Orlando Franceschelli – Virus, madre natura e stoltezza umana: che significa vincere la guerra contro l’attuale pandemia? Per un flashmob filosofico ∗

Quinto Orazio Flacco ritratto da Giacomo Di Chirico.

Che l’umanità sappia affrontare con coraggio, determinazione e solidarietà anche le prove più impegnative della vita e della storia, è noto. E lo confermano anche i flashmob con cui gli italiani manifestano la propria reazione contro l’attuale epidemia e la loro gratitudine per ricercatori, medici, infermieri, volontari che in questa lotta comune si trovano in prima linea. Di questa nostra capacità di re-agire –o resilienza- specialmente in questi giorni e del tutto comprensibilmente si sente parlare anche con accenti bellici: siamo in guerra contro un nemico invisibile e nessuno deve disertare. Come invece fanno sempre coloro che, con maggiore o minore cinismo, persino delle più gravi calamità cercano soltanto di capire come sfruttarle al meglio per i propri fini egoistici: economici, politici, di vanitosa notorietà. Ma lasciamo pure al loro mestiere i parassiti della sofferenza. È a coloro che sono solidali con quanti sono maggiormente provati da questa epidemia che vorrei fare una modestissima proposta, nella speranza che non suoni eccessivamente strana.

L’auspicio che spesso e giustamente si sente in questi giorni è che dalla “guerra” contro l’attuale pandemia si possa uscire non solo quanto prima, ma anche migliorati. E proprio qui è il punto: cosa significa vincere la guerra contro il virus e migliorare noi stessi? Indubbiamente significa contenere e alla fine sconfiggere la pandemia. Ma non dovrebbe significare anche accrescere la nostra critica consapevolezza di come dovremo comportarci in futuro per non ritrovarci di nuovo in simili situazioni? Dobbiamo vincere per poter ricominciare tutto come prima?

Ecco, vorrei proporre una sorta di flashmob filosofico che ci stimoli a dedicare qualche riflessione anche a questo problema: se proprio siamo in guerra, contro cosa dobbiamo lottare per vincerla effettivamente? Soltanto contro i virus che sulla faccia della terra ci sono da prima di noi esseri umani? O anche contro le concezioni e i comportamenti di noi “sapiens” che la terra la stiamo trasformando da ambiente-dimora in ambiente-incubo per un numero sempre crescente di esseri viventi? A cominciare ovviamente dagli esseri umani e dagli animali-non-umani più deboli e più poveri.

È facile e del tutto ragionevole pensare che a queste domande ogni donna e ogni uomo risponderà con gli accenti (filosofici, etico-politici, religiosi) che maggiormente sente nelle proprie corde. Ma azzardo una previsione: da questi flashmob filosofici ognuno di noi, come persona e come cittadino, uscirebbe migliorato. E forse più di qualcuno potrebbe fare o rifare –mirabile a dirsi- anche la più interessante delle scoperte. Quella più intimamente collegata alla nascita e allo sviluppo della stessa filosofia, ossia –alla lettera- della ricerca del sapere-saggezza a cui anche noi esseri umani possiamo legittimamente aspirare: la scoperta che esiste una realtà naturale e che di essa siamo parte anche noi esseri umani, con le nostre storie individuali e con tutta la storia della nostra specie. Parte appunto. Anzi: «piccola parte», come ammoniva già Spinoza; non proprietari, dominatori, predatori, e chi più ne ha più ne metta.

Se dunque la vittoria che ci interessa riportare sul coronavirus effettivamente non è tornare quanto prima alle concezioni e ai comportamenti ante-pandemia, allora anche qualche modesto flashmob filosofico può aiutarci a capire che proprio da questa pandemia usciremo migliorati se –e solo se- sapremo confrontarci criticamente con la scoperta o ri-scoperta appena richiamata: col dato di fatto che «possiamo scacciare la natura col forcone, essa tuttavia ritornerà sempre / e furtivamente si insinuerà tra gli ostacoli che le si frappongono» (Orazio, Epistole, I, 10, 24-25). Vale a dire: tu essere umano puoi anche trascurare il dato di fatto di essere parte della natura. Di più: nei confronti della natura puoi essere persino arrogante. Ma, in realtà, la tua appartenenza a madre natura prima o poi torna sempre a farsi sentire (antropologia dell’eco-appartenenza). Prima o poi madre natura ritorna –ma quando se n’era andata?- con tutta la sua indifferenza al nostro destino, al nostro bene e al nostro male, con tutta la sua potenza sovrumana dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande: torna come virus, come terremoto, come acqua ed aria inquinata, come desertificazione, estinzione di specie, crisi ecologica che non è esagerato definire epocale.

E perché no? Può tornare, anche, come opportunità di migliorare noi stessi. Come nostra resilienza alle crisi. È innegabile, infatti, che della realtà naturale facciamo parte anche noi esseri umani, col nostro impegno a migliorare concezioni, comportamenti, tentativi di essere felici, per quanto è possibile, e solidali verso ogni forma di sofferenza. Questo è il sapere-saggezza che siamo sollecitati a ricercare –e praticare- dalla filosofia, nata appunto come «indagine sulla natura». E dei cui cultori –mi si conceda quest’ultima precisazione- un eminente rappresentante della Grecia classica sentì di parlare in questi termini: «Beato chi ha tratto sapere da questa indagine. Costui non provoca né sofferenze ai concittadini né azioni ingiuste, ma indaga l’ordine eterno dell’immortale natura e domanda: a che scopo è sorto, in che modo, quando? Uno così non cade mai preda di pensieri e di azioni malvagie e di cui dovrebbe vergognarsi» (Euripide, Frammenti, n. 910). Proprio un simile elogio di un’autentica ricerca filosofica mi è riaffiorato alla mente leggendo la risposta di David Quammen -studioso e divulgatore che da anni mette in guardia contro i rischi del passaggio dei virus da una specie all’altra- alla domanda se il coronavirus possa essere definito una vendetta della natura sull’uomo: «Non credo nella metafora della “vendetta della natura” che tende a personificare la Natura come un’entità saggia, con un suo fine e una sua volontà. Non sono così romantico. Concepisco la natura come la concepiva Darwin. […] Quella che gli altri vedono come una vendetta della natura, io la descriverei in questo modo: gli ecosistemi complessi ospitano animali, piante, funghi, batteri e altri organismi cellulari; e tutti questi organismi cellulari ospitano dei virus. Se decidiamo di comprometterli lo facciamo a nostro rischio e pericolo» (“Huffpost”, 9 marzo 2020, intervista a cura di S. Baldolini). Appunto, aveva ragione Orazio, da buon saggio epicureo: veramente faremmo bene a non sorprenderci mai dei “ritorni” di madre natura. E tanto più oggi che disponiamo di conoscenze scientifiche che solo gli stolti possono sottovalutare.

L’ultima intenzione di queste considerazioni è tradire lo spirito di spontanea agilità che anima sempre ogni autentico flashmob. Spirito col quale mi è parso possibile, interessante e opportuno rivolgermi a quanti, specie di fronte all’attuale pandemia, sentono il peso e il fascino di una resilienza anche educativa. Nella convinzione che trovare qualche minuto per riattivare anche la nostra riflessione filosofica su come uscire migliorati da questa guerra “contro” il coronavirus, non è diserzione dal fronte comune. E ancor meno è gusto per le polemiche che dividono. O per i vanitosi sproloqui dei dotti.

Più semplicemente, e ben sapendo che letture e occasioni per i necessari approfondimenti individuali e collettivi certo non mancheranno: è un invito a rendere esplicita la componente riflessiva che mi sembra animare i flashmob contro questa pandemia. Essi ci ricordano che proprio alle attuali, planetarie «urgenze della storia» (K. Löwith) dobbiamo imparare a reagire anche migliorando noi stessi e le nostre società.

Non è questo messaggio di saggia resilienza anche filosofica che, in definitiva, stiamo cercando di trasmettere anche in questi giorni? Non è nella possibilità di migliorarci che viene alla luce il senso più autentico e apprezzabile di ogni esortazione a capire sempre meglio le cose –le opportunità e i limiti- che ci riguardano come esseri umani e co-abitanti di questo fragile pianeta? Di ogni esortazione a essere più consapevoli e mai dimentichi -come in modo davvero toccante ed esemplare Gramsci ha saputo raccomandare al figlio dal chiuso di un carcere- che nella storia, e persino tra le sue sfide più impegnative e brutture più atroci, hanno sempre agito, agiscono e agiranno anche «gli uomini viventi […], tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi»?

Gramsci chiudeva la breve lettera al piccolo Delio con un paterno: questo modo di guardare alla storia «non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così?».
A noi può bastare il semplice augurio di un buon flashmob anche filosofico a tutti.

∗Testo ricevuto il 16 marzo 2020, redatto e pubblicato sul sito del Centro per la Filosofia Italiana il 18 marzo a cura di Michele G. Bianchi.

Vírus, mãe natureza e estultícia humana: o que sig- nifica vencer a guerra contra a atual pandemia? Por um flashmob filosófico »

37 risposte a “Orlando Franceschelli – Virus, madre natura e stoltezza umana: che significa vincere la guerra contro l’attuale pandemia? Per un flashmob filosofico ∗”

  1. NATURA E COVID-19

    L’amico Orlando Franceschelli azzarda la previsione che l’attuale pandemia – che prende sempre più la forma di un’immane tragedia sanitaria e che potrebbe infine innescare una grave recessione dell’economia mondiale – potrebbe indirizzare l’interesse di qualche spirito curioso a fare, o meglio rifare la più interessante delle scoperte: l’esistenza di una Natura autosufficiente e della quale noi umani siamo solo una piccola, infinitesima parte, forse persino insignificante; mentre i più credono ancora che la nostra vita non dipenda integralmente dal corso della natura ma da cose extranaturali, come se l’uomo appartenesse piuttosto ad un regno separato da quello della natura. Punto di vista giustamente avversato da Spinoza: «Imo hominem in natura veluti imperium in imperio, concipere videntur». E aggiungeva che i più credono anche che l’uomo perturbi l’ordine della natura, cioè credono di avere un potere assoluto sulle proprie azioni, quando in realtà queste sono determinate dalla sola potenza della natura. Questa scoperta era già maturata all’origine del pensiero occidentale, benché spesso offuscata da miti salvifici e favole religiose credute dal volgo. La lettura di Lucrezio, seguace della scuola atomistico-epicurea, ci ricorda che la Natura non è stata fatta per noi, al fine di sodisfare i nostri bisogni e desideri: «Quorum omnia causa constituisse deos cum fingunt, omnibu’ rebus magno opere a vera lapsi ratione videntur. Nam quamvis rerum ignorem primordia quae sint, hoc tamen ex ipsis caeli rationibus ausin confirmare aliisque ex rebus reddere multis, nequaquam nobis divinitus esse paratam naturam rerum: tanta stat praedita culpa». Piuttosto, com’è confermato dalle scoperte della scienza moderna, noi siamo stati fatti dalla Natura, ma senza alcuna intenzionalità e senza alcuno scopo, tantomeno in vista della nostra salvezza e felicità, come invece ancora oggi sostengono le religioni mosaiche e monoteistiche secondo le quali il cielo e le terra sono stati creati da un Dio buono e onnipotente appunto per la nostra felicità e salvezza. Non ci può essere dubbio che la saggezza degli antichi filosofi, ora confermata dalle moderne scoperte scientifiche e in particolare dalla teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin, sia il punto di vista corretto per intendere il rapporto Natura-Uomo e quindi anche l’attuale tragedia del coronavirus o Covid-19.

    Natura, uomo e Covid-19

    Ogni anno milioni di uomini muoiono per infezioni causate da patogeni invisibili come virus, batteri (organismi unicellulari procarioti), protisti o protozoi eucarioti come il Plasmodium della malaria (patogeno trasmesso da uomo a uomo o da scimmia a uomo tramite la puntura delle zanzare del genere Anopheles) e funghi (né piante né animali) ad altri parassiti più o meno complessi. (Si possono trovare in due libri di alta divulgazione scientifica di Carl Zimmer, Paraxite Rex e A Planet of Viruses interessanti scoperte sull’argomento). Questi ceppi di organismi esistono da centinaia e centinaia di milioni di anni; molto, molto prima della comparsa per evoluzione naturale dell’uomo sulla Terra. Anche organismi ben più appariscenti rappresentano notoriamente un pericolo per l’uomo: l’incontro con un orso polare, un leone o uno squalo potrebbe essere per noi letale. Un virus è un organismo primordiale, molto semplice tanto che è composto da una capsula proteica che protegge il DNA, ma spesso solo l’RNA; non ha i tipici organi delle cellule procariote o eucariote. Per questo motivo molti biologi esitano persino a definirlo un vero essere vivente, poiché con questo condivide essenzialmente solo la caratteristica di avere un codice genetico. Il virus è il parassita per eccellenza dei veri esseri viventi (piante, animali, funghi): non avendo organi propri, come quelli degli eucarioti e procarioti, riproduce il suo codice genetico infettandone le cellule per usare i loro organi, quindi danneggiandole o distruggendole. Per usare un linguaggio teleologico e quindi antropomorfico, ma solo come metafora utile alla comprensione intuitiva del fenomeno, il virus non ha altro “scopo” che perpetuare le molecole del suo codice genetico distruggendo gli organi vitali delle cellule parassitate. È evidente che un Dio creatore onnipotente, buono, saggio e previdente non avrebbe mai potuto permettere la comparsa e l’evoluzione di questi parassiti della vita. E se pur poteva, ma non ha voluto allora … difetta di bontà. Questo è il classico dilemma sollevato da Epicuro (che invero voleva sostenere che gli dèi non si occupano del mondo e degli uomini, essendo anch’essi come gli uomini parte della Natura), rilanciato dal vescovo Lattanzio e ripreso infine, tra gli altri, da Leibniz, la cui logicamente ingegnosa Teodicea fu poi ridicolizzata da Voltaire nel Candido. Di recente un filosofo analitico, Alvin Plantinga, che è in verità un predicatore calvinista travestito da filosofo, ha attribuito il male naturale al peccato originale (la felix culpa di Agostino e Calvino), suscitando non poca meraviglia anche per l’uso disinvolto degli strumenti dell’analisi logica del linguaggio a fini confessionali (un uso che Bertrand Russell o Alfred Ayer non avrebbero mai lontanamente immaginato come possibile). Ma questo ridicolo tentativo rappresenta solo il più recente fallimento della teodicea: il paradiso terrestre abitato da Adamo ed Eva non è mai esistito, se non presso la modesta fantasia degli autori, fin troppo umani, del testo biblico, e i virus esistevano molto prima che gli uomini popolassero la Terra, e già allora parassitavano gli organismi viventi, anche i primati dai quali discendiamo.
    Tuttavia, non solo i virus, ma tutti gli organismi dal punto di vista della biologia molecolare non hanno altro “scopo”, sempre per parlare in termini antropomorfici facilmente comprensibili, che quello di perpetuare le molecole del proprio codice genetico. È l’ipotesi, in realtà molto di più che una semplice ipotesi, del “gene egoista” divulgata dal noto libro di Dawkins: gli organismi sono macchine biologiche per la riproduzione delle molecole del DNA, le sole a perpetuarsi nel trapassare incessante degli organismi portatori, compresi virus (che esemplifica nel suo ciclo biologico in modo eccellente questo stato di cose), batteri, amebe, aragoste, leoni ed elefanti. In quanto parte della natura, neppure l’uomo fa eccezione a questa regola. Anche noi per sopravvivere e riprodurre quindi i nostri geni ci alimentiamo di altri organismi, distruggendoli, e non di rado eliminiamo anche i nostri simili. E cerchiamo di evitare che altri organismi, come virus e leoni, ci ricambino il favore. Perciò la natura è stata vista come un teatro di guerra, che Tennyson descrisse con celebri versi «nature, red in tooth and claw». Questo stato di cose è la pietra tombale per ogni residuo tentativo di teodicea. Ha scritto, per contrasto ai creazionisti, lo storico e filosofo della scienza David Hull che l’evoluzione «abbonda di eventi casuali e contingenti, incredibile spreco, morte, dolore e orrore» per cui l’artefice di Darwin, ovvero la selezione naturale, non è «il Dio misericordioso che ha a cuore le sue creature […] Il Dio delle Galápagos è un Dio incurante, indifferente, sprecone, quasi diabolico. Non è certo il tipo di Dio che viene voglia di pregare». Insomma, un Dio che deluderebbe anche Pascal, poiché né affranca né consola. Nondimeno, la natura mostra proprio per questo meravigliosi ed incredibili adattamenti diretti principalmente dalla selezione naturale, che potremmo descrivere con la prosa, non meno poetica, con cui Darwin licenziava il suo capolavoro On the Origin of Species: «There is a grandeur in this view of life, with its several powers having been originally breathed into a few forms or into one; and that, whilst this planet has gone cycling on according to the fixed law of gravity, from so simple a beginning endless forms most beautiful and most wonderful have been, and are being, evolved».
    Il problema della teodicea è discusso da Darwin con espressioni largamente citate e di notevole effetto: «What a book a devil’s chaplain might write on the clumsy, wasteful, blundering, low, and horribly cruel works of nature?». Non manca un classico riferimento al comportamento degli icneumonidi come caso esemplare di crudeltà della natura, che ha destato molto interesse tra i pensatori e gli scienziati dell’Ottocento, incluso Schopenhauer. Questi insetti imenotteri sono noti per il fatto che le femmine depongono le uova nei bruchi ancora vivi delle loro prede che, poi sviluppandosi in larve, divorano lentamente pur mantenendoli in vita fino all’estremo limite possibile. Scrive Darwin al suo amico botanico e teista della Harvard University, Asa Gray: «I had no intention to write atheistically. But I own that I cannot see as plainly as others do, and I should wish to do, evidence of design and beneficence in all sides of us. There is seems to me too much misery in the world. I cannot persuade myself that a beneficent and omnipotent God would have designedly created the Ichneumonidae with the express intention of their feeding within the living bodies of Caterpillars, or that a cat should play with mice. Not believing this, I see no necessity in the belief that the eye was expressly designed».
    Si usa comunemente nelle attuali circostanze parlare di guerra al virus, e lo stesso Darwin usava la metafora struggle for life: sono espressioni certo efficaci, ma ricordiamo che sono impregnate di antropomorfismo. Più semplicemente gli organismi si adattano alle condizioni di vita nella competizione intra ed extra specifica per perpetuare i loro geni. Da questo punto di vista un virus, con tutti i suoi adattamenti (Darwin usava a volte il termine contrivance) non è meno meraviglioso di un’orchidea o di un colibrì, benché facciamo il possibile per la nostra sopravvivenza e vorremmo piuttosto l’estinzione del coronavirus e siamo soggettivamente molto, molto più meravigliati dalle grazie di Nicole Kidman piuttosto che dagli “ingegnosi” espedienti del patogeno per replicare le proprie molecole di acido nucleico. In generale, per sopravvivere cerchiamo di adattarci ai virus e agli altri microbi patogeni partecipando ad una perenne “corsa agli armamenti”, quella mostrata dalla storia naturale tra parassiti e le loro vittime, tra predatori e prede, evolvendo difese immunitarie per selezione naturale, oppure culturalmente grazie alla scoperta scientifica con l’apparecchiamento di vaccini e antibiotici (anche la scienza dopotutto, come sostenevano i positivisti dell’Ottocento, come Spencer e Mach, è uno strumento di adattamento, benché non sia solo questo).
    Alcuni credono che il virus sia una vendetta perpetrata della natura sull’uomo incauto, perturbatore, manipolatore ed egoista. Ma considerare la questione in questi termini è del tutto improprio, come osserva David Quammen, autore di una originale biografia di Darwin ed anche di un ottimo libro divulgativo (Spillover. L’evoluzione delle pandemie) che avvertiva del pericolo dello spillover, cioè della trasmissione di virus dall’animale all’uomo come sembra probabile sia accaduto con il Covi-19. È difficile smentire Quammen. Infatti, ciò implicherebbe pensare la natura in termini antropomorfici: attribuire ad essa gli stessi caratteri, sentimenti, passioni ed addirittura progetti che usualmente la superstizione religiosa e popolare attribuisce agli dèi dei greci o al dio biblico. Propriamente parlando, la natura è del tutto indifferente ai comportamenti e alla sorte dell’uomo, tanto che alcuni l’hanno chiamata matrigna (Leopardi ad esempio). Per richiamare Hume, la vita di un’ostrica vale per la natura esattamente quanto quella di un uomo, cioè niente! Ed è proprio paventando questo fatto indiscutibile che gli uomini si sono dati alla superstizione.
    Michel Onfray ha di recente focalizzato la nostra attenzione su una felice intuizione naturalistica e, direi, darwiniana di Nietzsche sui reali rapporti che intercorrono tra gli esseri viventi. Nei Frammenti postumi che dovevano costituire l’incompiuta Volontà di potenza in una lapidaria nota c’è scritto: Sipo matador. È il nome di una pianta delle foreste tropicali, che si arrampica fin sulla chioma degli alberi che parassita in cerca di luce, fino ad ucciderli e quindi a crollare al suolo con essi morendo a sua volta, ma non prima di aver fiorito e quindi prodotto semi. Un breve riferimento di Nietzsche sul comportamento della pianta si trova nel paragrafo 258 di Al di là del bene e del male, ma il senso da trarre dalla botanica nietzschiana si trova nel paragrafo successivo (259) dello stesso libro: qui la natura, che è pensata al di là del bene e del male come già insegnato da Spinoza, è descritta come volontà di potenza (perpetuare la propria vita a danno di altri): «Su questo punto occorre rivolgere radicalmente il pensiero al fondamento e guardarsi da ogni debolezza sentimentale: la vita è essenzialmente appropriazione, offesa, sopraffazione di tutto quanto è estraneo e più debole, oppressione, durezza […] uno sfruttare […] dovrà essere la volontà di potenza in carne ed ossa, sarà volontà di crescere, di estendersi, di attirare a sé, di acquistare preponderanza – non trovando in una qualche moralità o immoralità il suo punto di partenza, ma per il fatto che esso vive, e perché vita è precisamente volontà di potenza». La volontà di potenza di Nietzsche è, almeno in un suo importante significato, la biologia del gene egoista.

