realtà
    dura, soffocante…
    buia.
    Esserci quando l’orizzonte diventa
    polvere grigia.
    Esserci dialogando con le proprie paure
    che affiorano subdole tra le pieghe
    di un tempo che improvvisamente è
    diventato lento… troppo lento.
    Scendere a compromessi con i propri
    sensi di colpa è lecito.
    E fuori?
    Fuori è la notte lacerata dal suono di
    sirene-pianto… e l’alba? E il giorno?
    Il giorno vestito di camion militari
    che in silenzio scivolano su asfalti di
    dolori.
    Il coraggio è
    esserci per il sorriso dei bimbi per le
    mani tremanti dei vecchi… scrigni di
    civiltà… per l’uomo.

  7. MADRE NATURA….
    Non è una guerra ma una tempesta virale che nell’invisibile colpisce il gigante e il potente e non richiede armi ma attenzione di analisi, strumenti di terapie, cura del vivente e ricerca conoscitiva. Non si attua nelle trincee ma nelle corsie degli Ospedali, nei reparti specializzati e nella terapia intensiva.
    Richiede un ripensamento del vivere e una diversa solidarietà che si proietti nel futuro possibile. Anche a questo è chiamata la Filosofia nella elaborazione di un sapere che diventi saggezza del vivere nel modo meno aggressivo possibile. La richiesta di un pensiero filosofico non sacerdotale ma che sia filosofia in pratica e filosofia politica indica la necessità di trovare un altro abito nelle relazioni con il mondo naturale. Una filosofia della natura oggi, forse sempre, non può prescindere dal senso del prendersi cura, dell’accudimento di un ambiente che ci accoglie ma non ci promette eterne certezze né momentanee vendette. Una filosofia della natura oggi deve cogliere la misura dell’essere umani viventi, cioè venuti al mondo, nati di donna. Lo sgomento che la pandemia genera in modo diverso in noi ha un punto centrale quasi di ovvia constatazione che al centro sono i corpi. E se i corpi non sono neutri, neutro non può essere il pensiero; possibile cogliere un nesso tra corpo generativo e pensiero generativo, tra riconoscimento della cura e modalità di relazione tra le generazioni, tra accoglienza dell’altro e affettività nella differenza.
    Se la pandemia ha diffuso sgomento e messo in moto forme di solidarietà collettiva non sempre ottiene la solidarietà personale. Sempre “i cinici” sono pronti ad accorrere per avvalersi della debolezza e della vulnerabilità altrui, così come gli “altruisti” che promettono forme di investimento finanziario di sicuro profitto. Per la sofferenza patita la Chiesa romana elargisce indulgenze per l’aldilà al personale sanitario per l’attività svolta e ai malati devoti impediti alla confessione del pentimento.
    Ma lo sgomento che la pandemia genera deve trovare sollievo nella constatazione che non ha colpito i bambini e le bambine e neanche l’adolescenza. La gioiosa vitalità non ha subito attacchi e contaminazioni da parte del virus e senza alcun merito possiamo credere e dichiarare che è scongiurata la catastrofe dell’umanità, non solo biologica ma anche psicologica e morale.
    E allora ripartiamo da tale considerazione e nel mettere al centro della riflessione filosofica la realtà dei corpi dobbiamo anche chiederci perché è la morte che si impone come occasione e finalità.
    Perché se vogliamo operare un cambiamento, dare vero senso al nulla sarà come prima, non proviamo a mettere al centro il primo atto del vivere, la nascita.? Perché non costruire un pensiero e una pratica politica che attribuisca valore non alla vita come enunciato astratto ma al vivente reale e alla capacità generativa del corpo di donna. Se questa inversione si prova a praticare sarà necessario un cammino di responsabilizzazione da parte degli uomini, di chiamata a rendere conto nei confronti di quanti dominano con violenza verbale e sottomettono con maltrattamenti fisici e psicologici, nei confronti di quanti abusano dei bambini e delle bambine, nei confronti di quanti prostituiscono e sfruttano la prostituzione, nei confronti di quanti raggiungono l’apice della violenza nel femminicidio. Necessita: Un diffuso senso di disapprovazione da parte degli uomini nei confronti dei comportamenti violenti non relegandoli alla dimensione privata e familiare ma cogliendone l’aspetto e l’effetto politico, comprendendo che sulla sopraffazione si conserva un ordinato disordine della violenza sul mondo naturale e sulla forma sociale.
    La filosofia e la politica come pratica della ricostruzione morale dovrebbe individuare una strada da percorrere avvalendosi dell’impegno di quanti uomini consapevoli della dignità delle donne e della forza della capacità generativa, hanno finora la sola colpa di essere distratti e politicamente indifferenti al dolore.
    Nel restiamo a casa di questi giorni si intensificano i comportamenti maltrattanti che alcuni uomini hanno nei confronti di donne che subiscono la loro violenza e nei confronti dei bambini vittime della violenza assistita. Diminuiscono le stesse possibilità di andare a denunciare o di chiamare un telefono donna di riferimento. Le case di accoglienza sono prive di mezzi e di tutela e le donne che vi sono ospitate hanno bisogno di trasferirle in luoghi in cui siano anche protette dal virus. Mancano sempre i fondi e le possibilità materiale. Intanto i Tribunali sono chiusi e sono, come per altri processi penali, sospese le udienze. I tempi della giustizia quando le donne riescono a rivolgersi e a richiedere sono estremamente lunghi e doloroso il cammino.
    Un agire filosofico che introduca una lampada di verità potrebbe partire da qui. Come l’emergenza coronavirus ha richiesto un ripensamento e potenziamento della sanità pubblica, così l’emergenza violenza di genere potrebbe comportare un potenziamento delle strutture di ascolto, accoglienza, difesa delle donne vittime di violenza. Si potrebbe anche potenziare l’organizzazione dei Tribunali penali e prevedere tempi certi, al massimo un anno per lo svolgimento dei processi. Come più medici e più strumentazione sanitaria così anche più giudici e maggiore attenzione alla malattia morale che la violenza maschile infligge all’anima e ai corpi delle donne.
    Le donne sono madri e legate al mondo della natura come l’acqua che sorgendo dalla profondità della terra sulla superficie si svolge dando la nascita e l’alimento alle forme viventi.
    Giusi Ambrosio

  8. Mi permetto di riportare di seguito il commento-ringraziamento al professor Franceschelli che ho pubblicato nel sito https://karllowith.jimdofree.com