    Storia naturale e mondo umano

    Nel considerare da un punto di vista naturalistico le vicende contingenti della storia umana, è necessario anzitutto prendere le mosse dal principio, che oggi appare scientificamente fondato, che questo mondo propriamente umano è incluso nella storia naturale come parte infinitesima. Eppure, questa prospettiva non è facile da accettare da parte di coloro che seguono credenze religiose e teologiche. Costoro, infatti, ribaltano specularmente la corretta prospettiva naturalistica: la storia naturale appare loro trascurabile e infine insignificante rispetto alla storia umana, poiché quest’ultima è considerata come storia della salvezza, per cui la natura è sono stata creata in vista dell’uomo. Un’idea così antropocentrica che persino il Leibniz della Teodicea – sia pure dal presupposto metafisico del principio di pienezza – considerava debole e indifendibile. Quasi agli esordi del suo percorso filosofico Nietzsche, in Verità e menzogna in senso extramorale (1873), considerando l’alternativa tra la natura cosmica e la storia umana come storia della salvezza, optò decisamente per la prima in una prospettiva che appare oggi sempre più scientificamente corretta, almeno da quando siamo riusciti a gettare lo sguardo nello spazio immenso e nel tempo profondo del cosmo con i suoi miliardi e miliardi di galassie che includono altrettante stelle con i loro pianeti: «In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della “storia del mondo”: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire – Qualcuno potrebbe inventare una favola di questo genere, ma non riuscirebbe tuttavia a illustrare sufficientemente quanto misero, spettrale, fugace, privo di scopo e arbitrario sia il comportamento dell’intelletto umano entro la natura. Vi furono eternità in cui esso non esisteva; quando per lui tutto sarà finito, non sarà avvenuto nulla di notevole […] Se noi riuscissimo a intenderci con la zanzara, apprenderemmo che anch’essa nuota attraverso l’aria con questo phatos e si sente il centro che vola di questo mondo».
    Chiunque abbia la pazienza di riconsiderare le origini del pensiero filosofico e quindi riscoprire lo spirito del naturalismo greco senza pregiudizi antropocentrici, comprenderà come non sia possibile confinare il mondo o natura entro la storia umana o mondo umano secondo l’interpretazione della storia universale di una certa filosofia moderna e contemporanea che continua la tradizione teologica giudaico-cristiana. A ragione Karl Löwith ha osservato che alcune tra le più influenti filosofie del nostro tempo appaiono del tutto inadeguate nell’intendere veramente il rapporto natura-uomo: «Lo storicismo metafisico di Hegel, il materialismo storico di Marx e il discorso heideggeriano sul “destino dell’essere” si rivelano egualmente insufficienti per una comprensione del mondo, in quanto muovono tutti dall’uomo e dal suo mondo storico. L’ultimo fondamento storico di tale punto di partenza va ricercato nel fatto che essi rimangono tutti entro la tradizione biblica, secondo la quale il cielo e la terra sono stati creati in funzione dell’uomo». E Löwith ha, infine, posto un problema insolubile per qualsiasi prospettiva idealistica e antropo-teocentrica: ovvero che la congiunzione tra uomo e mondo «indica un legame essenziale per l’uomo, ma non per il mondo. Il mondo naturale infatti può essere pensato senza un rapporto ad esso necessario con l’esistenza dell’uomo, ma non si può immaginare alcun uomo senza il mondo. Dal primo all’ultimo respiro noi viviamo vincolati al mondo. Noi veniamo al mondo – esso non viene a noi – e lasciamo il mondo, mentre esso continua a sussistere».
    Da questo principio naturalistico possiamo derivare un paio di implicazioni, utili per meglio intendere ed analizzare correttamente il rapporto mondo-uomo in relazione al nostro argomento. La prima implicazione è di tipo più che altro gnoseologico, ed è stata anticipata con la consueta chiarezza da Spinoza in relazione alle calamità – nella fattispecie guerre – del suo tempo. In risposta al suo corrispondente Oldenburg, segretario della Royal Society, egli osservava che la vista di «queste masse armate non mi fanno né ridere né piangere, ma piuttosto mi muovono a filosofare e a osservare più attentamente la natura umana. Non mi credo lecito, infatti, di deridere la Natura e meno ancora di deplorarla, se penso che gli uomini, come tutto il resto, non sono che parte della Natura». Dovremmo dunque comprendere razionalmente questo rapporto natura-uomo, superando le passioni e i sentimenti, così come la superstizione e la mera credenza. E questa prospettiva ci apre già alla comprensione della seconda implicazione: se l’uomo è parte della natura, agirà sempre secondo le determinazioni o leggi della natura, persino nei casi più estremi e apparentemente improbabili. Un altro grande naturalista come Hume ha esposto questo punto di vista con grande acume e forza argomentativa nel suo controverso saggio Sul suicidio. Qui il filosofo mostra come la condanna cristiana del suicidio confligga con i presupposti stessi del deismo, secondo cui Dio governa il mondo per mezzo delle leggi generali che ha creato. Nel dimostrare questa tesi Hume sostiene che «la vita degli uomini è soggetta alle stesse leggi cui è soggetta la vita di tutti gli altri animali; e tutte queste esistenze sono soggette alle leggi generali della materia e del moto». La conseguenza di questa tesi forte del naturalismo, sarà allora che se gli animali «hanno ogni diritto di alterare le operazioni della natura, nella misura in cui possono farlo», scavando tane ad esempio o intrecciando nidi con fili d’erba, anche l’uomo sarà soggetto alla medesima condizione. Infatti, «Non sarebbe un delitto per me deviare il Nilo o il Danubio dal loro corso, se fossi capace di farlo. È dunque un delitto distogliere dai loro canali naturali poche once di sangue?».
    Alla luce di queste implicazioni esaminiamo le vicende umane all’interno della natura: tratteggiamo una storia naturale; una breve raccolta analitica di fatti noti sulle pandemie. Come dimostrato dagli studi di genetica molecolare, virus ed altri germi patogeni hanno interagito con le vicende umane fin dal paleolitico, cioè dagli albori dell’umanità ed invero anche da molto prima, da quando cioè i nostri più remoti antenati erano primati non umani. I cosiddetti patogeni del gruppo degli Herpesvirus che infettano i primati hanno seguito in parallelo la speciazione di questi cladi, per cui oggi scimmie antropomorfe e non hanno i loro specifici virus, come quelli che provocano nell’uomo la varicella (Herpesvirus 3), l’herpes simplex, e il citomegalovirus (Herpesvirus 5). Come c’era da aspettarsi in base alle leggi dell’evoluzione biologica si è sviluppata una corsa agli armamenti tra parassiti (virus) e parassitati (primati) con reciproci adattamenti (coevoluzione). L’impatto di questi patogeni sulla vita dei nostri antenati paleolitici cacciatori e raccoglitori dovrebbe essere stato molto limitato, paragonato a quanto poi accaduto più recentemente nel tempo, poiché allora gli uomini vivevano in tribù popolate al massimo di alcune diecine di individui, per di più disperse su ampi spazi all’interno dei quali erano costrette a spostarsi frequentemente per meglio sfruttare le risorse dell’ambiente. Poi il clima e quindi l’habitat mutarono, e non certo a causa dell’uomo: con la fine dell’ultima glaciazione il clima si riscalda notevolmente. Allora alcune tribù di cacciatori inseguirono l’habitat glaciale spostandosi sempre più verso il nord, altre si adattarono a questi grandi cambiamenti imparando ad addomesticare piante ed animali. È la rivoluzione neolitica: gli uomini divennero pastori ed agricoltori, e così stabilirono sempre più strette relazioni con gli animali e nel caso degli agricoltori divennero stanziali, costruendo prima villaggi e poi anche città abitate da migliaia e migliaia di individui. Questa nuova situazione mutò profondamente il rapporto coevolutivo tra i germi patogeni e gli umani: i parassiti si adattarono al nuovo ambiente e divennero più aggressivi favoriti dal notevole incremento demografico delle popolazioni umane e in molti casi, passando dagli animali addomesticati o selvatici agli uomini (spillover), moltiplicarono la loro virulenza grazie anche all’eccessivo affollamento delle loro vittime. Comparvero allora versioni aggiornate di virus come il Morbillovirus, trasmesso probabilmente dai bovini allevati (peste bovina) e passato all’uomo probabilmente in epoca storica (il comune morbillo umano). Un altro gruppo di patogeni detti Orthoposvirsus si sono anch’essi originati quasi certamente per spillover, e infatti attaccano sia i bovini (Vaccina virus) che le scimmie e l’uomo: il famigerato vaiolo umano (Variola virus) ha mietuto milioni e milioni di vittime fin dalla preistoria. Ora, grazie a campagne di vaccinazione di massa effettuate su scala mondiale, sembra che questo virus sia stato portato all’estinzione totale. Ricordiamo anche vari tipi di virus che infettano le vie respiratore, da quelli responsabili dei comuni raffreddori ed influenze stagionali a quelli che causano sindromi respiratorie acute come la SARS, cioè i coronavirus.
    Anche altri tipi microbi patogeni hanno mietuto innumerevoli vittime, come, fra numerosi altri, i batteri del tifo, del colera, della tubercolosi e della peste nera o bubbonica. I popoli delle steppe euroasiatiche, allevatori di animali, già contraevano la peste 5000 anni a.c., come dimostrato di recente da uno studio genetico sui denti trovati nelle tombe di questi uomini, che in alcuni casi contenevano evidenti tracce di DNA di Yersinia pestis, il batterio responsabile della letale malattia. Questi uomini svilupparono nel tempo una sorta di immunità di gregge, cioè difese immunitarie e, inoltre, poco dopo addomesticarono il cavallo, inventarono la ruota e il carro. I loro insediamenti divennero allora mobili quanto mai prima, e potendo ora spostarsi più facilmente su grandi spazi, ridussero sensibilmente il rischio di contagio. Quando questi popoli nomadi delle steppe vennero a contatto con gli agricoltori insediati stabilmente in Europa centro-occidentale, portarono col loro bestiame il batterio Yersinia pestis, che fece strage presso questi ultimi, poiché privi di adeguate difese immunitarie. Inoltre, gli agricoltori europei abitavano in villaggi più o meno densamente popolati, situazione che favoriva la rapida propagazione del microbo. Il genoma umano degli attuali popoli europei ha registrato le conseguenze di questi eventi drammatici: i geni degli antichi agricoltori che avevano popolato l’Europa con l’espansione dell’agricoltura dal vicino Oriente, e che avevano sostituito in gran parte le popolazioni di cacciatori-raccoglitori paleolitici europei, sono stati a loro volta sostituiti in gran parte dai geni dei popoli delle steppe. E la rivoluzione non fu ovviamente solo genetica, ma anche culturale: un mondo umano era finito, ne era nato un altro.
    Da allora, come dimostrato dalla documentazione storica, molte pandemie, e non solo quella della peste nera, hanno preso prevalentemente una direzione Oriente verso Occidente, lungo quella che è stata chiamata e ancora oggi è detta via della seta. Pandemie destinate purtroppo a ripresentarsi con sempre maggiore frequenza in relazione all’intensità degli scambi fra gli uomini. La cosiddetta peste antonina (165-180 d.c.), descritta dal grande medico Galeno e che fu in realtà un’epidemia di vaiolo, attraversò tutto l’Impero romano provenendo da Oriente al tempo dell’imperatore-filosofo Marco Aurelio, spopolando intere città e decimando le legioni romane. La pandemia descritta dallo storico dell’imperatore Giustiniano, Procopio di Cesarea, al tempo della guerra greco-gotica (535-555 d.c.) era invece la peste nera: la popolazione italica, e non solo, subì un grave tracollo demografico. Una più grande strage si deve alla pandemia sempre di peste nera diffusa in Europa dal 1347-48. Recenti studi attribuiscono la diffusione del batterio letale anzitutto ai mutamenti climatici allora in atto (e non causati dall’uomo): era finito il periodo caldo medievale ed era cominciata la piccola era glaciale. Il clima sempre più freddo ed arido causò la migrazione da Oriente verso Occidente di varie specie di roditori sulla cui pellicce vivevano pulci, le quali erano parassitate da Yersinia pestis. Così favorito dalla migrazione dei roditori ed anche dalle navi infestate dai topi che da Costantinopoli attraversano il Mediterraneo, il batterio giunse in Italia e poi si diffuse rapidamente nel resto d’Europa. Qui trovò una situazione particolarmente favorevole per la sua propagazione: città sovrappopolate e dalle condizioni igieniche piuttosto precarie e un roditore, il ratto nero, che viveva a stretto contatto con l’uomo e le cui pulci quando pungevano trasmettevano il patogeno. Risultato nel giro di pochi anni scomparve almeno 1/3 o forse più della popolazione europea; e la pestilenza rimase endemica per oltre due secoli, quando qua e là ricomparivano nuovi focolai. Anche in questo caso un mondo umano era giunto alla fine: per alcuni storici fu l’autunno del medioevo e l’inizio dell’era moderna. Con la modernità, poi, gli europei scoprirono rotte oceaniche e nuovi continenti: i commerci internazionali si moltiplicarono a dismisura. Anzi, con la scoperta dell’America e la circunnavigazione dell’Africa si rese possibile raggiungere l’Oriente via mare, prese corpo la prima vera globalizzazione dell’economia. Così, da allora fu possibile per germi patogeni attraversare gli oceani mediante vettori umani e raggiungevano nuovi continenti. I conquistadores spagnoli portarono in America non solo le loro armi da fuoco, le loro piante e i loro animali addomesticati, ma anche i loro patogeni: il vaiolo, il morbillo e persino la semplice influenza furono letali per milioni e milioni di nativi americani poiché, isolati nel nuovo mondo dal resto della popolazione mondiale da un lasso di tempo considerevole, non avevano da contrapporre a detti patogeni alcuna difesa immunitaria. Queste malattie importate involontariamente dagli europei furono tra le cause determinanti, forse più della conquista militare e culturale, della fine delle civiltà precolombiane. Era un altro mondo umano che finiva.
    Queste sintetica ed essenziale storia naturale illustra i principi naturalistici sopra esposti: che la storia umana è frammento di quella naturale; che gli uomini per sopravvivere e migliorare le loro condizioni di vita si adattano a situazioni nuove ed impreviste; che le conseguenze più o meno remote di tali azioni sono imprevedibili e a volte catastrofiche, ben oltre le migliori intenzioni. La domesticazione delle piante e degli animali, originata come adattamento culturale per far fronte ai cambiamenti climatici dell’Olocene, ebbe grandiose implicazioni per la vita umana, molte non previste né prevedibili. Sorsero le città e si sviluppò il commercio; tale passaggio dell’uomo alla civiltà rese possibile lo sviluppo della politica e delle leggi, della matematica e della filosofia, dall’arte e della poesia, ma c’era nell’attraversare le porte della civiltà un prezzo amaro da pagare, come – tra le altre cose – le pandemie. Ignorando per di più le vere cause di questi fenomeni, gli uomini cadevano vittime dei loro modi di vivere, così come anche delle loro superstizioni e di false credenze, né quindi erano in grado di porvi rimedio. E il loro destino era governato da eventi naturali che non potevano controllare. E se oggi qualcosa è cambiato, crediamo in meglio, lo dobbiamo solo al progresso della conoscenza scientifica: riusciamo a scoprire qualche causa, troviamo qualche rimedio (i vaccini o gli antibiotici, ad esempio). Ma alle vecchie credenze e superstizioni, alle malsane abitudini oggi se ne aggiungono di nuove. Tutto ciò rende piuttosto inverosimile il buon proposito di uscire dall’attuale pandemia migliorati in qualche modo, specie in senso etico-politico.
    Infatti, questa storia di sciagure è lungi dall’essere finita. Con la rivoluzione industriale e la continua innovazione tecnologica nei mezzi di trasporto, viaggiare attraverso il globo divenne sempre più facile e veloce. Così anche la globalizzazione dei germi patogeni è divenuta sempre più rapida ed estesa. Oggi la lenta quarantena imposta dal lungo viaggio per terra e mare, è stata sostituita da viaggi rapidissimi tra i continenti: non si fa più tappa a Samarcanda o a Costantinopoli, e in poche ore di volo a bordo di un areoplano si attraversa l’intera via della seta. E con ciò, virus ed altri microbi possono viaggiare sempre più velocemente attraverso tutto il pianeta. Solo negli ultimi cent’anni circa si sono verificate grandi pandemie, nonostante la scoperta di antibiotici e la messa a punto di vaccini in grado di curare patologie un tempo incurabili: la spagnola, l’Ebola, l’HIV, la SARS ed ora, tra molte altre, il COVID-19. E non c’è dubbio che la diffusione su scala planetaria di questi patogeni sia stata resa possibile dall’impetuoso incremento degli scambi. Gli uomini, come le piante e i loro animali addomesticati, sono vettori di virus e batteri che trasportano in tutto il mondo sempre più rapidamente. Più in generale, il traffico internazionale introduce, volontariamente o meno, specie alloctone di piante e animali nelle più remote parti del pianeta, minacciando la biodiversità che si era prodotta nel tempo geologico proprio per parziale o totale isolamento geografico. Come non pensare alle isole Galápagos, la cui straordinaria fauna, resa celebre da Darwin, è oggi seriamente minacciata da specie introdotte dai coloni?
    Per ritornare alle pandemie, la febbre spagnola fu causata da un virus dell’influenza di cui non è noto come e perché mai divenne particolarmente aggressivo. Diffusasi verso la fine del primo conflitto mondiale, e alcuni pensano favorita dalle precarie condizioni igienico-nutrizionali conseguenza del conflitto e dalla mobilitazione di milioni di soldati, la spagnola fece almeno 50 milioni di vittime in tutto il mondo, dalla Cina agli Usa, attraversando per l’Europa. L’HIV era in origine un virus che infettava i primati selvatici dell’Africa equatoriale, poi meno di cent’anni fa, in conseguenza dell’uso indigeno di macellare e consumare carne di scimmie il virus è stato tramesso (spillover) all’uomo e da allora si è diffuso in tutto il pianeta con milioni di vittime. Anche la SARS è un tipico caso di spillover: si è originata dalla tradizione da parte delle popolazioni rurali della Cina di macellare e consumare, anche in condizioni igieniche assai precarie, ogni sorta di animale selvatico. Sembrò in un primo momento che la causa della diffusione del virus provenisse dal consumo della carne di un piccolo mammifero selvatico, il musang o civetta delle palme. In seguito, si è poi scoperto che il coronavirus della SARS, denominato SARS-CoV, era stato tramesso all’uomo dal musang, ma tramite i pipistrelli. La stretta somiglianza tra il virus della SARS e quello del COVID-19, denominato ufficialmente SARS-CoV-2, fa pensare ad una comune origine animale. Si pensa, infatti, che l’attuale pandemia si sarebbe originata in una regione della Cina da un caso di spillover da pipistrelli, virus che avrebbe avuto come primo focolaio il mercato delle carni di Wuhan. Alcuni sospettano, invece, che il virus sia uscito accidentalmente da un laboratorio sito nella stessa città, dov’erano in corso degli esperimenti per la produzione di vaccini contro la SARS o l’HIV. Epidemiologi e virologi da tempo prevedevano la possibilità di catastrofiche pandemie; accelerandosi in futuro il ritmo e la vastità degli scambi commerciali il rischio dovrebbe proporzionalmente aumentare.