    Le righe che seguono vogliono essere innanzitutto un ringraziamento al professor Orlando Franceschelli, che con grande gentilezza ci ha tenuto a pubblicare tramite il sito dedicato a Karl Löwith la sua proposta così attuale «Virus, madre natura e stoltezza umana: che significa vincere la guerra contro l’attuale pandemia? Per un flashmob filosofico» (16 marzo 2020). Lo ringrazio per aver preferito questa piattaforma ad altre di sicuro più note e più accreditate. Come appena è il caso di dire mi sento di condividere e sottoscrivere in pieno i contenuti e l’opportunità di una simile proposta.
    Nonostante riserve personali relative all’opportunità o meno di gettarsi nella mischia mediatica del web, il sito che curo è nato per un motivo fondamentale: l’importanza della filosofia di Löwith e la presenza che essa ha avuto ed ha tra gli studiosi italiani. Inoltre, mi sentirei di ricordare la particolare relazione che Löwith ha sempre avuto con il nostro paese dove, come lui stesso ha tenuto a scrivere, «si sentiva a casa».
    Tra le prime attività che mi è sembrato opportuno svolgere nel sito rientrano le interviste ai più importanti studiosi italiani del pensiero löwithiano. E la prima di queste interviste mi era parso doveroso chiederla al professor Franceschelli, al quale si deve la cura di una delle opere più significative del Löwith maturo (Dio, uomo e mondo nella metafisica da Cartesio a Nietzsche, Donzelli, Roma 2000, 2018) e la più esaustiva monografia sull’attualità della lezione löwithiana (Karl Löwith. Le sfide della modernità tra Dio e nulla, Donzelli, Roma 2000, 2008).
    L’intento di queste interviste era valorizzare, oltre alla “pars destruens” della filosofia di Löwith (ossia la critica della filosofia della storia e dello storicismo, “pars” peraltro ben conosciuta nel panorama filosofico italiano e internazionale), anche e soprattutto la “pars construens” della sua filosofia, ovvero quel «naturalismo piuttosto evidente» che invece è perlopiù trascurato dal mondo accademico e non. Secondo questo naturalismo filosofico löwithiano il «riferimento alla natura naturans» è la semplice conseguenza che anche noi esseri umani ci dobbiamo concepire come un prodotto del mondo qualora non crediamo più di essere il frutto di una creazione divina: «Siamo esseri naturali – conclude infatti Löwith – nonostante logos, lingua, riflessione e trascendenza perché la natura ha in se stessa un logos che non è mai identico con autocoscienza» (Anhang, in Sämtliche Schriften, vol. IX, p. 409).
    Questo «naturalismo piuttosto evidente» di Löwith si dimostra essere tanto più attuale quanto più pressanti diventano le «urgenze della storia» con le quali anche il corona virus e l’attuale pandemia ci obbligano inevitabilmente a fare i conti. «Urgenze della storia»: anche Franceschelli, infatti, in questo suo primo contributo ai nostri “flashmob filosofici”, cita questo pensiero con cui Löwith invitava a non chiudere gli occhi di fronte ai cambiamenti epocali del nostro mondo. A non rifugiarsi cioè in qualche torre d’avorio, maturando piuttosto la piena consapevolezza che «finché non coopereremo a una revisione radicale del nostro rapporto totale col mondo che non è soltanto per noi […], non si scorge come si possa mutare qualcosa nel dilemma del progresso», ossia delle sue conseguenze e delle crisi a cui ci espone. Sino ad arrivare, concludeva infatti Löwith, come sta appunto avvenendo sotto i nostri occhi, a vivere «in un miscuglio di meraviglia per i progressi tecnici, e di paura di fronte alle loro conseguenze» (La fatalità del progresso, in Storia e fede, Laterza, Roma-Bari, 2000 pp. 168-169).
    È per queste ragioni allora che mi è parso opportuno dedicare, sempre nel sito da me curato, una pagina al «principio natura», rifacendomi ad una espressione utilizzata da Franceschelli in un suo importante volume (Elogio della felicità possibile. Il principio natura e la saggezza della filosofia, Donzelli, Roma 2014). Lo scopo di questa pagina del sito è di sollecitare la riflessione non solo sul tema della «natura» e dell’«antropologia dell’eco-appartenenza», ma anche sulla consapevolezza, come scrive Franceschelli in questo contributo, che sarà difficile lottare contro i virus e le altre questioni di portata ecologica che ci stanno investendo se non combattiamo «anche contro le concezioni e i comportamenti di noi “sapiens” che la terra la stiamo trasformando da ambiente-dimora in ambiente-incubo per un numero sempre crescente di esseri viventi».
    È in questa sfida culturale, dai risvolti anche etico-politici, economici ed ecologici, che l’attualità del naturalismo filosofico di Löwith può essere una risorsa che sarebbe opportuno finalmente prendere nella dovuta considerazione. E a questo spero che possano contribuire anche i nostri “flashmob filosofici”.

    Marco Bruni

  9. Sono molto interessato a queste riflessioni di Orlando Franceschelli, dettate dall’esigenza, eminentemente morale, di riscoprire l’uomo come elemento del creato e interrompendone il feroce antagonismo inaugurato da moltissimo tempo. Indubbiamente anche l’uomo è un animale, ma il libero arbitrio di cui è dotato fa di lui un animale sui generis, rendendolo inconfondibile nei tre regni e consentendogli di porre tutto in discussione, dissacrando l’intera costituzione universale. Non sto dicendo che è giustificato a farlo perché è nella sua natura di poterlo fare. Non dovrebbe farlo, ma può farlo o non farlo, e sta qui il suo libero arbitrio. Non a caso nel Genesi è detto che deve stare alla larga dai frutti proibiti, pur potendovi accedere, con ciò infrangendo l’armonia, l’equilibrio e la fratellanza universale (a partire da quella tra il Bene ed il Male). Fuor di metafora, l’uomo può tutto, ma non deve dimenticare che tra le opzioni del libero arbitrio c’è anche quella di non approfittare del libero arbitrio, restando in tal modo nell’ordine di natura, che è poi quello della vera libertà. Purtroppo, una cultura millenaria – umanistica e spiritualistica a un tempo – ci ha abituato a considerare la natura schiava di istinti e di necessità da cui doversi affrancare, dimenticando che, se essere liberi significa essere se stessi, ogni essere vivente lo è, ad eccezione dell’uomo, in ciò ostacolato dal proprio libero arbitrio. Sta qui il peccato originale, in questo camuffamento che allontana l’uomo dall’Eden, di cui era stato fatto custode e di cui è voluto diventare despota intollerabile. Antropocentrismo è il termine con cui viene indicato quel complesso di filosofie (ma non meno di religioni e di scienze) che hanno caratterizzato il percorso della cultura occidentale, diffusa oramai a livello planetario, fondata sul disprezzo e sul dominio sconsiderato della natura da parte del suo tiranno. Certamente, non può e non deve farsi d’ogni erba un fascio, misconoscendo quelle lodevoli voci fuori dal coro che nel corso di questa storia millenaria si sono levate in favore della natura, ma è innegabile che, nel suo insieme, il processo è stato incontrastato, lineare e costante, conducendo inesorabilmente la nostra (in)civiltà al punto in cui ora ci troviamo. Il coronavirus sta mostrando di essere un’eccezionale frenata mondiale dei nostri modelli di vita. Non è una vendetta della natura, né tantomeno un castigo divino, ma è il prezzo da pagare, da noi stessi inconsciamente invocato, per riequilibrare i nostri esasperati stili di vita. Nessuno si augura il male, ovviamente, e la speranza è che il prezzo da pagare si fermi qui, ma se il male esiste, esso ha un’indubbia ragione di essere proprio ai fini dell’equilibrio. Purtroppo, senza sbattere la testa e senza farci del male difficilmente riusciamo a comprendere di dover cambiare strada. Nessuno pertanto può illudersi che, superato il guado, si possa allegramente tornare a vivere come prima. Le vicende attuali avranno conseguenze ragguardevoli e ci imporranno trasformazioni radicali, forse addirittura epocali. Bisognerà cambiare strada, sia pure momentaneamente, tornando ad una visione più equilibrata, saggia e morale della vita. Questo significa superare l’antropocentrismo. Significa approdare a quella visione cosmocentrica dell’esistenza che non penalizza l’uomo, come di norma si crede, ma lo rende al contrario padrone e conoscitore di se stesso. Una visione morale, pertanto, una weltanschauung, che prescinda da qualsiasi indirizzo ideologico, pur potendo necessariamente convivere con esso. Perché dico che un ordine davvero morale del mondo non può coincidere con nessuna ideologia, con nessun sistema politico-economico? per il motivo semplicissimo che si può essere materialisti indifferentemente nella ricchezza come nella povertà, e che fino a prova contraria – vivaddio – la moralità prescinde totalmente dal conto in banca.
    Franco Campegiani

  10. Caro Orlando,
    grazie per la tua suggestione. Di seguito vorrei condividere con gli altri amici alcune domande cui ho dedicato un articolo sul mio blog (https://francescodipalo.wordpress.com/2020/03/22/pandemia-da-coronavirus-alcuni-spunti-di-riflessione-spinoziani-e-non-solo/)

    «Riuscirà la pandemia, col suo stato di guerra strisciante, a dimostrarci, una volta per tutte, che confini inter-statuali, pretestuose distinzioni di etnia, di mentalità, di condizione sociale, Bitcoin ed indici borsistici sono soltanto astrazioni strumentalmente determinate dalla condotta etica e politica di governi ed uomini, e non fattualità naturalmente ineluttabili? Che una parte considerevole delle sofferenze umane (ma anche animali e vegetali) dipende dall’ignoranza delle nostre emozioni primarie, dalla scarsa cura di noi stessi, dal cattivo uso della nostra intelligenza? Che il principio “il mondo è uno solo, una sola l’umanità” non può valere soltanto per la circolazione di merci e capitali o per la diffusione del coronavirus, ma anche – sarebbe tempo – per empatia e solidarietà? Ora che i frenetici ritmi di vita cui siamo avvezzi si sono affievoliti, che il traffico o il centro commerciale non ci imprigionano più, che si è attenuato il rumore di fondo e diradato lo smog sulle nostre città, sapremo fare buon uso della pausa di riflessione che ci è concessa? Coglieremo l’opportunità di imparare a vivere questa nuova-antica concezione del tempo, di rimettere seriamente in discussione le nostre priorità esistenziali? La sfida che abbiamo dinanzi è globale (o meglio “glocale”). Il coronavirus è solo la punta dell’iceberg di quel che ci attende negli anni a venire. Per evitare di far naufragio urgerebbe un’alleanza intergenerazionale, inter-umana e inter-specie. Una forma inedita di “ecumenismo”. Riusciremo ad essere più “evolutivamente” intelligenti del coronavirus?»

  11. L’ONNIPOTENZA UMANA VIVE IL DECLINO

    Roma A.D. 1656. Tempo di bubboni rivelatisi peste.
    “ Il 29 giugno la festa dei patroni Pietro e Paolo non si è celebrata. Niente cavalcata della chinea, niente girandola né spari di Castello, niente cappella papale. Sotto la finestra del mio studio ormai sfilavano gli sbirri che scacciavano i passanti con un bastone : ricoperti di tela cerata, precedevano i carri con le bare che scendevano alla riva del fiume. Nel giro di una settimana, il Tevere si popolò di barche addette al trasporto dei cadaveri. Le chiamavano le barche brutte. E’ iniziata così – sull’acqua, in silenzio – la strana danza macabra che avremmo potuto chiamare il Trionfo della bruttezza….tante malattie potevano colpirci e ci avevano colpito, i nostri cari erano morti di febbre, di tifo, di canchero, di gotta, di apoplessia, ma la peste era diversa – suscitava un orrore ancestrale. Non esisteva infatti una cura. La peste era invisibile fino al momento in cui si manifestava, e allora era già tardi….la peste cambiava tutto. I suoni, le abitudini, gli odori, il paesaggio….Roma si svuotava.” ( da L’Architettrice, Melania G. Mazzucco).
    A.D. 2020. Tempo di coronavirus
    Trenta mezzi militari incolonnati nel cuore di una notte tiepida di marzo, un lento avanzare, un corteo funebre anomalo, notturno, solitario, schermato, solo le luci rosse dei fanali di coda, un corteo di abbandoni in mezzo al più mero abbandono di morti solitarie. Corpi capsulati in bare uniformate trasportate verso luoghi lontani. Vite spezzate, stroncate da respiri fatti tronchi o che han ceduto a respiratori meccanici. Fragilità del vivere. Un lillipuziano virus, piacevole agli occhi di un microscopio con quella sua coroncina di fiori rossi (rosso vermiglio sangue, il colore della vita) ha fatto sparire la fame nel mondo, gli spauracchi e gli odi degli sbarchi, la Siria martoriata, i bambini mutilati dalle mine, gli attentati terroristici e dulcis in fundo i femminicidi. Tutto questo perché – come ha scritto su Repubblica Ilvo Diamanti – “la realtà viene riassunta dall’unico evento che oggi conti. Il coronavirus. Che ci scorre davanti agli occhi. Sugli schermi e online. E sui giornali…da soli, invasi dal mondo che incombe e ci invade attraverso i media: il tempo si dissolve” Una potenza pazzesca ha questo invisibile mostriciattolo infettivo, un magnetismo sulle menti e sui corpi. Sta tramontando il tempo dell’individualismo che ha sbandierato araldi di libertà più di ogni altro valore? Quella libertà compensativa di ogni chimera, di quei desideri tenuti per secoli celati da moralismi – forse eccessivi – divenuti sfrenati, una libertà senza etica? Il tempo del coronavirus sta rallentando e bloccando il delirio dell’onnipotenza umana? Domande a cui ognuno di noi dovrebbe scandagliare nel proprio intimo cercando delle risposte, magari avendo nelle pupille lo scenario di quei camion ermetici portatori di bare. Naufragi. Questo ora siamo. Il lillipuziano ha chiuso scuole e luoghi di cultura, ha incenerito la movida, sfregiato abbracci e baci, murato anziani e bambini, tolto il sapore delle passeggiate al risveglio della natura, sotterrato progetti, escluso i volontari, danneggiato quell’ordinario sociale che ci faceva sentire onnipotenti, spargitori di lamentele e aggressivi. Come un’onda improvvisa, carica di flutti oceanici o di fango alluvionale si è fatto onore e ha creato vuoti incolmabili, vuoti di cui dovremmo chiedere perdono. L’invisibile ha serrato le porte dei templi, chiuso le imposte alla casa di Dio – di qualunque Dio -, ci ha lasciati tramortiti dinanzi a quelle porte chiuse divenute un tutt’uno con i muri; non c’è possibilità di nessun cunicolo, di nessun spiraglio per poter riposare tra le pareti rassicuranti di una chiesa tra ceri ed incensi. Tutto questo sarebbe ancora perdonabile, ma non può esserlo la mancanza della presenza. Fino a ieri ci siamo beati sotto la tenda della misericordia, le abbiamo dedicato anche un anno giubilare, quanti di noi si sono sentiti sicuri sotto al motto : la carità copre una moltitudine di peccati. E così ci siamo sentiti come il giusto del Sl 5 :“ Perché Tu o Signore benedirai il giusto, come scudo lo circonderai con il tuo favore”. Ma è arrivato, lui, il microbo dai fiori rossi e la misericordia ha dovuto cedere il passo, e quelle bare che sfilano portandosi via coloro che amiamo diventano il simbolo dell’impotenza della presenza. Ma non sono solo feretri, dentro alla loro pancia ci sono uomini e donne morti tra volti anonimi mascherati da grandi occhiali e visiere, toccati da guanti impermeabili, nessuno di quanti li hanno amati ha potuto posare lo sguardo quando ancora possedevano il respiro di vita, l’aria necessaria perché gli alveoli polmonari si espandessero. Morti soli. Sui loro volti nessun sacerdote ha lasciato una goccia di quell’olio che la Maddalena recava con sé: il profumo prezioso per il suo Signore; nessuno ha potuto raccogliere nel palmo della mano le lacrime di un addio imprevisto tanto dolente quanto quello di Maria sotto alla croce. Di questo dovremo chiedere perdono. Per non aver potuto dare pietà, per non esserci stati in una notte senza tempo.

    “ Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspirava una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale…ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta, ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio, né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva….un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però di insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse : – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete. – Così dicendo aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così….la madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restare sempre insieme. Prega intanto per noi” (da i Promessi Sposi, cap XXXIV, Alessandro Manzoni)

    La nostra onnipotenza, sta qua, nelle parole della madre di Cecilia, nel saper vestire di un abito bianco, nel coprire con un velo, ma soprattutto, per quanto ci è concesso di essere “cura” con gesti e parole che ognuno di noi conosce per poter essere “sacerdoti” di consolazione. In attesa che semi nuovi fioriscano nei campi arati, perché nulla vada perduto.

    Milena Simonotti

  12. Condivido largamente l’acuta riflessione dell’amico Orlando Franceschelli, tranne l’idea (comunque da non scartare a priori) del flashmob. Quello che ci vorrebbe, a mio avviso, è un vero dibattito pubblico aperto alla voce dei filosofi e non solo egemonizzato dalla “tirannia degli esperti”, come la chiamava Feyerabend…
    Per il mio punto di vista sull’emergenza virus, vedi il mio post su FB
    (COMUNITA’, IMMUNITA’, VIRUS. NOTE DI BIOPOLITICA):
    https://www.facebook.com/luigi.capitano.399/posts/511313849823448

  13. Grazie a Orlando,
    torno a riflettere sulla natura e l’uomo. Tendo a considerare la natura un luogo poco ospitale, basti pensare ai luoghi inabitabili della Terra e ancor più guardare al di sopra di noi, ai corpi celesti. Difficile pensare che l’uomo possa sopravvivere ai mutamenti dell’ecosistema terrestre, che verranno comunque, qualsiasi cosa saremo capaci di fare: è durato un bel po’, è stato bello, ma la Terra era un inferno prima e tornerà ad esserlo.
    Dunque possiamo puntare solo sulla capacità di adattamento che ogni vivente ha, dai virus a noi: siamo vivi perché possiamo mutare, anche se fatti di materia come la natura inanimata.
    No, non vi sono nemici in natura, il nemico di sempre – quello contro cui lottiamo – è semmai il Fato, la sorte. La sorte è quello che capita inaspettato, il Caso, l’altro del Logos, del progetto, dell’ordine.
    Lo so siamo un po’ comici nell’ostinato perseguimento dei nostri progetti, spesso irrealizzati: le formiche che fanno tutta quella fatica per portare in tana una mollica, che continua a rotolare per la discesa.
    Eppure, continuiamo a spingere. C’è una bella riflessione di Adriano Sofri su Macchiavelli e la Fortuna, che prende spunto dal famoso affresco di Vasari).
    La Virtù dell’uomo deve prendere per i capelli la Fortuna, che altrimenti se ne va dove soffia il vento; ma anche così, anche se da parte nostra non facciamo alcun errore, abbiamo un 50 % di possibilità di cavarcela; si tenga presente che Macchiavelli parlava proprio di catastrofi naturali: “assomiglio [la Fortuna] a uno di que’ fiumi rovinosi, che, quando s’adirano, allagano e’ piani, ruinano i piani e gli edifizi… ciascuno fugge loro dianzi” (Adriano Sofri, Macchiavelli, Tupac e la Principessa, Palermo, Sellerio, 2013, p. 27).
    In altre parole, il nostro confronto con la Natura è uno scontro alla pari, è un fair game, e non possiamo chiedere di più di questo.