    Se questa storia naturale ci insegna qualcosa, piuttosto che l’auspicato miglioramento etico, è che non siamo noi a vivere su di un “fragile pianeta” che violentiamo, ma che è la nostra vita ad essere fragile su questo pianeta governato dalla natura extramorale del mondo, che è al di là del bene e del male e del tutto insensibile alle sorti dell’umanità. Ricordiamo il ciclo vitale del sipo matador.

  2. L’ultima spiaggia
    (A un mese dal primo invito-appello di Orlando Franceschelli)

    Poche parole per rispondere anch’io all’invito e alle riflessioni – quanto mai empatiche e urgentemente significative – di Orlando Franceschelli a intervenire in questo flashmob filosofico per fare il punto sulla situazione, non tanto dal punto di vista scientifico ma osservando responsabilemente il cammino dell’uomo nei confronti della natura e di se stesso. Come affermava infatti Aristotele “Tutte le altre scienze saranno più necessarie della filosofia, ma nessuna superiore”.
    E’ proprio la saggezza della filosofia dunque che può insegnarci – come già di fatto accaduto altre volte nella storia dell’homo sapiens – a ritrovare il senso profondo del nostro essere incuneato casualmente nel continuo e ininterrotto svolgersi di un unico, cosmico ripetersi dei fenomeni della natura. Che erroneamente spesso abbiamo considerato altro da noi e che tragicamente, proprio oggi che il progresso scientifico ha raggiunto (per ora) il suo culmine, sembra rivolgersi contro chi – il genere umano – ha abusato delle proprie capacità intellettive per costruire meccanismi che hanno finito di rivolgersi contro il loro stesso autore.
    L’aveva già detto proprio Albert Einstein che “Il progresso scientifico, se non sarà accompagnato da un contemporaneo sviluppo morale e filosofico, rischia di provocare più danni che vantaggi per l’umanità”.
    Ma è, ahimè, evidente che pochi gli abbiano dato ascolto, perché pare che l’umanità – o meglio i gruppi di potere che la dominano e sovrintendono – ha preferito inseguire i propri interessi economico-politici per costruire una realtà globale in totale controtendenza ad una visione eco-sostenibile del pianeta e dei suoi abitanti.
    Il fatto è che noi non siamo niente di fronte alla natura (virus compresi) e credo che renderci conto di ciò non possa che farci bene!
    Prendiamola dunque con filosofia (non quella “de li academici e de li pedanti”, come diceva Giordano Bruno) e cerchiamo di concentrarci (e prepararci) per un mondo futuro migliore, fuori dalle esclusive logiche capitaliste e barbaramente produttive.
    Questa forse non sarà proprio l’ultima spiaggia ma certamente rappresenta pur tuttavia un ulteriore tentativo di approdo verso un nuovo – e innovativo – modo di concepire il nostro essere nelle cose, non come una dicotomia ma bensì come un consapevole immergersi nell’unicità del tutto che è sempre stato e sempre sarà.
    Come fare allora a non calarsi ancora una volta nell’antica saggezza dei pensatori presocratici – non starò qui certo a dilungarmi in citazioni accademiche e inutilmente autoreferenziali – per i quali la stessa filosofia, mai disgiunta dalla ricerca scientifica, era comunque indissolubilmente unita alla vita reale in un unico essere-divenire mai disgiunto dall’esistenza individuale?
    La saggezza non ha tempo ne’ età. Sta dentro di noi e sta a noi – più che mai adesso nelle solitudine delle nostre obbligate reclusioni casalinghe – riscoprirla, così come si fa riaprendo carte smarrite nel tempo che richiamano pensieri e sensazioni mai assopiti e improvvisamente, magicamente attuali.
    E riscoprendo tutto ciò riattiviamo ancora una volta la nostra più vera mission umana e naturale al tempo stesso.
    E come non citare a questo punto le parole pronun¬ciate da Gerardo Marotta a dieci anni dalla fondazione dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici? “Per le sorti di un paese, quel che si decide nella vita degli studi è es¬senziale, Solo un popolo consapevole di sé e in grado di determinarsi può essere felice: e tale condizione può es¬sere preparata dal risorgere dello spirito filosofico, che è qualcosa di più della filosofia: è la capacità di un po¬polo di orientarsi e di promuovere la vita civile, le arti, la filosofia, di scoprire e seguire le sue più profonde vo¬cazioni di civiltà”.
    Per essere dunque e non (solo) per avere e imparare così a distinguere ciò che è giusto senza però imporlo a nessuno, a scavare nel proprio intimo senza però gonfiarsi di superbia, a cercare il perché delle cose senza convincersi che non c’è altro da sapere, perché la vera conoscenza è di tutti e di nessuno, come le onde di un oceano spinoziano che vanno e vengono in un unico abbraccio omnicomprensivo.
    Poche parole allora per ritrovarci insieme a tentare di trovare un senso a ciò che di terribile sta accadendo oggi, senza dimenticare però il passato e con lo sguardo vigile e attento rivolto verso un futuro che inevitabilmente prima o poi sarà.
    Lasciamo agli scienziati, ai medici e agli infermieri, ai virologi e ai politici, ai reparti di terapia intensiva e alle regole del lockdown l’arduo compito di dirci come e quando finirà. Consapevoli però che il dopo sarà ancor più difficile e che senza una vera e propria rinascita del più autentico spirito filosofico sarà difficile ri-orientare una sempre più sperduta umanità verso l’agognata ecoluzione che comunque l’aspetta.
    Prendiamola anche ottimisticamente: una volta finita questa pandemia mondiale (e prima o poi finirà!), dopo mesi di traffico vietato di macchine, navi e aerei e chiusura temporanea di fabbriche ed altro, ci sarà almeno una sensibile riduzione delle emissioni di anidride carbonica e via dicendo e questa nostra povera Terra respirerà un po’!
    Concludo con alcuni miei versi di qualche tempo fa – guarda caso dell’anno 2000, all’inizio dunque di questo millennio – che concludevano una poesia intitolata appunto “Cosa ci resta”.
    Perché – scomodando Friedrich Wilhelm Joseph Shelling – “l’arte (e dunque la poesia) è per il filosofo quanto vi è di più alto, poiché essa gli apre quasi il santuario, dove in eterna e originaria unione arde come in una fiamma quello che nella nature e nella storia è separato”.

    “Mai come adesso – forse –
    abbiamo tutti bisogno d’amore
    e ci osserviamo – timidi – in attesa di parole
    di gesti contatti sensazioni
    per arrivare in fondo a quel vuoto che ci assilla
    e ci attrae
    quel fiume caldo che trascina
    leggere immagini riflesse
    forme di noi
    canzoni”.

    Agnone, sabato 18 aprile 2020

  3. Giuseppe Montana

    MORTE E DESTINO AI TEMPI DEL
    CORONAVIRUS

    A tutti i medici caduti nella battaglia contro il covid 19,
    affinché possano trovare la pace

    Questa lontananza dalla vita concreta e ordinaria, che chiamiamo quarantena, permette forse di assumere uno sguardo più distaccato dalla cosa stessa (1), aprendo un sottile spiraglio tra il per sé e lʼin sè, tra noi ed il mondo là fuori.
    Ciò che balza con un certo fermento drammatico dallo sfondo in primo piano è la tragica caduta di tutti quegli spiriti dal camice bianco nelle trincee ospedaliere. Hanno davvero avuto la loro morte? Gentile diceva che chi muore, muore sempre a qualcuno. Unʼassoluta solitudine, pertanto, non conosce morte. E paradossalmente si può asserire che il solitario non muore: non può infatti morire di quella morte civile e morale, che è il diventare spiritualmente nullo per altri. Bisogna dunque a maggior ragione pensare la morte dei nostri medici, perché profondamente contraddittoria, e dove vibra e urla la contraddizione, lì è chiamato in causa non solo il singolo, non solo lʼumanità, ma persino Dio: un Dio che soffre come noi e che pertanto rende più acute le ferite del genere umano.
    Ma cosa significa pensare la morte, «signora assoluta»? A questa domanda esistenziale, Heidegger ha dedicato pagine dense e succose del suo Essere e Tempo(2). La sua riflessione personale inizia con una sorta di epochè fenomenologica, che pone sullo stesso piano dubitativo sia la concezione della morte come annientamento della persona, sia quella opposta che ravvisa in essa un passaggio, una trasformazione, nella permanenza di un nucleo di identità personale:

    finire significa cessare e ciò, di nuovo, in un senso ontologicamente variabile. […]Finire può determinare un che di non-terminato ( una strada in costruzione si interrompe) o caratterizzare come terminato qualcosa ( con lʼultima pennellata il quadro è terminato)(3)
    Tuttavia, la parità delle due interpretazioni comincia ad essere squilibrata a favore di quella dellʼindistruttibilità dellʼIo, sicché anzitutto «lʼesserci non perisce mai»(4), e anche qualora la morte venisse determinata empiricamente«come la fine dellʼesserci, cioè dellʼessere al mondo, ciò non implica nessuna decisione ontica se, dopo la morte, sia ancora possibile un altro essere, più alto o più basso, se lʼesserci continui a vivere o magari durando oltre se stesso, sia immortale»(5).
    Una volta messa tra parentesi lʼovvietà del dato empirico visibile, vacilla anche lʼovvietà della morte come mero annientamento. A fronte del dileguare dalla scena del mondo dellʼ Io che ci ha lasciati, risuona con tutta la sua potenza anapodittica il germe indistruttibile dellʼego cogitante nel suo eliminabile autoesperirsi:

    lʼente che ancora rimane non rappresenta una mera cosa fisica […]. Il non più è più che una cosa materiale senza vita. In esso si incontra un non vivente. […] Indugiando presso di lui nel memore lutto, quelli che restano sono con lui […]. Quelli che restano possono ancora essere con lui.(6)

    Eʼ vero che lʼanalisi della morte testé accennata «resta puramente al di qua, in quanto essa interpreta il fenomeno unicamente in vista di come esso»(7) potrebbe essere. Ma questa indeterminabile contingenza è preziosa: essa ci permette di porci liberamente a favore o contro il senso, con lʼausilio delle più intime e personali notizie intuitive.
    Lʼesserci esiste «via via già sempre, proprio in modo che il suo non ancora gli appartiene»(8), scrive Heidegger. Ciò vuol dire che la morte ci abita e ci riguarda. Ciascuno di noi accompagna la propria morte. Essa è unʼesperienza autentica se interiorizzata e attraversata. Non bisogna sottrarre lo sguardo a questa immane potenza del negativo, occultando il nostro modo dʼessere-alla-morte nella vuota indeterminatezza del si muore.
    I casi di morte possono essere certo lʼoccasione di una prima superficiale ed elusiva presa di coscienza della morte. Il si muore che sentiamo alla televisione o leggiamo nei giornali diffonde lʼopinione che la morte colpisca. Il morire viene così appiattito e ridotto ad una mera occorrenza, in evento pubblico che per essenza non è ancora perspicuamente il mio progetto esistenziale di un essere-alla-morte autentico, ma fuga di fronte alla morte nel consolatorio non tocca a me.
    Con la morte lʼesserci «incombe a se stesso, nel suo più proprio poter essere»(9). Si tratta allora di caratterizzare lʼessere-alla-morte come un essere-a-una possibilità: possibilità più propria, che lʼesserci non si crea o procura(10), ma che di fatto già solo esistendo vi si trova gettato e dejetto.
    Ora, dal momento che «la certezza della morte è accompagnata dallʼindeterminatezza del suo quando»(11), la schiusura di tale possibilità privilegiata o autentica si fonda sul poderoso atto del precorrimento. Il precorrente non elude, come fa lʼessere-alla-morte inautentico, bensì si rende libero per la morte, divincolandosi dalla dispersione nelle possibilità casuali impellenti, in modo da comprendere e scegliere davvero soltanto quelle che sente intensivamente più sue, conquistandosi.
    Precorrere la propria morte, allora, significa anticiparla col pensiero, dando forma e misura alla nostra vita e ai progetti posti al di qua di essa; con questo virtuoso atto di possibilizzazione, lʼesserci «spezza lʼirrigidimento sullʼesistenza via via raggiunta [preservandosi] dal ricadere dietro se stesso e quindi dal diventare troppo vecchio per le proprie vittorie»(12). La morte è perciò la possibilità dellʼimpossibilità di ogni possibilità: un intermittente scuotimento che ci ricorda del nostro essere-alla-fine, suggerendoci di tener conto del tempo che abbiamo a disposizione, ed aprendoci parimenti alle autentiche possibilità contratte nella nostra celata essenza.
    Orbene, se la morte è la più propria possibilità dellʼesserci il cui significato non si riduce ad un fatto fisiologico-naturale, ma rinvia invero ad un profondissimo secretum vitae, allora gli oltre 70 medici caduti per lʼepidemia, anche se non hanno avuto una dignitosa morte, ci hanno dischiuso un prezioso progetto. Con la stessa tenacia con cui il crociato Antonius – protagonista del Settimo Sigillo di Ingmar Bergman – intrattenne in una partita a scacchi la morte, permettendo a Jof, Mia e Mikael la fuga, disoccultando loro un progetto di vita, così i nostri medici hanno fatto per la loro patria. Hanno preso tempo alla morte per noi. Certo, nessuno può togliere allʼaltro il suo morire, eppure ci si può sacrificare «per lʼaltro in una determinata causa»(13). Questo loro lʼhanno fatto, e con un coraggio che li rende indistinti da Dio, sicché si sono lasciati muovere dal Suo stesso amore per la vita altrui, dallʼessere-per-altri.
    Eʼ proprio qui che si innesta il nostro secondo tema: il destino. Anche in questo caso, mi sembra utile ricorrere ad Heidegger. In Essere e Tempo, infatti, sorge a parola una concezione del destino che ci può aiutare a lumeggiare con nitidezza la recente richiesta di personale medico come task force nella battaglia contro il covid 19.
    Il destino è essenzialmente una chiamata. La chiamata «viene da lontano e va lontano. Dalla chiamata è colpito chi vuole essere recuperato alla sua competenza»(14). La chiamata, però, non enuncia nulla, non «dà alcuna informazione su eventi del mondo, non ha nulla da raccontare. […]»(15). Essa «non ha [nemmeno] bisogno di cercare a tentoni lʼoggetto del richiamo, e neppure di capire se si tratti o no di quello voluto»(16). Chi è chiamato viene soltanto citato in appello, di fronte a se stesso, di fronte alle sue possibilità. Non sono le disponibilità economiche, il successo nella società, lʼetà, il nome o la provenienza del chiamato ad essere sotto inchiesta, ma il suo sé. Per ciò la chiamata è «un chiamare indietro che chiama in avanti»(17): indietro, archeologicamente, alle proprie e irripetibili potenzialità originarie, per ribaltarle in avanti, teleologicamente, in un fine comunitario e singolare, che recuperi il chiamato dalla inautenticità, restituendolo alle sue possibilità più veraci.
    Inoltre, la chiamata, che viene dallʼalto e dallʼoltre, non è né programmata né preparata; chiama anzi contro ogni aspettativa e persino contro voglia. La chiamata giunge al chiamato e passa sopra di lui, in quanto è generazionale ed individuale. Essa emerge dal profondo del sé richiamato come un vincolante indebitamento sui generis e cioè si rivolge a lui per addebitargli una colpa nella guisa dellʼ«essere in debito […]del dovere qualcosa a qualcuno»(18); essa lo chiama alla responsabilità nei confronti di altri, strappandolo alla paura di non essere allʼaltezza.
    Il corretto ascolto di tale «richiamo equivale allora a un comprendersi nel più proprio poter essere»(19), cioè al proiettarsi al più proprio autentico poter essere per altri. Chi risponde alla domanda, pertanto, obbedisce alla sua più propria possibilità dʼesistenza. Allʼangoscia si accompagna la gioia agguerrita e consapevole per questa possibilità epocale.
    Ecco dunque che le numerose risposte positive da parte di giovani medici ed infermieri alla richiesta recente ed urgente di nuovo personale sanitario coincide con una presa di consapevolezza circa il loro poter essere nel mondo e con altri. Eʼ la coscienza morale che, in questo preciso momento storico, chiama noi alla resilienza nel prevenire il contagio e loro alla risolutezza nel curare. Questi ultimi, volendo prendersi cura degli altri con indulgenza e rispetto, giungono via via al loro più proprio, allʼessere via via sempre il loro, aggiungendo agli invarianti tratti dellʼumanità, delle inedite impronte.

    Note al testo
    1 Cosa stessa è qui da intendere come ciò che senzʼaltro si afferma e ha la forza di permanere indipendentemente dallʼoperare individuale e dalla nostra volontà. In questo preciso momento storico, la cosa stessa del pensiero comune, volente o nolente è, fra tutte, il coronavirus.
    2 M. Heidegger, Sein und Zeit, Niemeyer, Halle an der Saale 1927; tr. it.a cura di Alfredo Marini, Mondadori, Milano 2006. Citerò lʼopera (dʼora in avanti abbreviata ET) nella traduzione curata appunto da Marini, la seconda in lingua italiana. La prima, come è noto, è stata condotta da Pietro Chiodi, pubblicata nel 1953 dai Fratelli Bocca, per poi essere ulteriormente riveduta nellʼedizione curata da Franco Volpi (Longanesi 2205).
    3 ET, p. 346
    4 ET, p. 349
    5 Ivi, p. 350
    6 Ivi,, pp. 337-338
    7 Ivi, p. 350
    8 Ivi, p. 343
    9 Ivi, p. 354.
    10 Procurarsi la morte ricorrendo al suicidio è difatti un non senso. Se la morte è la possibilità ineludibile dellʼesserci, optare per il suicidio vuol dire convertirla in una necessita ineluttabile. Per altro, se lʼesserci è indistruttibile, il suicidio lo catapulterebbe in unʼaltra dimensione, privandolo del corpo ma non della memoria o del travaglio doloroso che lo ha spinto a tale atto disperato.
    11 ET, p. 364
    12 Ivi, p. 372
    13 Ivi, p. 339.
    14 Ivi, p. 382
    15 Ivi, p. 385
    16 Ivi, p. 386
    17 Ivi, p. 403
    18 Ivi, p. 396
    19 Ivi, p. 404

  4. Difficile e strana situazione quella in cui ci troviamo. Abbiamo assunto alcune misure concrete di prevenzione basilare per contenere e sconfiggere l’epidemia. Lo abbiamo fatto tempestivamente ed in autonomia ascoltando le indicazioni mediche. In ciò e solo in ciò coincidiamo con certe decisioni governative. Per i modi e gli argomenti usati dalle istituzioni e dalla grande stampa, per il disegno, per le priorità e le prospettive d’assieme siamo più che mai alternativi, quindi distanti e contrari ai poteri oppressivi, in tutte le loro articolazioni.
    – Un atto di umiltà –
    Che idee si fanno le persone (e noi tra loro) di quanto accade? La scienza fornisce alcune coordinate utili ma non può darci risposte certe, definitive, risolutive. In effetti bisognerebbe riconoscere che non sarà mai in grado di farlo perché siamo parte di un tutto, per convenzione chiamato universo, che come specie umana non possiamo giungere a conoscere completamente né tantomeno a dominare. Disgraziatamente è evidente che i poteri bellico-industriali, da sempre mobilitati per massacrare, sfruttare ed opprimere donne, bambini e uomini, possono corrompere, violare e distruggere una parte della natura come stanno facendo con il mondo che abitiamo. Non è difficile dedurre che lo sconvolgimento artificiale dell’habitat naturale abbia un nesso con patologie pandemiche ed endemiche. La popolazione mondiale tutta è scossa e minacciata, si sente esposta, percepisce la propria debolezza, in gradi diversi è oppressa dalla paura della malattia e della morte. È una condizione di necessità estrema in cui è più che possibile, indispensabile, riscuotersi e difendersi, imparare a proteggersi, riscoprire la forza dell’umanità, liberare il coraggio della cura, della guarigione. Si tratta dei sentimenti e delle ragioni, dell’opera e delle prospettive della vita che rintracciamo nel presente, aneliamo per il futuro, apprendiamo dal passato. Oggi più che mai è necessario avere una visione d’assieme, proprio perciò è il caso di cominciare con una riflessione ed un atto di umiltà. Siamo una specie particolare tra le altre. Possiamo scoprire tante cose concernenti il vivente ed avere delle certezze anche importanti, ma sempre relative e parziali: non abbiamo nessun diritto di contrabbandarle come verità assolute. Possiamo cambiare l’ambiente circostante e persino noi stessi, con rispetto e pazienza, in un senso positivo o viceversa con violenza e furia in senso distruttivo. Siamo una specie perfettibile quindi sempre imperfetta. Ci rendiamo confusamente conto, via via, di quello che avviene ma non conosciamo precisamente l’origine e lo sviluppo né tantomeno il rimedio ad un fenomeno nuovo e sorprendente, epidemico e letale come il coronavirus. Quantomeno abbiamo alcuni elementi sufficienti per provare a fronteggiarlo e dobbiamo saperli pensare ed interpretare. Consideriamo inoltre che questa malattia mondiale è in qualche modo frutto di alterazioni del sistema universale naturale, di cui siamo corresponsabili come specie umana.
    – Potenzialità umane –
    È quindi il momento di interrogarci sulle nostre potenzialità, senza smettere di riconoscerne i limiti, per mobilitarle ed impegnarle al meglio. La nostra salute è una questione psico-fisica, di equilibrio dinamico costante tra corpo e mente che si influenzano reciprocamente in permanenza. Siamo innanzitutto noi, con le nostre costruzioni e rappresentazioni mentali, che attiviamo, rafforzando o indebolendo, sviluppando o riducendo, le capacità del fondamento biologico, corporeo della nostra esistenza. L’organizzazione rappresentativa è inseparabile dall’organismo vivente umano. Uno stato mentale forte ed efficace aiuta la condizione fisica come questa sostiene un pensiero benefico.
    – Pensare il curare/si –
    Perché è così importante questo semplice approccio? Perché è basato su alcune conoscenze essenziali certe, è suffragato dall’esperienza, è alla portata di chiunque lo scelga, è innovativo e riserva importanti sorprese. Al tempo stesso è largamente ignorato e contraddetto, non per caso. I poteri oppressivi ci chiedono (a modo loro) “come state?” e ci suggeriscono o impongono “come fare”, non si preoccupano affatto di sollecitare come sentire e pensare alla nostra salute fisica e mentale. Il che rende più incerti e faticosi i risultati immediati della lotta al virus, addirittura più in generale e alla lunga si rivela scarsamente utile, disutile o addirittura dannoso. Si spiegano anche così decisioni ed informazioni contraddittorie provenienti dall’alto che hanno contribuito ad aggravare il caos causato dall’epidemia. Il loro non è un invito complessivo come il nostro “io penso a curare e curarmi” ma l’imposizione contingente e puntuale “io resto a casa”. Non si tratta di sottovalutare o sottacere la prudenza ma piuttosto di inquadrarla in una prospettiva più d’assieme, comune, di lungo periodo, non meramente individuale e passeggera. Perché non lo fanno? Innanzitutto perché non si fidano della gente comune e l’unica cura in cui credono è basata sul fare coercitivo (più o meno esplicito a seconda dei casi) ed eterodiretto. Una logica che fa leva sulle “leggi della savana” ovvero su una dubbia eredità evolutiva che ignora del tutto le capacità creative ed accrescitive delle persone, delle relazioni, delle comunità. Fanno ricorso alla paura piuttosto che al coraggio, obbligano alla fuga nel privato invece di stimolare la reciprocità attenta e benefica, propongono come al solito “protezioni” estranee ed estranianti. Ora, malgrado il valoroso impegno di tante/i donne e uomini del sistema sanitario – massacrato negli anni da più governi – che salvano tante vite, questo approccio statale non ha affatto ottenuto una responsabilità generalizzata e condivisa, come si è visto con gli esodi improvvisi ed assurdi da una città e da una regione all’altra o con i comportamenti pericolosi nella vita quotidiana. D’altronde il semplice e inerte “stare a casa” alla lunga non è certo una soluzione se non si imparano regole di vita sane e solidali, anzi può generare disagi psicofisici seri oltre ad incrementare i crimini “di famiglia” che colpiscono in primis donne e bimbi.
    – Risvegliare le coscienze –
    Questa psicologia, minacciosa per sé e per gli altri, è purtroppo diffusa tra tante persone. È il frutto amaro di un profondo sonno coscienziale. Non osservare il proprio mondo interno riconoscendo quello altrui ottenebra la visione del mondo esterno. Non saper interrogare sé stessi e chi ci è vicino ci predispone ad accettare qualsiasi menzogna diffusa da sconosciuti spesso anonimi. L’ossessione del fare riduce la dimensione propria dell’essere umano ad un mero trascinarsi esistenziale. Ci sono però persone che cominciano a scuotersi. Le sardine ne sono un esempio limpido e genuino. Persone che ci chiedono e ci dicono, reagiscono alla difficoltà del momento provando a rappresentarsi più compiutamente la vita, cominciano a capire il valore dirimente dello scegliere e di scegliersi migliori con le altre. L’agire così diviene più coerente ed attento, consapevole ed utile. Le decisioni che si prendono quotidianamente si collocano nella riscoperta delle proprie capacità elettive complessive. Sono segnali di risveglio delle coscienze, della riscoperta di una ragione sentimentale del nostro essere al mondo che permette, aiuta, indirizza il curarsi ma di più: è una cura miracolosa essa stessa. Quella ragione sentimentale del bene che può sfidare la ragion di Stato dominante causa di tanti mali. Quella ragione sentimentale che ci appartiene profondamente e se ridestata e ben indirizzata può guidarci, anche in un momento di seria difficoltà come questo, verso la felicità possibile.
    – La politica senza maschera –
    Intanto la ragion di Stato continua ad imperversare sempre sorda e strumentale verso i sudditi, avida e viscida nei suoi loschi affari, presuntuosa e fredda di fronte all’umanità dolente. Adesso comincia a trapelare come la rapida e terribile diffusione del coronavirus in Lombardia sia legata all’abbondanza delle polveri sottili, frutto avvelenato di uno sviluppo industriale dissennato e delle concentrazioni urbane tossiche che tuttora con incredibile cinismo vengono esaltate! C’è stata, da parte di padroni, governanti e amministratori, una trascuratezza generalizzata delle condizioni di sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori, cominciando da quelli della sanità. Persino nelle zone più colpite dall’epidemia, come la Lombardia ed il bergamasco in particolare, si esita ancora a chiudere tutti gli impianti industriali inessenziali. Accumulo e sovrapprofitti, divinità di lor signori, reclamano sacrifici da chi lavora fino a metterne a rischio la vita. La lentezza nell’arginare il pericolo è anche frutto dell’ingordigia padronale che è stata assecondata da tutti i partiti statali. In qualsiasi frangente il sistema di potere oppressivo cerca di controllare e manipolare la grande maggioranza delle persone comuni, molte delle quali, come gli immigrati e gli homeless, sono escluse de iure e de facto dai diritti di cittadinanza. La logica negativa dei poteri oppressivi culmina in un sillogismo fatale: quanto più prevale tanto più fallisce, ed il suo fallimento la sospinge ad accanirsi ed incattivirsi ulteriormente verso le genti. Questo nuovo stress test dovuto all’epidemia è rivelatore. La decadenza che vivono le democrazie si aggrava, l’autoritarismo malcelato dalle untuose dichiarazioni ufficiali si fa strada nella ristretta mentalità predatoria, questa sì da “savana”, dei governanti. È opportuno ricordare che in questi casi tende a prevalere l’originale, il modello più collaudato che non è il fascismo o lo stalinismo (i cui tratti o residui pure fanno la loro apparizione), ma il dominio più longevo e organicamente oppressivo che l’umanità ha conosciuto: quello imperiale. Qual è l’impero più duraturo, basato storicamente, con alle spalle una “filosofia” della guerra e della comunità coatta, capace anche perciò di adattarsi preservandosi? La Cina, che attraverso millenari cambi dinastici e di regime ha però mantenuto un certo tipo di struttura e controllo burocratici di varie etnie racchiuse in un territorio protetto. Un impero capace di estrema e implacabile violenza nei suoi confini – ricordiamo Tien an Men – ma attento negli ultimi decenni a non farsi coinvolgere da conflitti internazionali. Un impero che cresce nella sua potenza industriale e tecnologica sottoponendo i suoi sudditi ai più aspri sacrifici, ad uno sfruttamento ed un inquinamento mostruosi, privandoli delle libertà formali borghesi, ma promettendo “sicurezza” come sembra aver garantito, non senza forti ritardi e colpevoli silenzi, di fronte all’epidemia. L’influenza cinese è destinata a crescere nel mondo non solo economicamente ma soprattutto ideologicamente, in maniera diretta o indiretta. Viene o verrà vista come un’alternativa o un correttivo alle democrazie decrepite. È già così in Corea del sud dove la democrazia nell’emergenza medica è già intesa stile “grande fratello” con telecamere nelle case di tutti i malati. Oppure nella “civilissima” Gran Bretagna dove un serial killer si aggira per Downing street. Prima di ravvedersi stava seguendo le orme di alcuni suoi compaesani in camice bianco che da tempo mettono in atto un protocollo di “eutanasia” programmata nei confronti di persone anziane, e addirittura una “linea guida del Royal College of Paediatrics and Child Health (…) che consente espressamente che i trattamenti per il mantenimento in vita siano negati ai bambini se la loro «qualità di vita» è ritenuta insufficiente” (si veda il Foglio del 17 marzo 2020). Per non parlare delle follie trumpiane che spaziano tra muri, liquidazione dell’“Obamacare” e atteggiamenti pubblici di invito all’imprudenza rispetto al virus, salvo poi svoltare drasticamente. Ancora pensiamo a Macron che all’inizio ha assistito e avallato le dissennate promenade e pomiciate giacobine libertine sul lungo Senna di una piccola borghesia parigina frustrata, per dare tardivamente un cambio suggerito dalle… Borse. I governi, ovvero i loro comitati d’affari o consigli d’amministrazione, esitano e decidono, mentono e si smentiscono, blandiscono e reprimono, tranquillizzano e terrorizzano, millantano e spergiurano. Sono oramai l’unica espressione della politica. Infatti i partiti sono spariti se si eccettua il messaggio di Zingaretti sulla sua positività al virus e qualche invocazione isterica alla leva obbligatoria del truce. Dove sono finiti gruppi ed organizzazioni di sinistra? Esprimono alcune sacrosante denunce di malefatte governative, avanzano talvolta rivendicazioni allo Stato, trascurando o ignorando il quadro umano d’assieme che si viene determinando, oppure c’è il caso del giornale Lotta comunista (numero di febbraio 2020) che dedica un articolo a ciò che chiama “Virus della superstizione” definito una “gaglioffa speculazione elettoralistica”, confermando così, oltre ad un certo cinismo, il passaggio del suo marxismo dalla scienza alla fantascienza. Unica notevole e lodevole eccezione, a nostra conoscenza, è rappresentata dalla riflessione d’assieme sull’epidemia e dalle azioni solidali per contrastarla avviate dai Centri sociali del nord-est. Gli atteggiamenti prevalenti a sinistra fanno il paio ed aggravano l’indicibile settarismo o la spocchia mostrata da quasi tutti questi raggruppamenti verso le sardine e la semplice radicalità del loro messaggio. Si tratta purtroppo del tragico compimento di una lunga parabola di chi ha continuato a credere nel riscatto politico o alla possibilità di una nuova politica. Purtroppo così non è: la politica, anche quella democratica in tutte le sue sfumature e compresa quella che si proclama rivoluzionaria e/o comunista, è un affare di Stato. In quanto tale radicata nell’uso della violenza e nella predisposizione e preparazione alla guerra (persino contro il virus l’hanno dichiarata la guerra non rendendosi conto del paradosso). Qualsiasi pratica politica comporta l’allontanarsi dall’umanità e dai suoi tratti più essenziali, il non comprendere o il disinteressarsi della centralità del mondo interno. Alla fine la politica, tutta la politica, torna alle sue scaturigini prime. Dietro la maschera svela le sue perenni origini e vocazioni belliche, coercitive e repressive. La prova non sta solo nei conflitti armati ma nella permanente offensiva contro le donne, nel razzismo popolare e statale, negli intenti biopolitici e tecnologici di controllo e perversione della comunicazione e delle scelte umane; e nel fatto che ogni soggetto politico cerca invariabilmente di prevalere sugli avversari di turno attraverso la sopraffazione, l’inganno, lo scontro. La ragione raziocinante dei potenti oppressori, nelle sue differenze che vanno sfumando, è divenuta per tutti la tragedia dell’irrazionalità umana. Si dipana in ogni dove come incomprensione della specie a cominciare dalla rimozione del genere femminile che la crea, la cura e l’accresce.
    – Un crocevia esistenziale –
    Nell’urgenza del momento ed oltre avvertiamo di essere di fronte ad un crocevia. Prioritario è contenere e sconfiggere l’epidemia ma mentre ci proviamo l’assieme delle nostre predisposizioni intime è messo alla prova; al tempo stesso lo sono gli assetti pratici dell’esistenza e ci si interroga sul dopo. Guardiamole le diverse direzioni possibili. C’è la strada del “nulla sarà più come prima”, riproposta da giornalisti e politici poveri di immaginazione, ricetta in apparenza insignificante ma in effetti fatalista e quindi mortificante delle nostre capacità elettive. C’è, gettonatissimo, il mantra che predica “il ritorno alla normalità”. Mah: normalità? Quand’è che cominceremo a capire che la loro normalità non esiste? Non è umanamente normale la guerra permanente, la violenza contro donne e bambini, la ferocia xenofoba e razzista, la società sempre più massificata e ossessiva, estranea e pericolosa. C’è allora la speranza virtuale: ma sì, rifugiamoci nel web, intossichiamoci di notizie false o distorte, forniamo i nostri dati personali e trasformiamoli in una merce, inventiamoci rapporti effimeri ed ingannevoli, compromettiamo le nostre capacità cognitive, smettiamola di affaticarci a pensare con la nostra testa e i nostri tempi affidandoci agli elettrodomestici; poi però non ci lamentiamo di ritrovarci più poveri e deboli umanamente… C’è il grido della ribellione, la conflittualità permanente modello “gilet jaune”, che promette qualche scarica di adrenalina e produce una crescita esponenziale di frustrazione ed impotenza a pensare positivo. Viceversa c’è il rifugio ulteriore nel privato, ovvero continuare nella condizione di cattività che stiamo forzatamente sperimentando in questi giorni. C’è la solita formuletta che recita “la vita continua” e quindi propone rassegnazione e sottomissione in attesa che altri virus e guerre autentiche di svariato tipo, ordine e grado ci colpiscano. Oppure c’è la possibilità ed il diritto, addirittura la necessità, di inventarsi un’altra vita, la nostra vita, più degna di essere vissuta e goduta anche affrontandone le difficoltà. Si può concretare questa possibilità se si fuoriesce dalla tempesta emozionale che già imperversava prima ed ora si è aggravata e rischia di cristallizzarsi diventando endemica: tanti ne sono preda. Proviamo a riflettere non fermandoci alle prime impressioni, riprendiamo il controllo delle nostre fantastiche risorse mentali. Perché altrimenti le facoltà già maltrattate si annebbiano. L’intelligenza sferraglia come un meccanismo arrugginito o si paralizza per la paura invece di elaborare nitidamente le intuizioni avvertendoci delle possibilità e dei pericoli. La memoria si ferma all’immediato oppure rincorre tragedie passate, invece di ripercorrere i passi del nostro cammino e di ricordare le grandi sfide vinte dall’umanità, e da ciascuna/o di noi, anche nei momenti più tristi e malgrado padroni e governanti. La creatività si limita ad aprire una finestra e cantare una brutta canzone che, sfidando la scaramanzia, racconta “siam pronti alla morte”, invece di scatenare le nostre intenzioni teoretiche ed affettive per preparare la riscossa e progettare quanto siam pronti alla vita. La ragione si avviluppa nel calcolo delle probabilità e del tempo di fine epidemia senza averne evidenze invece di reperire e vagliare i dati fondamentali ed assemblarli con cautela valutando le linee di tendenza e le possibilità reali. Il sentimento spesso precipitato in odio o, comunque, rimpicciolito nella pura dimensione emozionale diventa timor panico invece di elevarsi finalmente per dare un senso all’amore per l’umanità e la vita stessa, e così ritrovarsi nell’amore degli amori, degli amici e di noi stessi. Cioè trovare il coraggio. Già, perché chi ama la vita tutta, in tutte le sue manifestazioni, può trovare il coraggio necessario di sé e degli altri e la via giusta in questo crocevia.
    – Riscoprirci più e meglio umani –
    Molti, trascinati dall’umanissimo ma non elaborato bisogno di tornare a casa o di incontrarsi, si sono messi in viaggio o si aggirano per le città, mettendo così a rischio se stessi e i propri cari. Comprensibile ma inaccettabile. Un conto sono le uscite individuali indispensabili per bisogni essenziali, tutt’altro sono le trasferte moltitudinarie e lo scorrazzare in comitiva. Ribadiamolo: è necessario convincerci e convincere le persone alla massima attenzione nei comportamenti, criticando atteggiamenti di irresponsabilità sociale e relazionale che purtroppo sono espressione della crisi di ragione sentimentale non meno che del disfarsi crescente delle società statali. Al tempo stesso rifiutiamo e condanniamo gli eccessi repressivi o intimidatori da parte delle istituzioni verso la gente comune. Sappiamo che certe movenze autoritarie possono attecchire facilmente in un contesto di fragilità o degrado coscienziale accentuato, come quello italiano. Inoltre l’ostilità gratuita o l’accanimento legalitario nei confronti di persone palesemente in movimento per necessità senza costituire un pericolo non aiuta affatto l’impegno collettivo contro il virus e rischia di fomentare crisi di nervi massive. È un segnale confortante che in tanti dimostrano di assumere e praticare un principio di responsabilità che scaturisce da una positiva scossa altruistica e può crescere e radicalizzarsi in termini affettivi e morali. Ci rapportiamo a un numero crescente di donne e uomini di ogni età, di diversa estrazione e collocazione, che ci restituiscono e recepiscono questo spirito. Da loro riceviamo la spinta ulteriore a svolgere, precisare e rendere più coerente il nostro impegno umanista socialista, ed a loro lo offriamo. La fondamentale opera di convincimento, ascolto ed accompagnamento che stiamo conducendo punta ad un’attività dello spirito non alla pura passività. Curarsi e curare implica certamente prudenza, cautela, rispetto e spiegazione delle regole note, ma questo è solo l’inizio. Abbiamo bisogno di una forte, convinta e costante mobilitazione delle nostre energie essenziali migliori. Nel momento più buio della decadenza possono brillare le luci di modi diversi di concepire e condurre la vita. È il tempo di riscoprire ed elaborare le intenzioni concrete che ci animano. Innanzitutto la capacità di rappresentare la vita globalmente, di immaginarla, progettarla, anelarla. Capacità che alberga in profondità in ciascuna/o di noi ma che spesso non possediamo, affidandola o appaltandola a palazzi lontani e freddi. Eppure ne sentiamo il calore e la potenza nei sentimenti che insorgono verso altre persone, verso il resto dell’umanità, verso altre specie, verso la natura tutta ed è proprio di questo che possiamo e dovremmo fare teoria e cultura. Possiamo intuirne l’importanza cruciale, proprio ora che fronteggiamo la minaccia virale, come salvaguardia, crescita e cambiamento possibile. Sta in noi e ad ognuna/o di noi interpretare la crescita, l’amore, la creazione vitale cui siamo predisposti e che sentiamo urgere, forse ancora incompresa. Sta a noi assieme: sentendoci, incontrandoci (in sicurezza, of course), ascoltandoci, confrontandoci, ritrovandoci anche a distanza. Ci accorgeremo così della straordinaria similitudine che percepiamo nelle relazioni e nelle collettività scelte e della non meno stupefacente diversità di cui siamo protagonisti in ogni passaggio della nostra soggettività. Scopriremo così quanto tendiamo alla vita in maniera irrefrenabile ma dobbiamo imparare a farlo e persino la tragedia incombente ci sollecita in questo senso. Specialmente adesso è più possibile finalmente imparare a riconoscere e scegliere il bene e il male. L’attualità dei valori morali ed etici da riconquistare e rifondare, da impersonare e sperimentare è irrinunciabile. Dentro e fuori di noi avvertiamo quanto riguarda la prossimità o la distanza con le altre e gli altri ad ogni livello, dal più semplice al più complesso. Quindi le protagoniste e i protagonisti di una risorgente ed appassionata ragione sentimentale possono rivelarsi e ricongiungersi come soggetti a tutto tondo. Persone che sono, rappresentano ed agiscono in relazione ed assieme. Lo sperimentiamo concretamente negli scambi interpersonali con tante amiche ed amici, nelle squadre de La Comune, nella Scuola internazionale, nella distribuzione del giornale, nella ricerca teoretica. Lo verifichiamo particolarmente nella campagna di autofinanziamento che anche in questi giorni così complicati continua a svolgersi dimostrando la qualità e la coerenza delle/i nostre/i compagne/i ed il valore e la generosità di tante e tanti che ci donano denaro ma soprattutto convinzione e determinazione per la nostra opera totalmente indipendente. Intravediamo e saggiamo il senso di poter essere più e meglio umani dedicandoci alle altre e agli altri. Il progetto e il programma, l’idea ambiziosa e la pratica modesta e concreta di quella comunanza libera ed alternativa da cui traiamo origine e prendiamo il nome, appaiono sempre più attuali, concreti, veri, utili, liberi, benefici, belli e possibili.
    Dario Renzi (i lineamenti fondamentali di questo testo sono stati presentati e discussi nella Direzione teoretico metodologica della Corrente umanista socialista)