  14. Grazie Orlando per la tua riflessione, preziosa come sempre e forse oggi ancora di più.
    Per il tuo linguaggio, per la tua postura mentale, per il tuo pensiero.
    Lasciandomi sfuggire un termine militare, poiché questa nefasta metafora della guerra non ci abbandona, in questi tempi difficili sono in prima fila per il mio lavoro di medico . Anch’esso sta cambiando e cambierà, non tutto tornerà come prima.
    Per ora ti dico solo che sto osservando questa epidemia come uno specchio individuale e collettivo. Quello che si riflette sulla sua superficie un po’ mi preoccupa, molto mi rattrista.
    Non mi sento oggi di descrivere quello che vedo, preferisco che passi del tempo e la superficie assuma una forma ( piana-razionale; concava-.egocentrica o interiorizzante; convessa-sociale o metafisica) che mi permetta di mettere a fuoco una o due o meglio ancora tre immagini simboliche.
    Ti abbraccio virtualmente, Italo

  15. Dalla società del rischio alla società della cura. Una nuova idea della cittadinanza.
    Luisella Battaglia
    La nostra potrebbe essere definita come una società del rischio, nel duplice senso che lo produce e se ne difende. Le paure economiche e le discriminazioni sociali, le violenze politiche e le derive tecnologiche, i cataclismi naturali e le minacce criminali finiscono spesso per sovrapporsi e confondersi, amplificandosi a vicenda e generando angoscia e panico. Società ‘stress-integrate’- per riprendere l’espressione del filosofo Peter Sloterdijk in Stress e libertà – dominate da parole come ‘allarme’ e ‘allerta’ che ci mostrano quanto sia pervasiva la paura nei nostri discorsi quotidiani.
    Si tratta, certo, di paure non direttamente collegate le une alle altre ma che così finiscono per apparirci nella vita quotidiana, specie a causa dei media che evocano, senza soluzione di continuità, il rischio di un cataclisma, un attentato terroristico, l’aumento della disoccupazione, la strage inspiegabile di un pazzo e, oggi, l’epidemia del coronavirus, quella che è stata definita la prima emergenza globale che vive il mondo dopo la rivoluzione digitale.
    Realtà indipendenti ed eterogenee, senza dubbio, che tuttavia si compattano grazie a un meccanismo che insieme le amplifica e le semplifica, dando luogo ad un’unica paura globale, diffusa e indistinta che finisce per costituire lo sfondo permanente delle nostre vite. E’ questo un elemento nuovo, ben analizzato da Marc Augé ne Le nuove paure. Nel passato, a suo avviso, le paure erano più isolate, definibili e locali, pur se non mancavano le ‘grandi paure’ che erano tuttavia legate a fattori e contesti ben precisi, oppure erano più universali, come, ad esempio, la paura della morte. Nel passato, inoltre, non si sapeva nulla di ciò che accadeva lontano da noi, mentre oggi siamo informati in tempo reale di tutto quello che accade in ogni angolo del pianeta: la distanza spazio- temporale è annullata. Di conseguenza, tutto quello che accade lontano ci riguarda e ci terrorizza come se fosse vicino: il sistema dell’informazione crea una forma di paura nuova, insieme più sfuggente e più astratta, quindi più difficile da combattere. Le nuove inquietudini planetarie – dalle catastrofi nucleari alle pandemie -sembrano in certo modo configurarsi come la dimensione oscura e minacciosa della globalizzazione, dominate dall’idea che ciò che riguarda gli uni finirà prima o poi per coinvolgere tutti gli altri. La paura è dunque ridiscesa in terra e si è generalizzata ma il vero elemento di novità, su cui la bioetica è chiamata a riflettere, è che essa riguarda oggi, soprattutto, anziché la morte, come nel passato, la vita stessa. In che senso? Gli allarmi ecologici e sanitari generano un’angoscia quotidiana e immediata che occupa tutto il nostro orizzonte, impedendoci di proiettarci oltre il presente e di guardare al domani come un orizzonte su cui operare, elaborando una riflessione in grado di fronteggiare e di rispondere positivamente alle nuove sfide. Schiacciati dalla paura, paralizzati dal timore delle catastrofi incombenti, avvertite come ineluttabili e inarrestabili, non ci sentiamo in grado di fare qualcosa per difenderci né tanto meno per prevenirle, intervenendo sulle problematiche che le alimentano. La crescente sensazione di impotenza può dunque considerarsi uno degli elementi costitutivi delle nuove paure, una sensazione che genera un fatalismo destinato a produrre battaglie solo difensive.
    Il timore fa dunque parte del nostro paesaggio quotidiano, modifica le nostre vite e i nostri comportamenti: dobbiamo adattarci, convivere con esso o è possibile districare il groviglio delle paure che ci attanagliano e sfuggono al controllo della ragione, ad esempio isolandole e analizzandole singolarmente? Non ci resta che rassegnarci ad una vita mutilata o potremmo cercare di disfarci delle paure, smontandone i meccanismi? Esiste una via per superare la posizione di passività nei confronti della realtà adottando un atteggiamento attivo? A parere di Augé, la conoscenza può trasformare l’angoscia in curiosità: l’educazione e l’istruzione possono dunque aiutarci. Se è vero, inoltre, che la paura produce regressione, essa potrebbe anche diventare un fattore di progresso dato che, una volta superata la paralisi dell’inazione, ci spinge a cercare soluzioni per andare avanti.
    Sembrerebbe ispirarsi a questa visione la strada imboccata dal nostro governo sia nel suo concedere una delega amplissima alla comunità scientifica, a cui si affida in larga parte la responsabilità di tutelare la salute pubblica gestendo una crisi di portata epocale, sia nell’appellarsi a un patto di cittadinanza, a un ‘dovere della fiducia’ cui tutti saremmo chiamati. Una transizione – si direbbe – per riprendere il titolo di un saggio di Joan Tronto “Dal rischio alla cura”, ovvero da una società del rischio ad una società che pare riscoprire un valore cruciale dell’etica, il “prendersi cura”. Una categoria che sembrava relegata a situazioni limitate ma che improvvisamente si pone al centro della vita di milioni di persone.
    Come spiegare tale complessa transizione? Mi è tornata alla mente una riflessione della filosofa Judih Butler in Vite precarie – una raccolta di saggi scritti dopo la tragedia delle Twin Towers – circa la “possibilità di trovare un fondamento di comunità” a partire dalla condizione di vulnerabilità. A suo avviso, riconoscere di essere vulnerabili significa uscire da una prospettiva individualistica per accedere a una visione relazionale capace di recuperare il legame di responsabilità collettiva per la vita l’uno dell’altro. Oggi la minaccia incombente di un pericolo che ci coinvolge tutti, l’esposizione a un rischio da cui nessuno può sentirsi esente, può contribuire a rafforzare la percezione della nostra costitutiva fragilità: un sentimento nuovo per una società che si pensava invulnerabile, potenzialmente in grado di controllare tutto. Ecco che l’attenzione può divenire elemento etico fondamentale del prendersi cura e generare effetti costruttivi: solidarietà, empatia, l’aprirsi al vissuto delle persone col loro carico di sofferenze. E’ all’origine, certamente, della dedizione, talora eroica, di cui stanno dando prova medici, operatori sanitari che testimoniano coraggiosamente virtù legate alla professione medica – che rischiavano di essere dimenticate o trascurate nella crescente burocratizzazione dell’azienda sanitaria – ma anche della solidarietà espressa dai piccoli gesti quotidiani di chi sente di far parte di una società in cui gli individui si prendono cura gli uni degli altri. Una capacità che dovremmo riconoscere come elemento costitutivo della nostra umanità.
    Ma in che senso si può parlare di una società della cura?
    L’esperienza soggettiva della paura – centrale nelle diverse analisi relative alla società del rischio – non è infatti un semplice problema psicologico ma investe istituzioni, come lo stato-nazione, che non risultano più in grado di rispondere a inedite sfide. Da qui il sentimento di una ‘irresponsabilità organizzata’ che nasce dalla crescente consapevolezza dell’impossibilità di padroneggiare ciò che ci minaccia, ma insieme testimonia il bisogno di reinventare la politica per confrontarci sui nuovi grandi temi – dall’ecologia alla biogenetica – che trascendono per la loro globalità e complessità gli stati e che essi non sono manifestamente in grado di governare. Per questo solo una politica profondamente ripensata potrà affrontare le ‘nuove paure’.
    La cura è sempre stata, e sempre sarà, una parte fondamentale della vita umana ma – ricorda Tronto – gli studiosi di scienze sociali hanno di rado accordato attenzione ad un tipo di attività considerato – a partire dalla “Politica” di Aristotele – ‘privato’, piuttosto che ‘pubblico’ e, quindi, ritenuto di importanza marginale. Quello che si potrebbe chiamare il ‘paradosso della cura’ è che essa–pur rivestendo un ruolo essenziale nella società umana (è un’opera che sostiene la vita) –viene considerata come una parte secondaria dell’esistenza: le sue pratiche sono svalutate, se non ignorate.
    Richiamare l’attenzione su tale valore potrebbe consentirci sia di guadagnare una prospettiva critica sulla nostra cultura–ponendo, ad esempio, quesiti circa lo spazio e l’adeguatezza del caring nella società in cui viviamo–sia di pervenire a un profondo ripensamento della vita morale e politica che
    non implica affatto la sconfessione o il ripudio delle nostre tradizioni liberali e pluralistiche.
    Nella sua configurazione di una società della cura Tronto insiste fortemente sul fatto che non si tratta di riconoscere nella cura un valore esclusivo del mondo vitale delle donne ma occorre piuttosto rivendicarlo come centrale nella vita umana e riconoscerlo come elemento costitutivo della nostra umanità. e riflettere sul fatto che esso può mettere in questione la stessa struttura normativa su cui è fondata la nostra società e rimodellarne di conseguenza le istituzioni
    Se la cura è una maniera di descrivere e pensare il potere politico, lo è certo in una maniera radicalmente alternativa rispetto al modello rappresentato dalla ‘società del rischio’ che, essendo fondata sulla paura, cerca di elaborare risposte capaci di contrastare gli effetti negativi della modernizzazione attraverso le modalità tradizionali del dominio e del controllo. In tal senso, la società del rischio rappresenterebbe un modello politico vecchio, sia per il suo richiamo alle tradizionali parole d’ordine del dominio e del controllo, sia per il suo accentuato individualismo. Un modello che appare palesemente inadeguato, ove si consideri che l’appello alla responsabilità individuale e personale risulta insufficiente in relazione alla novità delle sfide da fronteggiare. Non solo. Il richiamo costante alla paura, alimentando un sentimento di insicurezza, da un lato rafforzerebbe la tendenza alla stigmatizzazione – una cui tipica manifestazione è l’individuazione di persone o categorie ‘a rischio’ da marginalizzare se non da escludere -, dall’altro, generando un senso crescente di impotenza, comporterebbe un serio rischio di regressione democratica, provocando una sorta di ‘infantilizzazione’ dei cittadini che attendono da uno ‘stato- provvidenza’ paternalista la soluzione ai problemi che li minacciano.
    Un esempio? La decretazione d’urgenza che stiamo vivendo, a causa della conclamata pandemia, ci mostra l’intreccio sempre più forte tra politica e vita biologica, un intreccio che può assumere caratteri inquietanti – e di questi si occupa diffusamente in particolare la biopolitica – per la spinta crescente verso stati d’eccezione che potrebbero mettere a rischio i nostri diritti di libertà, omologando le procedure di stati democratici a quelle di stati autoritari. E tuttavia, la stessa severità di talune decisioni per cui, ad esempio, i gesti più minuti della nostra quotidianità sono sottratti alla sfera privata e tendono ad assumere loro malgrado un rilievo pubblico, può contribuire a rafforzare un sentimento della comunità, un’idea di appartenenza che sembra confluire in una sorta di patto di cittadinanza. “Aiutiamoci l’un l’altro”, “insieme ce la faremo” sono solo slogan consolatori o esprimono una nuova consapevolezza, portando alla luce quella che potremmo chiamare la radice virtuosa della democrazia? Forse l’educazione alla cittadinanza di cui abbiamo tanto parlato, senza mai riuscire a darne una convincente definizione, potrebbe cominciare proprio da qui.