  5. Considerações pessoais do tradutor sobre o artigo de Orlando Franceschelli (introdução)

    O artigo de Orlando Fraceschelli, professor aposentado da Universidade Sapienza de Roma e autor de numerosos estudos e traduções sobre pensadores como Karl Löwith e Charles Darwin, aqui traduzido por mim, docente do Departamento de Filosofia da UnB, mostra um momento importante e fundamental debate a ser realizado por todos nós sobre a Covid 19.
    Quando o colega Orlando me enviou o artigo, imediatamente parei as demais atividades que desenvolvia e passei um dia todo debruçado na sua tradução, pois achava urgente introduzi-lo no debate em língua portuguesa. Assim, ele acaba de ser agora compartilhado na página da Associação de Pós-Graduação em Filosofia (ANPOF), o órgão mais importante de pesquisa acadêmica de pós-graduação em Filosofia no Brasil:
    Além disso, ele está circulando, desde quando a tradução foi concluída, com inúmeros interessados no tema, não apenas filósofos ou professores da disciplina, mas todos os que se interessam por uma reflexão humanística e acadêmica diante da pandemia. Por isso, agradeço à UnB também por divulga-lo por este canal. Aliás, ele já tem sido compartilhado com os meus alunos num fórum de discussões que estabeleci na Plataforma Aprender UnB, sendo também compartilhado em disciplina de pós-graduação que ministro conjuntamente com meus colegas Agnaldo Cuoco Portugal e Marcos Aurélio Fernandes.
    Passemos ao texto, a proposta do nosso colega italiano é realizar, como ele mesmo diz, um flashmob filosófico e, nesse sentido, atingir um bom número de pessoas interessadas num debate ágil e com ritmo. Contudo, está equivocado quem pensa que agilidade e ritmo pressupõe reflexão apressada, pois o que ele proporá é exatamente o oposto. Segundo ele, é preciso que reflitamos agora que tipo de combate queremos estabelecer com o vírus da Covid 19. Ainda mais: é preciso que tenhamos consciência dos nossos limites naturais e nos perguntemos, sem saudosismo ou romantismo, por qual motivo parece que toda a humanidade adoeceu.
    Assim encontra-se aqui uma reflexão que, buscando também nas fontes gregas e clássicas, nos traz de volta ao tema da natureza e nos faz refletir sobre o quanto acabamos por nos divorciar da nossa própria espécie e por negá-la. Logo, queremos vencer a guerra contra o vírus para que? Para continuarmos a cometer os mesmos erros que fizemos até então ou para, de fato, mudar nossas atitudes e evitarmos outras catástrofes como essa?
    Em tempos onde parece que se coloca diariamente o falso dilema entre salvar a economia ou a saúde, o texto de Fransceschelli pode ser iluminador. Economia significa a administração da nossa casa comum e a casa comum de todos os homens é, antes de mais, a Natureza.
    Marcio Gimenes de Paula
    Brasília, 26 de março de 2020

  6. DIARIO DELLA QUARANTENA
    “Avrai dei momenti difficili, ma ti faranno apprezzare le cose belle alle quali non prestavi attenzione”. Questo è un brevissimo passo di quanto viene espresso in “Genio Ribelle”, un film del grande Robbie Williams. Ho ritenuto fosse il modo migliore per iniziare a scrivere. In questo periodo, ci ritroviamo ad attraversare un tunnel di nome Covid-19, un tunnel lungo, stretto, buio, freddo. Ci sentiamo inermi nel dover affrontare questo “nemico sconosciuto”, essere costretti a lottare ad occhi chiusi, inconsapevoli contro chi effettivamente stiamo lottando. Per quanti, molti, potessero sentirsi invincibili, si sta lentamente riscoprendo il senso di umanità, è un po’ come se nel corso del tempo, sopraffatti dai nostri lavori, dalla nostra smania di dover emergere ad ogni costo, dal bisogno di dover costantemente apparire piuttosto che essere, avessimo ricoperto il mondo di una natura innaturale. Credo sia più che giusto dover inseguire i propri sogni, difendere i propri ideali, sentirsi realizzati a pieno, ma è come se in qualche modo tutto questo ci avesse fatto dimenticare la cosa più importante, siamo esseri umani. L’Italia rallenta, l‘Italia si ferma, il Mondo si ferma, prendiamo fiato. Sono certo anche che in questo momento, nell’affascinante silenzio che domina l’universo (finalmente) si sente il mondo respirare. In uno scenario oramai apocalittico, dove le giornate scorrono purtroppo all’ordine dei contagi e dei decessi, mi piace pensare che forse, tutto questo, in qualche modo ci sta offrendo l’ opportunità di vedere. L’occasione di rispolverare un po’ la nostra sensibilità, di guardare, di ascoltare, di accorgersi, di apprezzare. La bellezza di rendersi conto magari, che alla fine, vaghiamo e vaghiamo alla ricerca di qualcosa che ci possa far sentire vivi, rendendosi poi conto che quel qualcosa è sempre stato li, sotto i nostri occhi, eravamo solo accecati dalla routine, dalla quotidianità, dall’incessante gara al “chi guadagna di più”, eravamo solo accecati. Ogni giorno, come fossero gocce di pioggia incessante, veniamo inondati da continue news su Covid – 19, quasi con la stessa frequenza delle fake-news (non riusciamo a trattenerci neanche in queste occasioni), personalmente ho sempre ritenuto che tutto debba avere un proprio equilibrio e, come nelle ricette, se si esagera con un determinato ingrediente, si rischia di non arrivare ad ottenere il risultato desiderato. Telegiornali, post sui social, messaggi sulla cura dell’igiene. E’un po’ come se si comprasse un puzzle, contenente più pezzi di quanti ne siano effettivamente necessari per completarlo. Apprezzo in particolar modo, invece, quei messaggi che sottolineano quella bellezza dietro le quinte, che ci porta a riscoprire il piacere ad esempio di preparare un dolce in famiglia, di ritrovarsi a tavola tutti insieme, senza l‘ansia di dover scappare di li a poco, di leggere un libro, di vedere un film, magari scoprire qualche particolare passione, dello splendore insito nella famiglia. Credo che le persone, oltre alla giustissima necessità di aggiornamenti sull’effettiva situazione, abbiano bisogno di conforto, di sentirsi dire che tutto andrà bene davvero (anche in occasioni in cui effettivamente non sarà cosi), di non sentirsi sole. Si ha bisogno di quella tempra che tanti chiamano speranza, non è illusione, ma credere che le cose in un modo o nell’ altro si sistemeranno, che tutto tornerà a seguire il proprio corso. Per questa ragione, una volta ascoltate tutte le news sulla situazione al mattino, accendendo la Tv, in qualsiasi fase della giornata, tendo a driblare i programmi che tendono a ripetere incessantemente le stesse notizie già ascoltate, piuttosto preferisco prendere e guardare un bel film, sul divano, accanto a mia madre, mio padre, entrambi. I veri momenti in cui sento di respirare durante questa quarantena, sono proprio questi. Parlare, ridere, scherzare, un film, un ballo, una partita a carte. Desidererei tanto sapere quanto tempo sia passato dall’ultima volta che la maggior parte di noi ha dedicato a queste cose. C’era davvero bisogno di un virus per accorgerci di quanto bello sia il mondo? C’era davvero bisogno di un virus per accorgerci che non siamo altro che viaggiatori di passaggio? Quanto altro tempo crediamo di avere ancora a disposizione per ridere insieme, ascoltare il mare, abbracciare un figlio, fare quella telefonata, dire “ti voglio bene”. Se in questo stesso istante ciascuno di noi si domandasse: “Ho davvero vissuto a pieno ogni singolo momento sino ad oggi?” Cosa verrebbe fuori? Coraggio, provateci allora. Non vi è mai capitato di pensare “Se solo potessi tornare indietro?”. Non so voi, ma per quanto mi riguarda, sicuramente avrei potuto fare di più. Questo ovviamente non significa che la sabbia del tempo sia giunta al suo ultimo granello, ma anzi, una volta che tutto questo sarà finito, non dimentichiamo, non facciamo in modo che trascorsi i primi istanti di gioia ed euforia, tutto questo tramonti, non facciamo i soliti. Quando finalmente potremo tornare a popolare le strade, i cinema, i parchi, i locali, tornare a viaggiare, non dimentichiamo. Rendiamoci conto che, tutto quello che avremo l’ opportunità di vivere, è un regalo, apprezziamolo come merita. “Potrai ma non vorrai, vorrai ma non potrai”, non vi dice nulla questa frase? Eppure credo possa racchiudere il più fedelmente possibile quanto stia accadendo in questi giorni. Ci vuole cosi tanto a tramutare tutto questo in “Vorrai e ce la farai”? Io dico di no, dico che possiamo. E voi? Abbiamo solo poco tempo, abbiamo tanto tempo, cosa significa? Significa che abbiamo solo una vita, occasioni uniche, irripetibili, rare, da “carpe diem”. Significa anche però, che non dovremo avere fretta nel viverle, saranno quelli i momenti in cui dovremo sentirci immortali, i momenti in cui dovremo dire al tempo “mi dispiace, non posso darti retta ora, devo vivere a pieno questo regalo”. Saranno quelli i veri momenti. Se dovessi riassumere tutto quanto sto avendo modo di riscontrare in questa fase della nostra vita, una sola parola mi giunge alla mente, caos! Non un caos prevalentemente diretto a quanto questo comune nemico stia effettivamente sconvolgendo la nostra quotidianità, piuttosto mi riferisco all’ incertezza, alla “reclusione” della verità da parte di chi sa. D’altro canto noi non siamo altro che un mero pubblico che assiste ad una messa in scena, decretando poi come vincitore/trice colui/ei che abbia finto meglio, no? Ma questa è un altra storia. Nelle ultime ore, sembra che ce la stiamo facendo davvero, stiamo avendo la meglio, ci siamo, non è il momento di mollare, su stringiamo i denti, di qui a non molto finalmente potremo tornare a riassaporare il calore di un abbraccio, il sapore di un bacio, la vicinanza di un segreto sussurrato all’orecchio, la bellezza del prepararsi per “uscire”, fa strano dire questa parola in questo momento, vero? Eppure è cosi, ci riuniremo nuovamente in quei luoghi oramai da tempo abbandonati, negozi, locali e quel profumo di chiuso avrà un’ aroma cosi dolce, cosi piacevole, saprà di vita, ripercorrere quella strada, quel sentiero, rimettersi alla guida. Lo avreste mai detto? Avreste mai pensato che dietro quel semplice gesto potesse celarsi cosi tanta bellezza? Io no, io no. Questo però è il momento di continuare ad essere forti, è il momento di continuare a lottare. Mentre scrivo queste parole, penso a mia zia Licia, in Abruzzo, consumata di giorno in giorno dalla paura, dal panico, dal timore di non farcela, quello stesso timore che gli stessi media inculcano nelle nostre case, quasi come a provar piacere nel farlo, quasi come pensassero che noi non ce la possiamo fare. Ma noi, ce la faremo eccome, perciò forza zia Licia, forza a chiunque altro stia pensando di mollare, temendo che non ce la farà. Presto ci ritroveremo a ridere di nuovo tutti insieme, magari sarà l’occasione per stare tutti intorno ad una tavola, a festeggiare, a prometterci che non dovrà esserci più bisogno di un virus che venga a ricordarci che siamo vivi!
    Giancarlo Taddei

  7. LA NATURA, LA MORTE

    Quale cambiamento produrrà il virus nella nostra concezione del mondo? Ci sarà una rinascita religiosa o una nuova forma di saggezza nutrita di filosofia? Oppure le grandi coordinate della politica e dell’economia mondiale trasformeranno questa esperienza dolorosa in una nuova occasione per regolare il mercato e la ridistribuzione del potere? Questo e altri flagelli biblici hanno distrutto le false sicurezze. Siamo ricondotti alla dimensione minima della vita quotidiana, alla mancanza di certezze. C’è un nesso tra la religione e la paura, specialmente nei periodi di pericolo, guerre, carestie, epidemie? La risposta a queste domande richiama la necessità di affrontare il discorso del nostro rapporto con la natura. Perché la morte fa parte della natura, è la condivisione del destino umano e della sua dimensione terrestre. Riusciamo a stabilire una relazione di amicizia con le cose della natura? Riconosciamo la personalità di un fiume, come la Garonna di Michel Serres, che assume, nella sua concezione della Natura come Biogea , la fisionomia di una personalità complessa, da interpretare e con la quale comunicare? Forse abbiamo sottoscritto con troppa facilità la tesi di Hegel che concepisce lo spirito come “morte del finito”, in modo da comprendere e giustificare la morte come un passaggio dialettico necessario. O troppo sbrigativamente creduto nella possibilità di una sottomissione della natura alla specie umana come processo perfettibile e infinito. Diversi spunti di analisi di questi problemi si trovano nel pensiero illuminista di David Hume, la cui frequentazione può oggi far bene a credenti e non credenti. Hume ricerca l’origine naturale, antropologica, della religione per eliminare, accanto alla religione rivelata, anche la concezione deistica della “religione naturale” . Questa ricerca lo porta ad escludere qualsiasi origine sovrannaturale dei sentimenti religiosi. Questo discorso di Hume ha un presupposto: che non vi siano autorità diverse dalla ragione e dalla natura per affrontare il problema della fede e al tempo stesso per riconoscere alla natura la sua autonomia, le sue “leggi” e il suo corso. Secondo questa analisi la religione non nasce da un impulso primario della natura umana, cioè non appartiene a quei dispositivi di cui è provvista la natura umana e che le sono necessari e strutturali. Esaminando i principi della fede nella loro origine, le cause e gli accidenti che ne dirigono il corso, Hume indica nella sfera emozionale, sentimentale, l’origine politeistica e idolatrica della religione. Le prime idee religiose derivano non dall’osservazione della natura ma “dalla considerazione dei fatti della vita e dalle incessanti speranze e paure che si agitano nella mente umana” (p.109). Specialmente sono le paure, precisa Hume, che spingono l’uomo a pratiche religiose (p. 110). E’ un discorso estremamente attuale. Non è forse la paura il sentimento che paralizza l’individuo della società dei consumi dell’epoca postmoderna? Non è forse la paura, secondo Hobbes, l’origine del potere e lo strumento principale del governo sugli uomini? L’incertezza delle vicende umane e il mancato controllo sulle forze della natura, soprattutto, come nel caso presente, nelle loro manifestazioni distruttive, è impossibile fin quando non si riconosce l’autonomia della natura, la sua difformità dalla storia e dalle vicende umane. Le cause ignote di ogni evento accendono sempre passioni, speranze e paure. L’ignoranza dei rapporti di causa ed effetto tra i fenomeni è all’origine delle credenze superstiziose quando alla conoscenza si sostituisce l’immaginazione e si rafforza la credenza nella dipendenza degli uomini da poteri invisibili. La vita governata dal caso suscita la superstizione e spinge gli uomini a ricorrere alla “religione” o a meccanismi di rassicurazione equivalenti. Ai giorni nostri, in cui la secolarizzazione è giunta al compimento attraverso un processo di accelerazione inarrestabile della riduzione degli umani a meri consumatori sprovvisti di strumenti di consapevolezza globale, si invocano pseudo-divinità perché si percepisce l’assenza “di un potere invisibile e intelligente nel mondo” (p. 115). Sotto l’incubo dell’infezione virale si inaugurano nuove forme di idolatria, di feticismo, spesso suscitate dalla stessa volontà di conformarsi al dominio di sistemi politici legati al mercato capitalistico e alle sue leggi. Ci si chiede una riconferma della fede nel mondo delle merci, e nella dimensione alienata dei processi produttivi e delle forme della soddisfazione dei bisogni, quelle stesse forme alienate di consumo coattivo messe in discussione nei periodi di crisi ecologica o sanitaria. Le stesse variabili del sistema economico dominante e gli equilibri (in realtà squilibri controllati) entrano in rapporti difficilmente governabili con le vecchie ricette. Si crea una nuova mitologia delle macchine, della scienza, della medicina e del sistema sanitario, della rappresentanza politica, considerati come salvatori dell’umanità. Si diffondono rappresentazioni collettive che raggiungono e superano l’acriticità delle forme peggiori della superstizione. L’atteggiamento giusto sembra invece quello di un approccio più radicale e critico ne confronti del presente e una riconsiderazione della nostra concezione della natura, considerata in molti sistemi di pensiero come strumento servile dei progetti umani o Materia prima da sottomettere al dominio della Forma. La concezione, propria delle grandi religioni, di un potere invisibile, puro, che ha creato la natura e ne ha ordinato la struttura da una parte e la visione laica di un mondo ordinato al progresso, alla giustizia e alla solidarietà dall’altra si trovano in conflitto con le false rappresentazioni e le dottrine superstiziose che la civiltà tecnologica produce. Abbiamo bisogno di una visione critica delle credenze, delle abitudini, dei comportamenti collettivi e delle scelte di fondo. Dobbiamo riconoscere l’autonomia, la creatività, la virtualità della natura, che non è conformata ai disegni umani e ai sistemi umani e può produrre esiti distruttivi per la nostra specie. La concezione della superstizione elaborata da Hume esprime una fondamentale, paradigmatica vocazione critica, che decostruisce le convinzioni dominanti ed è un approccio salutare per accedere da una nuova consapevolezza della Natura, basata sulla storia critica e sulla filosofia, nel suo valore di autonomia, nella sua creatività, nella sua virtualità.

  8. PANDEMIA

    Quest’anno (bisestile, e, pertanto, nefasto secondo le credenze dei nostri antenati) non è iniziato sotto buoni auspici, dato che dallo scorso Febbraio, stiamo vivendo giorni terribili, con notizie quotidiane catastrofiche, simili a bollettini di guerra: un’epidemia epocale che non lascia ben sperare e che non lascia intravedere la fine del tunnel che stiamo attraversando.

    L’epidemia da Covid-19, che in poco tempo si è trasformata in pandemia, sta mietendo molte vittime, prima in Cina, poi nella Corea del Sud, in Giappone, in Iran, nel nostro Paese e via via in tutta Europa, in altri Paesi dell’Asia, negli Stati Uniti, con una velocità, di cui non si ha memoria, grazie anche alla globalità ed alla novità di questo virus, finora sconosciuto. Si è cercato di risalire alle cause dell’insorgere del contagio: mancanza di igiene, il mondo animale (i Cinesi mangiano selvaggina di ogni tipo, fra cui serpenti e pipistrelli); si è pensato perfino ad un fantomatico laboratorio militare, che avrebbe creato questo virus. Dobbiamo ricordare, purtroppo, che dagli ultimi mesi dell’anno scorso sono avvenute nel mondo delle catastrofi naturali di portata immane: nubifragi ed alluvioni in America, in Asia, in Europa, incendi che hanno devastato gli Stati Uniti e maggiormente l’Australia, l’aumento della temperatura con relativo scongelamento dei ghiacciai, terremoti, l’endemica siccità in Africa, la desertificazione.

    Tutto questo si potrebbe imputare all’inquinamento, al buco dell’ozono, al disboscamento di foreste vitali, come la foresta Amazzonica, alla mancanza di rispetto della natura e dei suoi esseri viventi, flora e fauna, di cui molte specie sono a rischio di estinzione ed allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. L’egoismo smodato dell’uomo, che non sa gestire con sagacia i beni a disposizione, pregiudica la vita delle generazioni future.

    La natura violentata, deturpata, maltrattata ritorna con tutta la sua forza inarrestabile a farsi sentire (nubifragi, alluvioni, terremoti, nuove malattie epidemiche); ma non ritorna per punire o per far ravvedere, ritorna per riprendere il suo ruolo, per ritrovare il proprio equilibrio.

    Nonostante i progressi raggiunti, la nostra fragilità è evidente! Fin quando saremo succubi del nostro egoismo e della nostra arroganza, mancando di rispetto verso il Creato, resteremo fragili, ciechi.

    Dobbiamo riaccendere la luce nei nostri cuori!

    Dopo un’esperienza negativa, dovremmo ritrovarci migliorati: sono già evidenti le dimostrazioni di solidarietà, di dedizione di tanti medici ed infermieri, anche volontari; da citare il caso di un medico in pensione di 85 anni che si è offerto di prestare la sua opera in ospedale, dicendo che chi ha paura di essere contagiato non deve fare il medico! La coscienza di appartenere (finalmente e non solo per la nazionale di calcio) ad una nazione, l’Italia, che è senz’altro il paese più bello del mondo per la sua natura, per la sua cultura, per il suo patrimonio monumentale, per le sue molteplici tradizioni, per la sua cucina, per i suoi prodotti, per la sua laboriosità, per la sua inventiva deve farci riscoprire i nostri valori ed il nostro patrimonio culturale e spirituale.

    Da un’esperienza negativa, specialmente noi Italiani, come nel dopoguerra, dovremmo uscire diversi e migliorati: saremo semplicemente più buoni? o prenderemo coscienza che dobbiamo veramente cambiare il nostro sistema di vita?

    È indispensabile che accendiamo la luce nei nostri cuori, se vogliamo che sia luce vera, e rinnovarci spiritualmente per cambiare stile di vita!

    Purtroppo, attualmente, proprio in questo momento di emergenza, siamo costretti ad assistere ad esempi poco edificanti:

    – si è saputo di medici che si sono messi in malattia per restare a casa, per paura di essere contagiati a loro volta;

    – molti meridionali, appena saputo del divieto di spostamenti, il giorno in cui è stato emanato il decreto sicurezza si sono precipitati a lasciare Milano per tornare al Sud (in treno, in aereo, con mezzi propri), con il rischio di contribuire al dilagare dell’epidemia;

    – siamo sicuri che nei rioni popolari di Napoli, dove molti devono lavorare od industriarsi per tirare avanti, per ignoranza e solo per interesse personale, venga rispettato quanto previsto nel decreto sicurezza?

    A questo aggiungerei una considerazione personale: oggi viviamo un degrado non solo culturale, ma anche sociale, che forse non trova riscontro neanche nei periodi peggiori del passato. Non esiste senso civico, non esiste intelligenza, ma non esiste neanche autocoscienza, per cui il desiderato rinnovamento sarebbe possibile.

    Non vorrei concludere con questo pensiero pessimista, ma mi piacerebbe pensare in positivo, sperando che non solo per i nostri connazionali ignavi, ma anche per il resto del mondo possa avvenire un miracolo con un ravvedimento universale per riuscire a realizzare il bene comune.

    Questo momento drammatico potrebbe essere un’occasione per l’Italia e per tutti i Paesi Europei: ritrovare unità di intenti. L’Unione Europea o è sociale e solidale, oppure non è! Durante l’incontro del Governo con la Camera del Senato del 26 marzo u.s., un senatore ha parlato di “audacia del dopo”, in cui si devono percorrere strade nuove, altrimenti il progetto europeo, che oggi è diventato indispensabile per ogni singola nazione, è finito; l’Italia non vuole soltanto aiuto per sé, ma vuole un’Europa giusta per tutti.

    Michelangelo Leotta

  9. Mi chiamo Floriano e sono in pensione da due mesi dopo 40 anni di psichiatra in un servizio pubblico e vorrei raccogliere le stimolazioni di Orlando per fare alcune considerazioni. Il virus ci costringe a rimanere a casa e quale migliore occasione per guardarci con più attenzione dentro, per capire chi siamo e cercare di modificare alcuni comportamenti per costruire un rapporto diverso con la natura e con i nostri simili. In questa analisi riprendo le riflessioni che Wittgenstein ha fatto nel libro : i diari segreti. Voleva capire che tipo di uomo era, ma per fare questo doveva fare chiarezza con se stesso, con il proprio carattere, solo così avrebbe potuto produrre un lavoro filosofico più avanzato ed autentico. Non voleva vivere nella menzogna su se stesso. Solo sostando anzi arrestandosi su se stessi affermava Wittgenstein, si può comporre un esperienza che lo portasse al centro di sé a partire dal quale sarebbe stato possibile gettare luce sulla sua esistenza e sul suo lavoro intellettuale. Il lavoro della filosofia è propriamente un lavoro su se stessi e la filosofia è una riflessione su ciò che si è, la risposta non può consistere semplicemente in una proposizione appropriata , logicamente consistente e plausibile, ma deve deve convertirsi in un nuovo modo di vivere affrontando i problemi fonte di conflitto. La semplice elaborazione di una concezione filosofica non è di per se in grado di modificare la visione delle cose se essa non riesce a coinvolgere l’elemento essenziale che consiste in una modificazione del proprio modo di vivere. Allora approfittiamo di questa situazione completamente nuova per riuscire davvero a fare un analisi scrupolosa e attenta dei nostri comportamenti. Solo così potremo sfruttare al meglio questa sosta forzata. Buona discussione per portare avanti il lavoro di laboratorio filosofico come piace dire a Orlando.

  10. Il coronavirus e il tempo sospeso
    di Antonio G. Balistreri

    Stiamo combattendo una guerra ci si dice giustamente, quella contro il coronavirus. Ma questa guerra si conduce in modo un po’ strano: non nelle trincee a sparare contro il nemico, ma standosene tranquillamente a casa, aspettando che il virus non trovi più vittime con cui pascersi. Tanto che viene in mente la scena di un film con Alberto Sordi, veicolata di recente in rete, il quale ad un certo punto dice: “C’era la guerra e mentre tutti gli altri se ne stavano fuori a combattere, io me ne stavo chiuso in cantina a difendere le posizioni”. Ad eccezione di chi il virus lo deve affrontare direttamente e di chi deve provvedere ai bisogni indispensabili della collettività, ognuno di noi deve semplicemente starsene in casa come risposta agli assalti subiti. Fare diversamente significherebbe passare nelle fila del nemico, esserne il suo cavallo di Troia. In sostanza, il virus virtualmente siamo noi: una volta infetti diventiamo i suoi agenti.

    Questa guerra si conduce con l’arma del tempo, e cioè con la capacità di saper aspettare. Tapparci in casa e, come Quinto Fabio Massimo di fronte ai Cartaginesi, temporeggiare: questa la strategia vincente. Con il tempo questo virus ha capacità insidiose, sa ben utilizzarlo, se è vero che prima infetta, ma solo dopo un paio di giorni lascia vedere i sintomi. Non male per un virus questo senso del tempo.
    Per difenderci abbiamo una sola arma: scomparire dalla circolazione e starcene in casa lasciando che il tempo passi. Ma aqui està el busillis! Come farà il tempo a passare una volta che abbiamo cessato tutte le nostre attività?

    Normalmente noi non ci accorgiamo dello scorrere del tempo, ma con gli eventi che veicola. Diciamo “il tempo passa”, ma sono le cose che invecchiano. Diciamo “il tempo libero”, ma intendiamo il fine settimana. Non è il tempo il soggetto in primo piano del divenire, ma ciò che diviene è nel tempo. Il tempo scandisce le nostre occupazioni, tuttavia noi non abbiamo a che fare direttamente con esso, ma con quello che facciamo. Il tempo è sempre tempo di qualche cosa: tempo di lavoro, tempo di festa, tempo di viaggiare, tempo di dormire e così via. Come già sapevano bene l’Ecclesiaste e i Greci, c’è un tempo debito per ogni cosa. Il tempo è legato al suo evento, all’occupazione che in esso si svolge, non può esserci tempo senza evento e viceversa. Il tempo Normalmente è sempre occupato da qualche cosa. Senza di ciò avremmo un tempo vuoto, il tempo cioè privo delle nostre occupazioni. Allora il tempo cessa di essere tempo di qualcosa, per diventare tempo di nulla. Il tempo vuoto è il tempo in cui non succede nulla. Il nulla si sostituisce all’oggetto del tempo. Alla domanda “Cosa fai?” Ti capita di rispondere: “Nulla”. Ma che cos’è in realtà questo nulla? Si vuol dire che non faccio nulla di ciò che mi interessa, il tempo delle mie reali occupazioni non c’è più e allora ci sentiamo sospesi nel vuoto.