  16. Mi affaccio da estraneo a questo consesso filosofico in quanto “amico” di Orlando, che stimo da e in quanto cristiano. L’ho invitato più volte presso “Città di Dio” Associazione ecumenica di cultura religiosa, in prov. di Novara (www.cittadidio.it). Aggiungo alcune considerazioni che lascio “per pensare”.

    Il flagello che ci colpisce in questo 2020, si dice, cambierà il nostro vivere? Lo farà se sarà accompagnato dalla capacità di riflettere nuovamente su noi stessi e di elaborare visioni di senso che non fuggano in anacronistici sentieri, per paura delle nuove domande, e in radicalismi elitari che alla fine dividono tra presunti sapienti e ignoranti, forti e deboli.
    Piuttosto, si tratta di dar voce a quelle reazioni filosofiche – qui mi occupo di queste, non solo emotive, non solo pragmatiche – che riportano al domandare, all’arché, al fondamento ritenuto, forse superficialmente in-fondato da molto pensiero contemporaneo. Aggiungerei, dal mio punto di vista, che si tratta di dare voce e di intrecciare con le prime (mai del resto assolutamente escludentisi) anche quelle reazioni teologiche, religiose, in senso ampio, che attraversano la nostra cultura, e che non possono essere ritenute (nemmeno da chi si professa legittimamente non credente) marginali. Nel senso, quasi, che si tratti di un mondo a sé, di lucubrazioni personali che nulla hanno a che vedere con il comune “laico” sentire.
    La riconosciuta plausibilità di un pensiero credente e non credente, invece, non divide né separa i recinti, ma deve “dare a pensare”, deve incoraggiare e, anzi, suscitare, l’ardente desiderio di confronto tra le molteplici sapienze, in spirito di accogliente relatività, non relativismo.
    Certamente, siamo oggi posti davanti alla natura, siamo ricondotti a questa madre e nutrice e, come si vede, matrigna e assassina. Siamo riportati ad essa nel tempo innaturale del dominio tecnologico e dei suoi impatti: non sappiamo ancora quale di questi abbia contribuito a generare il virus. Questo non è un cattivo, un mostro, in attesa di saltare addosso alla sua vittima. È lì, nasce e muore come tutto, compie il suo fine, vive come natura nell’ordine e nel disordine delle cose. È bene non soggettivizzare troppo la natura (lascio la minuscola), rendendola capace di intenzionalità (di “vendetta”). La natura “fa il suo corso”, procede come da miliardi di anni nel suo processo. Davanti ad essa c’è la nostra soggettività di umani, di sapiens, particolare espressione naturale che si qualifica per una cosciente intenzionalità, di domanda e di azione.
    Per questo filosofiamo, per questo crediamo. Per questo la natura rimane per alcuni un fatto e per altri una creazione. Vorrei però sostenere come che, per tutti, essa non possa non darsi alla coscienza come un dono e compito. Il mio grande maestro, Giannino Piana (filosofo e teologo morale), me l’ha impresso. Sia che ritenga la natura provenire da un gesto inspiegato e insondabile che diciamo creazione, che presuppone un’Origine e un Originante, sia che ritenga che essa venga dal fondo misterioso, e non ancora sondato del tutto, della natura stessa, mi pare – ed questo un punto sul quale occorrerebbe trovare un nuovo consenso e linguaggio – che si possa declinare opportunamente nel duplice volto ricordato.
    Dono: perché comunque ci precede e ne entriamo a far parte. Dono perché non può darsi che il viverla sia in sé riconducibile ad una violenza, ad una malvagità, ad una perdita. La vita è forse “inutile” per qualcuno, ma è, non è nulla. Può divenire nella percezione soggettiva senza senso, mortificata, fino all’estrema sofferenza, ma può divenire vuoto e inutilità? Qoèlet, il saggio biblico del III sec. a.e.v., parla di hebel, vuoto, soffio, tradotto malamente con “vanità” (“Vanità delle vanità, tutto è vanità”). Contiene certo una deriva verso l’inconsistenza, ma più opportunamente segnala un’incompiutezza, come perenne attesa e ricerca di senso. In questa direzione, l’altra accezione ricordata.
    Impegno: perché è l’impegno del sapiens a dare corpo a quel compimento. Lo realizziamo nel porci in relazione con la natura, con la vita. Perché il senso non è lì davanti a noi, solo da assumere, da dedurre. Certo la natura è, in quel essere dono, anche un “dato”, una datità, una oggettività che possiamo conoscere e comprendere. Ma il dato non dice tutto, dice la partenza, offre la consistenza dalla quale colorare le nostre relazioni con esso, facendole proprie, plasmandole, nutrendole, rendendole – paradossale ma non troppo sorte del linguaggio – “creative”. Espressioni molteplici di quella Cura che, in vario modo, dall’agire scientifico (medico, in questo tempo), all’artistico, all’esercizio del pensiero, al gesto umile dell’affidamento e della preghiera, colora il quotidiano impegno d’esistere. Flash mob.

    21.3.2020, primo giorno di primavera, quaresima.

  17. Ho recentemente letto l’interessante flashmob filosofico di Orlando Franceschelli al quale ho comunicato la mia totale concordanza di vedute inviandogli questa mia modesta risposta da non filosofo.
    “Ciao Orlando, ho appena letto con molta attenzione il tuo interessante flashmob filosofico, e come sempre hai colto nel segno nell’ammonire con forza la società umana a ripensare criticamente la strada intrapresa su cui sembra definitivamente avviata. La soluzione del “sapere-saggezza” , che da buon filosofo suggerisci per non tornare al modus vivendi antiepidemia, è senz’altro quella giusta, ma come può trovare accoglimento in una società in cui il “dio denaro” , come papa Francesco l’ha definito, regna sovrano? Chi può stimolare la ricerca di quel sapere-saggezza di cui parli? Secondo me la scuola, su questo fronte, dovrebbe essere schierata in prima linea per infondere nelle future generazioni quella necessaria consapevolezza a intraprendere una profonda revisione critica dei propri comportamenti. A tale proposito , in mancanza di cambiamenti sostanziali, torna utile ricordare, come fatto recentemente da una famosa virologa italiana di cui non ricordo il nome, il parallelo tra il virus-bovino che in passato si trasmetteva solo tra i bovini e che successivamente con l’addomesticamento di questi animali passò all’uomo prendendo il nome di morbillo, e il coronavirus che sviluppatosi inizialmente tra gli animali di un piccolo villaggio si è successivamente trasmesso anche ai suoi abitanti data la stretta coabitazione di costoro con quegli animali. La globalizzazione delle relazioni con il resto del mondo ha reso poi una pandemia quella che poteva essere, se prontamente circoscritta, una contaminazione solo locale che in breve tempo avrebbe portato all’estinzione del virus. Caro Orlando, non ci resta che auspicare che l’odierna esperienza pandemica induca i governanti delle nazioni, e insieme ad essi tutti noi, a intraprendere quella autentica riflessione filosofica che accoratamente nel tuo flashmob richiami”.
    Aggiungo solo alla risposta data a Franceschelli che ormai è sempre più chiaro che da questa pandemia ,in cui si è trasformato quel piccolo incidente locale da cui è nata, se ne può uscire solo con una più radicale cooperazione dell’Europa, perché la tragedia che ha colpito i vari Stati non è un problema dei singoli Stati membri, (il virus non conosce confini) bensì riguarda l’intera Europa. Ora più che mai l’Europa è chiamata a ripensare i fondamenti sui quali è costruita, soprattutto sul fronte sanitario. E’ sicuramente paradossale dirlo, ma grazie al coronavirus sembra che si stiano sbloccando più finanziamenti da destinare alla ricerca medica per arrivare alla messa a punto di un vaccino. Chissà se questa tragica vicenda porterà all’estinzione dei fautori dei no-vax , loro si che sono pericolosi non certo i vaccini che per fortuna ci sono e continueranno ad esserci. Che dire sul fronte economico? Riuscirà l’Europa, attraverso il cambiamento dei suoi fondamenti, indotto dal coronavirus, a sviluppare gli anticorpi per affrontare e risolvere le crisi economiche? Ce lo auguriamo tutti. Una via da seguire, se non l’unica, ci è stata indicata da Franceschelli.
    Angelo Fadda.

    1. Ringrazio Orlando Franceschelli per la sua opportuna riflessione. Sinceramente, non so se gli uomini – governanti e governati – trarranno da questo tempo degli insegnamenti capaci di durare nel tempo ma certamente, tornati alla vita consueta, resterà traccia del disagio, della paura e del dolore che stiamo attraversando. Resterà da vedere se questa traccia ci servirà per gonfiarci nella retorica (nella nostra attitudine al sermone e alle narrazioni ultime e definitive) oppure servirà per renderci un poco più umili e posati, e , rispetto alla vita politica, più lucidi, cioè meno manipolabili, sui temi della deregulation, delle privatizzazioni, dello Stato ridotto al minimo.

  18. Trascrivo pienamente questo testo di Franceschelli soprattutto quando scrive che questa crisi può tornare anche come opportunità di migliorare noi stessi. Siamo parte di un mondo meraviglioso e possiamo restare in esso a condizione di amarlo in modo responsabile. Occorre amore e dedizione continua verso la tutela del creato. L’uomo nella sua arroganza utilizza la natura piegandola e calpestandola come insegna Platone nella Repubblica. Noi umani siamo scissi dalla natura e forse questa epidemia sta cercando di insegnarci qualcosa, di farci uscire dall’EGOITA’.

  19. Carissimo Orlando,

    ho molto apprezzato la tua riflessione che, di questi tempi, mantiene alta la fiamma filosofica.

    Sembra invece che gli autorizzati a elaborare pensieri siano solo gli esperti del settore medico-sanitario, politico, e dipendiamo, forse rassegnati, dalle loro voci, purtroppo a volte cacofoniche.
    Semmai dobbiamo apprezzare di più quelli che stanno vivendo in trincea in silenzio, in mezzo alle barelle, con delle maschere soffocanti, che lasciano piaghe per il troppo tempo utilizzato…

    Questo è il momento di mostrare come un pensiero in profondità, fondante non solo sia opportuno ma anzi necessario.

    Siamo natura e quando la nostra arroganza tende a farci dimenticare ciò la natura, in un modo o in un altro, ci costringe a ritornare alla nostra condizione originaria, transeunte.
    Fra noi e una farfalla non è data differenza ontologica. Un virus fa parte della natura, così come un terremoto, ecc. come dici tu.
    So che questa è una tua battaglia che svolgi da anni, forse in solitaria, con grande modestia ma allo stesso con grande fermezza.
    Bisogna attivare una ‘resilienza educativa’ che, se ho inteso, consiste proprio nel cogliere l’aspetto filosofico della vicenda.
    Dobbiamo capire la natura (Euripide), senza tentare di sopraffarla, anche perché è inutile (Ovidio).

    Non ti nascondo che questa tua riflessione, assieme a quelle di Augusto (la preghiera, laica?, può essere una possibilità) e di Alberto (come è bella la dimensione che ci regala la sensazione di riscoprire il mondo, spogliato da ogni faccenda umana), mi rincuora assai. Significa che ancora l’atteggiamento filosofico, pur nei suoi legittimi orizzonti individuali, ha ancora da dire intorno all’essenziale.

    Personalmente essendo io un assoluto principiante (poter essere definito un filoso-fante, un fante della filosofia, già mi riempirebbe di piccolo orgoglio) le mie riflessioni mi conducono soprattutto al dopo-virus. Finirà, e poi? Come tu indichi: aumenterà la nostra consapevolezza critica?
    Io me lo auguro, anche se non mi faccio troppe illusioni. La stessa idea di Europa, che io ho amato tantissimo fino a pochi giorni fa, mi si sta frantumando davanti agli occhi.
    E inoltre: i giovani capiranno che l’effimero non è tutto?

    Nel mio piccolo vedo i miei alunni spaventati. Hanno bisogno di sentirsi avvolti in una dimensione di benessere e, finalmente e magicamente, sembra che la cultura assuma per loro un significato, per lo più affascinante, che apre orizzonti. La cultura non stordisce, come sembra avvenire a scuola, ma amplifica il desiderio di capire il mondo in cui siamo, a 360 gradi.
    Le videoconferenze che facciamo spero che abbiano il risultato principale di stabilire un’empatia che rimanda a quella solidarietà che tu auspichi nel ‘In nome del bene e del male’. Essere e sentirsi radicati nella natura, con tutto quello che ciò comporta, è l’orizzonte della felicità possibile. Contro l’infelicità di adesso.

    Ad maiora e un abbraccio!
    Salvatore

  20. Elio Rindone

    Ringrazio l’amico Orlando Franceschelli che ci ricorda, in questo particolare momento di crisi, l’attualità della pratica della filosofia intesa come ‘ricerca del sapere-saggezza’. Oggi più che mai sarebbe infatti conveniente, come suggerivano le grandi scuole dell’antichità, riservare uno spazio quotidiano alla meditazione filosofica. La saggezza, infatti, non si acquista in poco tempo ma grazie a un lun-go esercizio e ha normalmente bisogno di nutrirsi della lettura di testi che aiutino a vedere la realtà quale effettivamente è, strappandoci dalle banalità dell’opinione corrente.