    È quello che succede oggi: la soppressione del tempo in quanto tempo-di-qualcosa. L’unica cosa che si può dire tutt’al più è che è tempo-di-attesa, ma l’attesa appunto è un tempo vuoto, un tempo provvisorio, è una pausa tra tempi pieni, l’uno che è cessato e l’altro che non c’è ancora. Nell’attesa tuttavia si pone il problema di come occupare il tempo stando in casa. Qui se qualcuno ci chiede “Cosa stai facendo?”, risponderemo “nulla”. E giustamente. C’è invero qualcosa, ma non la riconosciamo come nostra e dunque è nulla per noi. Qualunque cosa facciamo, sappiamo che è un tempo che non ci appartiene, che il vero tempo nostro, quello delle nostre consuete occupazioni, è stato soppresso. E dunque “non facciamo niente”, anche se leggiamo, guardiamo la TV, mettiamo in ordine, ascoltiamo musica, telefoniamo ecc. ecc. perché la nostra consueta giornata, in cui noi invece del nulla facciamo essere qualcosa, non c’è più. Rimane soltanto il “non-interessante”, che appunto non consideriamo come qualcosa. Questo il vero disagio che proviamo: vivere con un tempo che ci è estraneo, che non ci appartiene, che sentiamo e sappiamo come fuori dall’ordinario.
    Stiamo chiusi in casa 24/24 ore, con un tempo che è diventato non libero, ma inoccupato. Rimane la forma del tempo senza più il suo contenuto, la presenza del tempo nella sua forma vuota, il sigillo privo della cera su cui imprimerlo.
    Nel tempo sospeso vissuto tra le pareti domestiche di questi giorni, il tempo compare nella forma di istanti tutti uguali indifferenziati (il tempo dello stare in casa che copre ogni altra attività), che danno l’impressione di un tempo fermo, sempre uguale. Ogni giorno è sempre lo stesso giorno, se non succede mai nulla, se non lo stare a casa. Anche lavorare da casa non è la stessa cosa. Il migliore impiego del tempo è quello in cui non ci si accorge del suo scorrere. Il tempo deve passare senza essere avvertito, allo stesso modo per cui non ci accorgiamo della salute quando siamo sani.

    Sospendere ogni attività, e lasciare che il tempo faccia il suo corso, è un po’ come essere in viaggio e guardare continuamente l’orologio per vedere quanto manca alla destinazione. Ma qui, come si usa dire, la fine del tunnel Quando non dobbiamo far altro che aspettare che il tempo passi, proprio allora sembra che il tempo non passi mai. Il tempo si allarga, distende, anzi dilaga, nella nostra anima (che, come diceva Sant’Agostino, produce il tempo con la distensio animi) e gli istanti sembrano diventare infiniti perché uguali l’uno all’altro. È in questa circostanza che si fa strada la noia, che non a caso i tedeschi chiamano Langweile (cioè la dilatazione dell’istante, consistente nell’accorgersi del tempo in quanto tempo che non passa). Il tempo si ferma, diventa un tempo vuoto, inoperoso. Pascal e Heidegger ci dicono che il rimedio che gli uomini trovano quando l’ozio diventa insopportabile e la noia ci fa languire è quello di cercare il divertissement che comporta stordimento e con ciò oblio del tempo. Ma, nel nostro caso, anche volendo, divertirci non è possibile. Avere tempo ozioso e non poterlo impiegare nello svago: ecco a quale supplizio ci costringe il coronavirus.
    Ma se il divertissment ci è vietato, quanto meno potremmo rimediare con il relax, pensiamo. Ma il relax non ha senso se manca la sua parte complementare che è la fatica. Tolta la fatica, di che cosa dobbiamo rilassarci? Della noia? Ma la noia è proprio un relax senza fine. Gli uomini in genere preferiscono “una vita spericolata”, piuttosto che starsene tranquillamente in casa a godersi le gioie domestiche. Forse che Ulisse, dopo aver fatto ritorno in patria non si rimise poi di nuovo in mare attratto dall’ignoto?
    In questi giorni, quella parte di tempo che prima si offriva come passatempo è diventato il tempo principale e noi ci dobbiamo preoccupare di trovare i modi per far passare il tempo. Il problema è che questo momento ludico non può essere condiviso con altri, se non con gli altri pochi membri della propria famiglia, quando c’è, e non si vive da soli, come invece

    oggi capita per lo più. Ed allora anche il tempo può uccidere.

    Chiusi in casa, osserviamo lo scorrere delle ore, ma senza che queste ore siano riempite delle solite occupazioni. A casa propria, il proprio nido, il riparo dal mondo esterno, oggi si sta come abusivi, presenze che dovrebbero stare altrove. Che ci facciamo tutto questo tempo in casa? ci chiediamo. “Tutta una giornata in tuta e pantofole?” Ma come faremo ad arrivare alla sera? Ci rimane solo il tempo biologico: quello dei pasti, della spesa, della possibile malattia. Di tutto quello che ci capitava di fare nel tempo solito, adesso non ci rimane altro che assicurare la nostra sopravvivenza. Primum vivere. L’unico obbligo che ci rimane è l’imperativo biologico, la lotta tra noi e altri organismi viventi che ci sono ostili. L’unico interesse che ci muove è quello di sopravvivere. A questa miserabile condizione ci ha costretto il virus. Delle cose che si facevano prima, rimane solo tutto ciò che ha a che fare con la nostra mera sopravvivenza. Ci sembrava finora che sopravvivere fosse la cosa più semplice e scontata. Che almeno esso ci fosse garantito. Ed anche il benessere ci è sembrato abbastanza a portata di mano. Non è detto che potremo permetterci a lungo i nostri standard di vita. Emergenza sanitaria, emergenza economica, emergenza ambientale, bomba demografica, guerre locali, emergenza immigrazione: ormai sono molti i fattori che ci segnalano come il tempo delle sicurezze è finito e che le crisi rischiano diventare permanenti. Ci dovremo abituare a tempi in cui lo straordinario diverrà l’ordinario. Anche perché il nostro sistema di vita nel suo soddisfare aspettative sempre crescenti è nello stesso tempo estremamente vulnerabile, basta un granellino nell’ingranaggio per provocare una catastrofe. Un misero virus sta facendo tremare l’economia mondiale, aggredisce il nostro modo di vita e minaccia di farcela pagare cara.

    Ogni altra attività è sospesa. La sua minaccia ci costringe ad adottare il suo punto di vista: come lui, non siamo altro che miseri organismi.
    Di umano ci rimane solo la noia, a cui, in un modo o nell’altro, cerchiamo di sfuggire. Ardua impresa per chi non ha prima praticato l’arte dell’ozio (che non è inattività, ma al contrario impegno oneroso di dare una forma alla propria vita, che non sia appunto soltanto quella biologica, “di non cessare di scolpire la nostra statua interiore”, come diceva già Plotino).
    Stare al riparo dal virus, evitando però nello stesso tempo di morire di noia, è una delle sfide che dobbiamo sapere affrontare. Il discorso non è che domani scopriamo il vaccino e il problema è risolto. Il problema è quale stile di vita adottare per evitare che il virus o chi per lui ci colga impreparati e che in un modo o nell’altro ci travolga. Questo vuol dire “fare buon uso delle malattie”: avere cioè la capacità di passare dalla noia alla metanoia.

  11. Riflessione sull’attuale pandemia
    di Santino Cavaciuti
    Al di là del necessario e urgentissimo, fattivo impegno a combattere la pandemia del Coronavirus, penso che saggezza suggerirebbe di riflettere sulla precarietà dell’esistenza umana, che le scienze fisiche e la tecnica, pur così progredite nella scoperta e nel dominio di tante forze della natura, non riescono a superare. E’ pertanto logico e saggio, credo, rivedere un certo orgoglio, che i risultati della scienza e della tecnica hanno, forse, ultimamente accresciuto. E “rivedendo” l’orgoglio, saggezza vuole che riconosciamo la nostra finitezza.
    Ma, di fronte alla finitezza si presenta, logicamente, l’idea dell’infinito: non ci scopriremmo finiti, se non avessimo l’idea dell’infinito: come “idea”, certamente. Ma si reggerà da sola l’ “idea” ? O non bisognerà rifare il cammino di Platone, partendo, appunto, dall’ “idea” ?
    Al di là, comunque, del problema dell’ Infinito, è immediato e naturale il sentimento di solidarietà e, vorrei dire, di fraternità , che l’istanza dell’io, dell’Adamo solitario, pur ritornato, in forme diverse, nella Storia, non è mai riuscito a distruggere.
    E’ il “sentimento” che proviene da Eva, la quale ha portato all’avvento della prima società: la famiglia, e, attraverso questa, poi, all’avvento della società civile, nazionale, ecc. E’ per questo “sentimento” che i problemi dell’umanità, sempre, ma soprattutto quando sono “universali”, richiamano, assieme all’ Infinito, la realtà del fratello, dell’amico, del compatriota, dell’ uomo , compagno nell’ “origine”, compagno nella “prova”, nell'”azione”, nella “speranza”.
    Sintetizzando l’intero mio discorso, direi: L’esperienza della pandemia, che sta facendo ora l’umanità, dovrebbe produrre, in chi riflette, – assieme alla lotta per la vittoria sulla medesima – una rinnovata “attenzione” all’ Infinito, da parte di noi, finiti, umiliati, ricondotti alla nostra condizione di “uguali”, di fronte al comune, universale nemico; o meglio: più che alla condizione di “uguali”, a quella di “fratelli”, figli della nuova Eva, perché quell’Infinito reale che la nostra finitezza suggerisce, si è dimostrato nostro Padre, per chi giunge a riconoscerlo, mediante il Figlio suo e di Eva, riapparsa in Maria.

    1. Sono uno studente del quarto anno del liceo scientifico e ho avuto recentemente il piacere di intervistare il professor Franceschelli su Karl Löwith per le pagine del giornale scolastico di cui sono direttore.
      Ho apprezzato enormemente l’ultima iniziativa del professore e condivido in pieno ogni aspetto del suo discorso. La situazione attuale rende evidente a tutti ciò che ostinatamente tendiamo a dimenticare o ignoriamo con colpevolezza: ”Nihil nisi ex natura” (È il motto di un altro grande filosofo, e forse posso dire amico, Sossio Giametta). Inevitabilmente a questo triste periodo seguirà un cambiamento profondo e sono fiducioso che questa crisi accelererà la coscienza critica di molti. Ne ho avuto prova proprio in questi giorni: mia madre, completamente vergine di filosofia, ha letto insieme a me il testo del professore riconoscendosi profondamente nelle sue riflessioni. Mi ha rivelato come l’attuale situazione stia segnando per lei un grande momento di rottura e come attraverso gli ultimi fatti si sia aperta ai suoi occhi una nuova prospettiva nel guardare all’esistenza dell’uomo nel mondo. Parole come quelle di mia madre costituiscono la chiara testimonianza della necessità di un naturalismo filosofico che non si tiri indietro di fronte alle sfide dell’interesse pubblico ma anzi sappia compiere la sua fondamentale missione pedagogica, ovvero l’educazione della collettività ad un nuovo atteggiamento nei confronti della natura. D’altronde, come dice giustamente il professore: “se non ora quando il cittadino-filosofo dovrebbe far sentire la sua presenza?”. Oggi ci sentiamo tutti più fragili e indifesi; in questa strana esperienza di angoscia collettiva, solo la natura può fornire una risposta al “nulla” che stiamo provando sulla nostra pelle riavvicinandoci alla saldezza, rassicurante e terribile (madre e matrigna) del nostro unico fondamento. Grazie professore.

  12. Il demosieuein appetto alla natura

    Ho ricevuto già alla data del 18 marzo il prezioso articolo dell’amico Orlando Franceschelli e dopo un’avida lettura, la cui “ruminazione” è stata come al solito ben ripagata fra le note della letteratura, della scienza e quindi della filosofia, mi sono affrettato a pubblicarlo sul mio sito perché l’ostia del pensiero fosse condivisa in una sorta di simposio platonico 2.0 (che questo tempo ci permette nelle sue potenzialità mediatiche e per altro verso ci concede per il momento solo nelle restrizioni di un’agorà virtuale). L’auspicio è di riprenderlo nel dialeghesthai di un consesso dal vivo in cui chiedere e dare ragione gli uni agli altri come accadeva nell’agorà ateniese e nella sua generale vita pubblica prima che la filosofia si rinchiudesse nell’Accademia dell’uomo dalle ampie spalle.

    Oggi, di accademie ne sono fiorite molte, salvo il fatto di sfiorire spesso nella filo-crazia di uomini e donne le cui spalle non possono certo vantare l’ampiezza della filo-sofia della Repubblica e del Simposio, del Fedro e del Timeo. Di contro dunque all’idioteuein accademico della filocrazia, l’articolo di Franceschelli ha il pregio di ricondurci al demosieuein della filosofia. Di contro all’idioteuein cronachistico, le questioni che Franceschelli solleva, fra Löwith ed Euripide, Orazio e Leopardi, sono quelle per rialzarsi al demosieuein “appetto alla natura” che hanno segnato la stessa origine della filosofia nelle passeggiate dei Milesi. Le passeggiate che, nella scalata in cui il mito si sollevava al logos, trovavano il loro ristoro in quell’agorà d’altura in cui gli uomini si riunivano proprio appetto alla natura; appetto al cielo stellato sopra di loro.

    Molte filosofie, pure notevoli, sono cadute nelle secche di una logologia che alla autoreferenzialità accademica hanno fatto seguire la più riprovevole hybris dell’autoreferenzialità del pensiero. Smarrendo quella ierogamia fra logos e physys che unica può essere la cifra di ogni vera filosofia. Lo scrive Pohlenz magistralmente nelle pagine di una delle più belle opere che siano stato scritte sul mondo greco: «Il logos compì la sua più grandiosa conquista pervenendo subito alla scoperta di un concetto che lo integrò dal lato obiettivo e gli fornì la chiave onde comprendere il mondo nel suo complesso: alludiamo al concetto di physis, che, nella sua forma latinizzata natura, diventerà la pietra angolare del pensiero europeo […] Dalla crescita delle piante (phyesthai) – questo concetto- lo si trasferì non solo alla vita animale, ma al mondo intero, con tutti i suoi oggetti […] Logos e physis sono i presupposti indispensabili di ogni scienza. Con la scoperta di questi concetti gli Elleni hanno assunto la funzione di guide spirituali dell’Occidente».

    Löwith, fra gli smarrimenti di tanti anche più famosi logologi del Novecento, ce lo ricorda a chiare lettere in tutta la sua opera e ora Orlando Franceschelli fa il punto negli stessi termini, in questo frangente epocale che stiamo vivendo, col il richiamo alle parole di Orazio: «possiamo scacciare la natura col forcone, essa tuttavia ritornerà sempre / e furtivamente si insinuerà tra gli ostacoli che le si frappongono» . Probabilmente, a dispetto degli uomini della cronaca che si affrettano troppo presto a parlare di guerra (ricordiamo che, in Europa, l’ultima guerra vera fece 50 milioni di morti, 20 milioni di profughi, un genocidio e, a fianco degli esperimenti Mengele, anche quelli di Truman a Hiroshima e Nagasaki) la pandemia fra sei mesi (l’ultima guerra durò sei anni) probabilmente sarà stata sconfitta; e forse saranno state dimenticate anche le struggenti immagini delle bare in uscita dal cimitero di Bergamo per essere tumulate anche lontano da una corrispondenza di amorosi sensi.

    Ed è allora lì che la guerra si aprirà: ritornare dopo le depressioni di questi giorni alle euforie della movida? Quella dell’alcol per i giovani fino a quella dei festival della filosofia per gli accademici? Per i logologi? Oppure uscire più sobriamente da chi frequenta queste piccole agorà, ancora milesi e ancora ateniesi, con la consapevolezza che se c’è una guerra, oggi, è quella di un genius temporis che assolutizza il quotidiano, il relativo, e relativizza ciò che deve essere vissuto sub specie aeternitatis? Che assolutizza l’unione della mente con ogni tipo di “mercatura” e relativizza “l’unione della mente con la natura”?

    Giuseppe Cappello
    http://www.giuseppecappello.it
    info@giuseppecappello.it

  13. Pubblichiamo volentieri questa testimonianza di Luigia Ciarniello in forma poetica che dà un tocco lirico alla discussione. Sono versi che scolpiscono in maniera struggente questo nostro presente illuminato da atomi di luce evocati nella parte finale.

    Cari amici, ecco il contributo che ho sentito di dare alla vostra iniziativa:

    Esserci

    Il coraggio è esserci.
    Essere presenti a questa realtà
    dura, soffocante…
    buia.
    Esserci quando l’orizzonte diventa
    polvere grigia.
    Esserci dialogando con le proprie paure
    che affiorano subdole tra le pieghe
    di un tempo che improvvisamente è
    diventato lento… troppo lento.
    Scendere a compromessi con i propri
    sensi di colpa è lecito.
    E fuori?
    Fuori è la notte lacerata dal suono di
    sirene-pianto… e l’alba? E il giorno?
    Il giorno vestito di camion militari
    che in silenzio scivolano su asfalti di
    dolori.
    Il coraggio è
    esserci per il sorriso dei bimbi per le
    mani tremanti dei vecchi… scrigni di
    civiltà… per l’uomo.