    Leggere, poi, non significa sfogliare velocemente delle pagine per cercare informa-zioni sui più svariati argomenti o per conoscere le opinioni altrui ma rivedere le proprie scelte di vita alla luce di idee che possono anche metterle in questione. E non è facile, perché – come scrive un noto studioso del pensiero antico – “non sappiamo più leggere, ossia fermarci, liberarci dalle nostre preoccupazioni, ritor-nare a noi stessi, meditare con calma, ruminare, lasciare che i testi ci parlino. È un esercizio spirituale, uno dei più difficili. ” (P. Hadot, Eser-cizi spirituali e filosofia antica, Torino 2005, p 68).

    Fare filosofia –prosegue lo stesso autore – significa dunque “passare da uno stato di vita inautentica, oscurata dall’incoscienza, rosa dalla cura e dalle preoccupa-zioni, a uno stato di vita autentica, in cui l’uomo raggiunge la coscienza di sé, la visione esatta del mondo, la pace e la libertà interiori. […] Questa è la lezione del-la filosofia antica: un invito per ogni uomo a cambiare se stesso. La filosofia è conversione, trasformazione della maniera di essere e del modo di vivere, ricerca della saggezza, di un nuovo modo di essere al mondo che consiste nel prendere coscienza di sé come parte della Natura, come particella della Ragione universale” (ivi, p 32 e 166).

    Per fare filosofia non basta, dunque, meditare: occorre sforzarsi di assumere abi-tudini coerenti con le idee che cominciamo ad assimilare, perché – insegna Aristo-tele – “il giusto diviene tale col compiere azioni giuste e il temperante col compie-re azioni temperate: e senza compiere queste azioni nessuno avrà neppure la pro-spettiva di diventare buono. Ma i più non fanno queste cose, e rifugiandosi invece nella teoria credono di filosofare e che così diverranno uomini di valore; così fa-cendo assomigliano a quei malati che ascoltano, sì, attentamente i medici, ma non fanno nulla di quanto viene loro prescritto. Come, dunque, quelli non guariranno il loro corpo se si cureranno in questo modo, così questi la loro anima se faranno filosofia in questo modo” (Etica Nicomachea 1105b).

    Si tratta certo di un esercizio molto impegnativo, ma necessario se vogliamo esse-re padroni del nostro destino perché – ricorda Epitteto – “siamo da molto tempo abituati a fare il contrario di ciò che dovremmo fare, seguendo idee opposte a quelle corrette. Se dunque non cominceremo ad agire secondo le idee che ora ab-biamo fatto nostre, lasceremo gli altri arbitri delle nostre vite” (Epitteto, Diatribe II,9,14).

    Certo, sono pochi gli uomini che vogliono intraprendere questo cammino e molti quelli che non sono neanche in condizione di intraprenderlo: “come possono – prosegue ancora Hadot – raggiungere questa consapevolezza quei miliardi di uo-mini oppressi dalla miseria e dalla sofferenza? Essere filosofo non significa anche soffrire per questo isolamento, questo privilegio, questo lusso, e tenere sempre presente allo spirito questo dramma della condizione umana?” (ivi, p 196). Ma forse fare filosofia significa pure sentirsi responsabili di tale vasta parte di umani-tà.

  21. Caro Orlando il tuo pensiero è sempre molto elevato e mi chiedo quali e quante possano essere le occasioni per raccoglierlo. Questo è il tempo, mi dirai, per uscire dalla indifferenza e assumere una diversa posizione nel vivere. Possiamo augurarcelo ma temo che anche altri saranno gli effetti e la durata nel tempo.
    Due considerazioni : il definire questa lotta per sconfiggere o ridurre la portata del virus come una guerra indica in partenza un punto di vista che non osa andare oltre la logica della volontà di dominio. Ma anche non capire che la guerra ha un inizio dichiarato e anche una fine concordata tra le parti. Cosa non propriamente rispondente a quanto invece è in corso. E poi quale sarebbe l’intenzionalità di un virus nei confronti della specie umana?
    Al contrario mi pare che sia della specie umana la volontà di dominio del mondo naturale che in alcuni casi, troppi, si manifesta come distruzione e violenza di un ambiente nutriente.
    E qui ritorna il dilemma sulla concezione della natura. Madre natura è il femminile accogliente e nutriente e nei suoi confronti la volontà di dominio può agire violentemente. E’ la madre che gli uomini uccidono quando uccidono ogni singola donna, è la madre che gli uomini violentano quando violentano ogni singola donna, è la madre che gli uomini assoggettano nella potenza del mettere al mondo, di dare la vita come esperienza di donna.
    In questi giorni di chiusura nelle mura domestiche stanno aumentando le violenze sulle donne e la chiusura dei centri anti-violenza costituisce un limite anche alla possibilità di fuga. Mentre aumentano le violenze diminuiscono le denunce nei confronti dei violenti che hanno chiuso la porta di casa.
    Mi addolora tanto saper che in Cina maltrattamenti e violenze sono triplicate nei giorni di quarantena.
    Quanto tu dici mio carissimo amico è una possibilità da individuare con un cambiamento sociale e con una critica al modello di sviluppo e alla ideologia del profitto e del mercato.
    Ti abbraccio, a distanza è possibile Giusi

  22. Carissimo Orlando,
    ho letto con la massima attenzione. Non c’è bisogno che ti dica che condivido al 100%, anche perché quello che dici, che è filosofia vera, è in fondo una presa d’atto di quello che chiunque potrebbe vedere se non portasse lenti deformanti di vario tipo. La filosofia è seria solo se fa ogni sforzo per mettere da parte i preconcetti e per tenersi ai fatti. La filosofia seria dice cose ovvie ma sono cose che nessuno vuole sentire perché le “superbe fole” e il bla bla filosofico piacciono di più della cruda realtà. Ho scritto due righe che ti allego qui appresso.

    Chi ha attraversato un periodo di guerra non è più lo stesso uomo di prima. Ogni guerra è inevitabilmente seguita da un dopoguerra, da una ricostruzione, dalla eliminazione delle macerie, e questo vale anche per le grandi calamità naturali: dopo l’evento tragico qualcosa cambia, ma poi, la storia ce lo insegna, molte delle cose che sembravano seppellite e superate dall’evento tragico, piano piano riemergono e le vecchie tentazioni cominciano di nuovo a farsi sentire. I periodi dopo-guerra o dopo-calamità sono significativi ma brevi, hanno anch’essi un valore relativo, se qualcosa ci è lecito sperare è che sia possibile rendere quei periodi più lunghi, col fine ultimo, quasi escatologico, di dare a quelle prese ci coscienza un valore imperituro.

    Uno dei presupposti capitali della buona politica è la capacità di prevedere. Molte cose sono prevedibili, in base allo stato attuale del pianeta, ma molte previsioni appaiono teoriche e inattuali finché non si concretizzano e allora matura una parziale resipiscenza e ci rendiamo conto che l’evento possibile, che avevamo mentalmente confinato in un futuro puramente ipotetico, è in realtà in atto e che non abbiamo i mezzi per correre efficacemente ai ripari. Purtroppo la dimensione economica del vivere sociale allontana da una percezione non deformata della natura e la riduce a fonte di risorse da sfruttare. Oggi, per le persone di buon senso, l’unica filosofia morale pensabile è quella della eco-sostenibilità, e proprio qui si manifesta la prossimità della filosofia alla scienza. La riflessione sulla natura è una riflessione quanto mai oggettiva e la sua finalità non è puramente teoretica ma implica un agire pratico, che ha un valore morale fondamentale. La riflessione sulla natura è sempre scientifico-filosofica. Esiste una sociologia e purtroppo anche una retorica dell’emergenza, ma bisognerebbe anche guardare lontano, bisognerebbe imparare davvero dagli errori fatti e riconoscersi parte di un mondo naturale estremamente grande e complesso che è in massima parte ben al di là dei nostri orizzonti. L’Umiltà delle scienze naturali, che non fanno miracoli ma avanzano passo dopo passo, dovrebbe allontanare dall’idea che l’economia è una scienza a sé, un mondo separato che ha le sue leggi che non si possono che accettare. La natura è sistema, è complessità, mostra l’infinita e strettissima correlazione di tutto ciò che la compone, in una logica che, se forzata, porta inevitabilmente conseguenze gravi, conseguenze certamente prevedibili e previste, delle quali si è scelto tuttavia di non tenere conto, nell’illusione che il nostro pianeta abbia la capacità di tollerare ogni insulto e ogni violenza.

    È durante la guerra che si deve pensare al dopoguerra, per evitare ogni improvvisazione e trarre il massimo vantaggio sociale dall’evento traumatico. È per questo che proprio in questi giorni si sente il bisogno di una resipiscenza collettiva, di una riflessione che trasformi l’evento negativo in lievito in grado di far fermentare tutta pasta.

    Antonio Cafarelli

  23. Caro Orlando,

    Grazie mille per la tua riflessione. Ho fatto la traduzione in portoghese del tuo testo qui in Brasile. Anche per noi la situazione è troppo difficile. Augurio di buona salute a tutte voi.

  24. Lo stimolo alla discussione presente nell’intervento di Orlando Franceschelli coglie la peculiarità di un vissuto quotidiano nel quale la resilienza gioca un ruolo di primo piano. Le forme che essa ha assunto negli ultimi tempi di isolamento da Covid19 vanno dalle canzoni cantate dai balconi ad un’ora prefissata del pomeriggio fino alla circolazione nei social di poesie che invitano a riflettere e a pensare a quelle domande che sono la base stessa della filosofia: chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? Appunto la filosofia alla quale fa continuo riferimento Franceschelli nel suo intervento. La sobrietà della riflessione filosofica può oggi giovare all’attivazione di un meccanismo di riscoperta di noi stessi come parte della natura a partire dal modo con cui oggi la natura si manifesta non per vendicarsi (la natura va intesa in modo darwiniano e non romantico) ma come ciò che è davanti a noi e di cui noi siamo parte; potremmo dire, con Leopardi, che siamo “appetto alla natura”. Penso che riscoprire noi stessi significhi prendere in considerazione i problemi reali con cui stiamo facendo i conti proprio in questi giorni e riproporli in una prospettiva che non può essere altro che quella della “nottata” che dovrà passare. Perché, passata la nottata, e per citare, sulla scia di Franceschelli, Gramsci, avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Propongo a seguire un’agenda di temi.

    L’art. 32 della nostra Carta Costituzionale, per quanto poco citato e ricordato, è oggi, non solo in teoria ma di fatto, al centro di quanto sta avvenendo nel nostro Paese. Grazie al rispetto di questo articolo e alla struttura sanitaria di cui è fornita l’Italia, siamo in grado di porre un argine all’emergenza epidemiologica che ci sta costringendo in casa. In specie lì dove nell’articolo della Costituzione si fa riferimento alla garanzia di “cure gratuite agli indigenti” balza agli occhi la differenza fra il nostro sistema sanitario e quello di altri Paesi troppo spesso presi a modello di efficienza e tempestività dimenticando che queste ultime sono garantite dal pagamento di pesanti tariffe in quanto quei sistemi sono privati. Ciò esige una rinnovata riflessione che, pur partendo dal momento attuale, abbia come suo riferimento il titolo V della Costituzione e una sua possibile, futura revisione.
    Legata a questa questione è quella dell’ambiente. I movimenti, soprattutto giovanili, che ultimamente si sono mossi nella prospettiva di una sensibilizzazione dell’opinione pubblica mondiale sull’urgenza del tema hanno ricevuto risposte parziali se non del tutto evasive da parte dei governanti. Tocca, quindi, ai governati muoversi. Dapprima in un’ottica di autosensibilizzazione, di presa di coscienza che, partendo da piccoli gruppi spontanei oppure organizzati, sappia intercettare la società civile per salire progressivamente lì dove le decisioni (spesso nel rispetto dei diktat internazionali piuttosto che delle esigenze di chi subisce la devastazione dell’ambiente, a partire dal mondo del lavoro) vengono assunte. Cito da un articolo apparso su Le Monde diplomatique: “… la nostra crescente vulnerabilità alle pandemie ha una causa (…) profonda: la distruzione sempre più veloce degli habitat. (…) La distruzione degli habitat minaccia di estinzione molte specie, tra cui piante medicinali e animali su cui la nostra farmacopea ha sempre fatto affidamento. (…) La distruzione di habitat agisce anche alterando il numero degli individui appartenenti a ciascuna specie, il che può aumentare il rischio di diffusione di un agente patogeno. (…) Come ha dichiarato l’epidemiologo Larry Brilliant, «i focolai di virus sono inevitabili, le epidemie no». Ma le epidemie ci saranno risparmiate solo se saremo tanto determinati a cambiare le nostre politiche quanto lo siamo stati a sconvolgere la natura e la vita animale”. È una questione ecologica, ossia di appartenenza dell’uomo alla natura e all’ecosistema, come faceva presente Franceschelli nel suo intervento.
    Per raggiungere questi obiettivi e creare una coscienza collettiva, ossia un “nuovo senso comune” che sappia cogliere nell’urgenza della soluzione dei problemi immediati la prospettiva di una nuova dimensione del vivere in comune, quello che Marx definiva “Das Kommunistische Wesen”, c’è bisogno di proiettarsi verso una nuova volontà collettiva che, una volta, era veicolata dall’opera dei partiti politici (uno in particolare), ma ora è carente a causa di assenza di discussione e di confronto e di incapacità di prendere decisioni. Per non voler usare parole per il gusto di usarle si tratta di parlare di socialismo con l’ambizione dei “nani sulle spalle dei giganti”, ossia tentare di trovare le strade che più possano avvicinare la democrazia, intesa come pedagogia della solidarietà, al socialismo, inteso come sistema economico-politico in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna si pongano soltanto come elemento di riflessione su una storia passata. Parlando di democrazia e socialismo bisogna avere ben presente l’attuale situazione dell’Europa la quale non si è costituita come organismo sovranazionale bensì come organismo nel quale alcune sovranità dominano tutte quante le altre dettando le condizioni la cui accettazione è precondizione per sedere al tavolo dei convitati. A questa Europa vogliamo contrapporre la voce dell’Europa dei subalterni, di quanti, come scriveva Gramsci, sono “ai margini della storia”. Un’Europa che, partendo dal basso, abbracci “un insieme assai vario di forze politiche e sociali di diversa ispirazione ideale. La tendenza prevalente in questo movimento così ampio e differenziato, è quella che spinge a ricercare la soluzione dei problemi della società di oggi lungo una strada che va verso il socialismo” (Berlinguer alla Conferenza dei partiti comunisti europei del 1976 in E. Berlinguer, La politica internazionale dei comunisti italiani, Editori Riuniti, Roma, 1976). Quindi i diritti, il loro rispetto e la loro salvaguardia; il lavoro; l’istruzione.
    Se ne può discutere sub specie filosofica, laicamente, al di fuori della politica intesa come potere, quindi intendendo la politica come discussione libera ed aperta nella polis?

    Lelio La Porta

    1. Sono uno studente del quarto anno del liceo scientifico e ho avuto recentemente il piacere di intervistare il professor Franceschelli su Karl Löwith per le pagine del giornale scolastico di cui sono direttore.
      Ho apprezzato enormemente l’ultima iniziativa del professore e condivido in pieno ogni aspetto del suo discorso. La situazione attuale rende evidente a tutti ciò che ostinatamente tendiamo a dimenticare o ignoriamo con colpevolezza: ”Nihil nisi ex natura” (È il motto di un altro grande filosofo, e forse posso dire amico, Sossio Giametta). Inevitabilmente a questo triste periodo seguirà un cambiamento profondo e sono fiducioso che questa crisi accelererà la coscienza critica di molti. Ne ho avuto prova proprio in questi giorni: mia madre, completamente vergine di filosofia, ha letto insieme a me il testo del professore riconoscendosi profondamente nelle sue riflessioni. Mi ha rivelato come l’attuale situazione stia segnando per lei un grande momento di rottura e come attraverso gli ultimi fatti si sia aperta ai suoi occhi una nuova prospettiva nel guardare all’esistenza dell’uomo nel mondo. Parole come quelle di mia madre costituiscono la chiara testimonianza della necessità di un naturalismo filosofico che non si tiri indietro di fronte alle sfide dell’interesse pubblico ma anzi sappia compiere la sua fondamentale missione pedagogica, ovvero l’educazione della collettività ad un nuovo atteggiamento nei confronti della natura. D’altronde, come dice giustamente il professore: “se non ora quando il cittadino-filosofo dovrebbe far sentire la sua presenza?”. Oggi ci sentiamo tutti più fragili e indifesi; in questa strana esperienza di angoscia collettiva, solo la natura può fornire una risposta al “nulla” che stiamo provando sulla nostra pelle riavvicinandoci alla saldezza, rassicurante e terribile (madre e matrigna) del nostro unico fondamento. Grazie professore.

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