  14. MADRE NATURA….
    Non è una guerra ma una tempesta virale che nell’invisibile colpisce il gigante e il potente e non richiede armi ma attenzione di analisi, strumenti di terapie, cura del vivente e ricerca conoscitiva. Non si attua nelle trincee ma nelle corsie degli Ospedali, nei reparti specializzati e nella terapia intensiva.
    Richiede un ripensamento del vivere e una diversa solidarietà che si proietti nel futuro possibile. Anche a questo è chiamata la Filosofia nella elaborazione di un sapere che diventi saggezza del vivere nel modo meno aggressivo possibile. La richiesta di un pensiero filosofico non sacerdotale ma che sia filosofia in pratica e filosofia politica indica la necessità di trovare un altro abito nelle relazioni con il mondo naturale. Una filosofia della natura oggi, forse sempre, non può prescindere dal senso del prendersi cura, dell’accudimento di un ambiente che ci accoglie ma non ci promette eterne certezze né momentanee vendette. Una filosofia della natura oggi deve cogliere la misura dell’essere umani viventi, cioè venuti al mondo, nati di donna. Lo sgomento che la pandemia genera in modo diverso in noi ha un punto centrale quasi di ovvia constatazione che al centro sono i corpi. E se i corpi non sono neutri, neutro non può essere il pensiero; possibile cogliere un nesso tra corpo generativo e pensiero generativo, tra riconoscimento della cura e modalità di relazione tra le generazioni, tra accoglienza dell’altro e affettività nella differenza.
    Se la pandemia ha diffuso sgomento e messo in moto forme di solidarietà collettiva non sempre ottiene la solidarietà personale. Sempre “i cinici” sono pronti ad accorrere per avvalersi della debolezza e della vulnerabilità altrui, così come gli “altruisti” che promettono forme di investimento finanziario di sicuro profitto. Per la sofferenza patita la Chiesa romana elargisce indulgenze per l’aldilà al personale sanitario per l’attività svolta e ai malati devoti impediti alla confessione del pentimento.
    Ma lo sgomento che la pandemia genera deve trovare sollievo nella constatazione che non ha colpito i bambini e le bambine e neanche l’adolescenza. La gioiosa vitalità non ha subito attacchi e contaminazioni da parte del virus e senza alcun merito possiamo credere e dichiarare che è scongiurata la catastrofe dell’umanità, non solo biologica ma anche psicologica e morale.
    E allora ripartiamo da tale considerazione e nel mettere al centro della riflessione filosofica la realtà dei corpi dobbiamo anche chiederci perché è la morte che si impone come occasione e finalità.
    Perché se vogliamo operare un cambiamento, dare vero senso al nulla sarà come prima, non proviamo a mettere al centro il primo atto del vivere, la nascita.? Perché non costruire un pensiero e una pratica politica che attribuisca valore non alla vita come enunciato astratto ma al vivente reale e alla capacità generativa del corpo di donna. Se questa inversione si prova a praticare sarà necessario un cammino di responsabilizzazione da parte degli uomini, di chiamata a rendere conto nei confronti di quanti dominano con violenza verbale e sottomettono con maltrattamenti fisici e psicologici, nei confronti di quanti abusano dei bambini e delle bambine, nei confronti di quanti prostituiscono e sfruttano la prostituzione, nei confronti di quanti raggiungono l’apice della violenza nel femminicidio. Necessita: Un diffuso senso di disapprovazione da parte degli uomini nei confronti dei comportamenti violenti non relegandoli alla dimensione privata e familiare ma cogliendone l’aspetto e l’effetto politico, comprendendo che sulla sopraffazione si conserva un ordinato disordine della violenza sul mondo naturale e sulla forma sociale.
    La filosofia e la politica come pratica della ricostruzione morale dovrebbe individuare una strada da percorrere avvalendosi dell’impegno di quanti uomini consapevoli della dignità delle donne e della forza della capacità generativa, hanno finora la sola colpa di essere distratti e politicamente indifferenti al dolore.
    Nel restiamo a casa di questi giorni si intensificano i comportamenti maltrattanti che alcuni uomini hanno nei confronti di donne che subiscono la loro violenza e nei confronti dei bambini vittime della violenza assistita. Diminuiscono le stesse possibilità di andare a denunciare o di chiamare un telefono donna di riferimento. Le case di accoglienza sono prive di mezzi e di tutela e le donne che vi sono ospitate hanno bisogno di trasferirle in luoghi in cui siano anche protette dal virus. Mancano sempre i fondi e le possibilità materiale. Intanto i Tribunali sono chiusi e sono, come per altri processi penali, sospese le udienze. I tempi della giustizia quando le donne riescono a rivolgersi e a richiedere sono estremamente lunghi e doloroso il cammino.
    Un agire filosofico che introduca una lampada di verità potrebbe partire da qui. Come l’emergenza coronavirus ha richiesto un ripensamento e potenziamento della sanità pubblica, così l’emergenza violenza di genere potrebbe comportare un potenziamento delle strutture di ascolto, accoglienza, difesa delle donne vittime di violenza. Si potrebbe anche potenziare l’organizzazione dei Tribunali penali e prevedere tempi certi, al massimo un anno per lo svolgimento dei processi. Come più medici e più strumentazione sanitaria così anche più giudici e maggiore attenzione alla malattia morale che la violenza maschile infligge all’anima e ai corpi delle donne.
    Le donne sono madri e legate al mondo della natura come l’acqua che sorgendo dalla profondità della terra sulla superficie si svolge dando la nascita e l’alimento alle forme viventi.
    Giusi Ambrosio

  15. Mi permetto di riportare di seguito il commento-ringraziamento al professor Franceschelli che ho pubblicato nel sito https://karllowith.jimdofree.com

    Le righe che seguono vogliono essere innanzitutto un ringraziamento al professor Orlando Franceschelli, che con grande gentilezza ci ha tenuto a pubblicare tramite il sito dedicato a Karl Löwith la sua proposta così attuale «Virus, madre natura e stoltezza umana: che significa vincere la guerra contro l’attuale pandemia? Per un flashmob filosofico» (16 marzo 2020). Lo ringrazio per aver preferito questa piattaforma ad altre di sicuro più note e più accreditate. Come appena è il caso di dire mi sento di condividere e sottoscrivere in pieno i contenuti e l’opportunità di una simile proposta.
    Nonostante riserve personali relative all’opportunità o meno di gettarsi nella mischia mediatica del web, il sito che curo è nato per un motivo fondamentale: l’importanza della filosofia di Löwith e la presenza che essa ha avuto ed ha tra gli studiosi italiani. Inoltre, mi sentirei di ricordare la particolare relazione che Löwith ha sempre avuto con il nostro paese dove, come lui stesso ha tenuto a scrivere, «si sentiva a casa».
    Tra le prime attività che mi è sembrato opportuno svolgere nel sito rientrano le interviste ai più importanti studiosi italiani del pensiero löwithiano. E la prima di queste interviste mi era parso doveroso chiederla al professor Franceschelli, al quale si deve la cura di una delle opere più significative del Löwith maturo (Dio, uomo e mondo nella metafisica da Cartesio a Nietzsche, Donzelli, Roma 2000, 2018) e la più esaustiva monografia sull’attualità della lezione löwithiana (Karl Löwith. Le sfide della modernità tra Dio e nulla, Donzelli, Roma 2000, 2008).
    L’intento di queste interviste era valorizzare, oltre alla “pars destruens” della filosofia di Löwith (ossia la critica della filosofia della storia e dello storicismo, “pars” peraltro ben conosciuta nel panorama filosofico italiano e internazionale), anche e soprattutto la “pars construens” della sua filosofia, ovvero quel «naturalismo piuttosto evidente» che invece è perlopiù trascurato dal mondo accademico e non. Secondo questo naturalismo filosofico löwithiano il «riferimento alla natura naturans» è la semplice conseguenza che anche noi esseri umani ci dobbiamo concepire come un prodotto del mondo qualora non crediamo più di essere il frutto di una creazione divina: «Siamo esseri naturali – conclude infatti Löwith – nonostante logos, lingua, riflessione e trascendenza perché la natura ha in se stessa un logos che non è mai identico con autocoscienza» (Anhang, in Sämtliche Schriften, vol. IX, p. 409).
    Questo «naturalismo piuttosto evidente» di Löwith si dimostra essere tanto più attuale quanto più pressanti diventano le «urgenze della storia» con le quali anche il corona virus e l’attuale pandemia ci obbligano inevitabilmente a fare i conti. «Urgenze della storia»: anche Franceschelli, infatti, in questo suo primo contributo ai nostri “flashmob filosofici”, cita questo pensiero con cui Löwith invitava a non chiudere gli occhi di fronte ai cambiamenti epocali del nostro mondo. A non rifugiarsi cioè in qualche torre d’avorio, maturando piuttosto la piena consapevolezza che «finché non coopereremo a una revisione radicale del nostro rapporto totale col mondo che non è soltanto per noi […], non si scorge come si possa mutare qualcosa nel dilemma del progresso», ossia delle sue conseguenze e delle crisi a cui ci espone. Sino ad arrivare, concludeva infatti Löwith, come sta appunto avvenendo sotto i nostri occhi, a vivere «in un miscuglio di meraviglia per i progressi tecnici, e di paura di fronte alle loro conseguenze» (La fatalità del progresso, in Storia e fede, Laterza, Roma-Bari, 2000 pp. 168-169).
    È per queste ragioni allora che mi è parso opportuno dedicare, sempre nel sito da me curato, una pagina al «principio natura», rifacendomi ad una espressione utilizzata da Franceschelli in un suo importante volume (Elogio della felicità possibile. Il principio natura e la saggezza della filosofia, Donzelli, Roma 2014). Lo scopo di questa pagina del sito è di sollecitare la riflessione non solo sul tema della «natura» e dell’«antropologia dell’eco-appartenenza», ma anche sulla consapevolezza, come scrive Franceschelli in questo contributo, che sarà difficile lottare contro i virus e le altre questioni di portata ecologica che ci stanno investendo se non combattiamo «anche contro le concezioni e i comportamenti di noi “sapiens” che la terra la stiamo trasformando da ambiente-dimora in ambiente-incubo per un numero sempre crescente di esseri viventi».
    È in questa sfida culturale, dai risvolti anche etico-politici, economici ed ecologici, che l’attualità del naturalismo filosofico di Löwith può essere una risorsa che sarebbe opportuno finalmente prendere nella dovuta considerazione. E a questo spero che possano contribuire anche i nostri “flashmob filosofici”.

    Marco Bruni

  16. Sono molto interessato a queste riflessioni di Orlando Franceschelli, dettate dall’esigenza, eminentemente morale, di riscoprire l’uomo come elemento del creato e interrompendone il feroce antagonismo inaugurato da moltissimo tempo. Indubbiamente anche l’uomo è un animale, ma il libero arbitrio di cui è dotato fa di lui un animale sui generis, rendendolo inconfondibile nei tre regni e consentendogli di porre tutto in discussione, dissacrando l’intera costituzione universale. Non sto dicendo che è giustificato a farlo perché è nella sua natura di poterlo fare. Non dovrebbe farlo, ma può farlo o non farlo, e sta qui il suo libero arbitrio. Non a caso nel Genesi è detto che deve stare alla larga dai frutti proibiti, pur potendovi accedere, con ciò infrangendo l’armonia, l’equilibrio e la fratellanza universale (a partire da quella tra il Bene ed il Male). Fuor di metafora, l’uomo può tutto, ma non deve dimenticare che tra le opzioni del libero arbitrio c’è anche quella di non approfittare del libero arbitrio, restando in tal modo nell’ordine di natura, che è poi quello della vera libertà. Purtroppo, una cultura millenaria – umanistica e spiritualistica a un tempo – ci ha abituato a considerare la natura schiava di istinti e di necessità da cui doversi affrancare, dimenticando che, se essere liberi significa essere se stessi, ogni essere vivente lo è, ad eccezione dell’uomo, in ciò ostacolato dal proprio libero arbitrio. Sta qui il peccato originale, in questo camuffamento che allontana l’uomo dall’Eden, di cui era stato fatto custode e di cui è voluto diventare despota intollerabile. Antropocentrismo è il termine con cui viene indicato quel complesso di filosofie (ma non meno di religioni e di scienze) che hanno caratterizzato il percorso della cultura occidentale, diffusa oramai a livello planetario, fondata sul disprezzo e sul dominio sconsiderato della natura da parte del suo tiranno. Certamente, non può e non deve farsi d’ogni erba un fascio, misconoscendo quelle lodevoli voci fuori dal coro che nel corso di questa storia millenaria si sono levate in favore della natura, ma è innegabile che, nel suo insieme, il processo è stato incontrastato, lineare e costante, conducendo inesorabilmente la nostra (in)civiltà al punto in cui ora ci troviamo. Il coronavirus sta mostrando di essere un’eccezionale frenata mondiale dei nostri modelli di vita. Non è una vendetta della natura, né tantomeno un castigo divino, ma è il prezzo da pagare, da noi stessi inconsciamente invocato, per riequilibrare i nostri esasperati stili di vita. Nessuno si augura il male, ovviamente, e la speranza è che il prezzo da pagare si fermi qui, ma se il male esiste, esso ha un’indubbia ragione di essere proprio ai fini dell’equilibrio. Purtroppo, senza sbattere la testa e senza farci del male difficilmente riusciamo a comprendere di dover cambiare strada. Nessuno pertanto può illudersi che, superato il guado, si possa allegramente tornare a vivere come prima. Le vicende attuali avranno conseguenze ragguardevoli e ci imporranno trasformazioni radicali, forse addirittura epocali. Bisognerà cambiare strada, sia pure momentaneamente, tornando ad una visione più equilibrata, saggia e morale della vita. Questo significa superare l’antropocentrismo. Significa approdare a quella visione cosmocentrica dell’esistenza che non penalizza l’uomo, come di norma si crede, ma lo rende al contrario padrone e conoscitore di se stesso. Una visione morale, pertanto, una weltanschauung, che prescinda da qualsiasi indirizzo ideologico, pur potendo necessariamente convivere con esso. Perché dico che un ordine davvero morale del mondo non può coincidere con nessuna ideologia, con nessun sistema politico-economico? per il motivo semplicissimo che si può essere materialisti indifferentemente nella ricchezza come nella povertà, e che fino a prova contraria – vivaddio – la moralità prescinde totalmente dal conto in banca.
    Franco Campegiani

  17. Caro Orlando,
    grazie per la tua suggestione. Di seguito vorrei condividere con gli altri amici alcune domande cui ho dedicato un articolo sul mio blog (https://francescodipalo.wordpress.com/2020/03/22/pandemia-da-coronavirus-alcuni-spunti-di-riflessione-spinoziani-e-non-solo/)

    «Riuscirà la pandemia, col suo stato di guerra strisciante, a dimostrarci, una volta per tutte, che confini inter-statuali, pretestuose distinzioni di etnia, di mentalità, di condizione sociale, Bitcoin ed indici borsistici sono soltanto astrazioni strumentalmente determinate dalla condotta etica e politica di governi ed uomini, e non fattualità naturalmente ineluttabili? Che una parte considerevole delle sofferenze umane (ma anche animali e vegetali) dipende dall’ignoranza delle nostre emozioni primarie, dalla scarsa cura di noi stessi, dal cattivo uso della nostra intelligenza? Che il principio “il mondo è uno solo, una sola l’umanità” non può valere soltanto per la circolazione di merci e capitali o per la diffusione del coronavirus, ma anche – sarebbe tempo – per empatia e solidarietà? Ora che i frenetici ritmi di vita cui siamo avvezzi si sono affievoliti, che il traffico o il centro commerciale non ci imprigionano più, che si è attenuato il rumore di fondo e diradato lo smog sulle nostre città, sapremo fare buon uso della pausa di riflessione che ci è concessa? Coglieremo l’opportunità di imparare a vivere questa nuova-antica concezione del tempo, di rimettere seriamente in discussione le nostre priorità esistenziali? La sfida che abbiamo dinanzi è globale (o meglio “glocale”). Il coronavirus è solo la punta dell’iceberg di quel che ci attende negli anni a venire. Per evitare di far naufragio urgerebbe un’alleanza intergenerazionale, inter-umana e inter-specie. Una forma inedita di “ecumenismo”. Riusciremo ad essere più “evolutivamente” intelligenti del coronavirus?»

  18. L’ONNIPOTENZA UMANA VIVE IL DECLINO

    Roma A.D. 1656. Tempo di bubboni rivelatisi peste.
    “ Il 29 giugno la festa dei patroni Pietro e Paolo non si è celebrata. Niente cavalcata della chinea, niente girandola né spari di Castello, niente cappella papale. Sotto la finestra del mio studio ormai sfilavano gli sbirri che scacciavano i passanti con un bastone : ricoperti di tela cerata, precedevano i carri con le bare che scendevano alla riva del fiume. Nel giro di una settimana, il Tevere si popolò di barche addette al trasporto dei cadaveri. Le chiamavano le barche brutte. E’ iniziata così – sull’acqua, in silenzio – la strana danza macabra che avremmo potuto chiamare il Trionfo della bruttezza….tante malattie potevano colpirci e ci avevano colpito, i nostri cari erano morti di febbre, di tifo, di canchero, di gotta, di apoplessia, ma la peste era diversa – suscitava un orrore ancestrale. Non esisteva infatti una cura. La peste era invisibile fino al momento in cui si manifestava, e allora era già tardi….la peste cambiava tutto. I suoni, le abitudini, gli odori, il paesaggio….Roma si svuotava.” ( da L’Architettrice, Melania G. Mazzucco).
    A.D. 2020. Tempo di coronavirus
    Trenta mezzi militari incolonnati nel cuore di una notte tiepida di marzo, un lento avanzare, un corteo funebre anomalo, notturno, solitario, schermato, solo le luci rosse dei fanali di coda, un corteo di abbandoni in mezzo al più mero abbandono di morti solitarie. Corpi capsulati in bare uniformate trasportate verso luoghi lontani. Vite spezzate, stroncate da respiri fatti tronchi o che han ceduto a respiratori meccanici. Fragilità del vivere. Un lillipuziano virus, piacevole agli occhi di un microscopio con quella sua coroncina di fiori rossi (rosso vermiglio sangue, il colore della vita) ha fatto sparire la fame nel mondo, gli spauracchi e gli odi degli sbarchi, la Siria martoriata, i bambini mutilati dalle mine, gli attentati terroristici e dulcis in fundo i femminicidi. Tutto questo perché – come ha scritto su Repubblica Ilvo Diamanti – “la realtà viene riassunta dall’unico evento che oggi conti. Il coronavirus. Che ci scorre davanti agli occhi. Sugli schermi e online. E sui giornali…da soli, invasi dal mondo che incombe e ci invade attraverso i media: il tempo si dissolve” Una potenza pazzesca ha questo invisibile mostriciattolo infettivo, un magnetismo sulle menti e sui corpi. Sta tramontando il tempo dell’individualismo che ha sbandierato araldi di libertà più di ogni altro valore? Quella libertà compensativa di ogni chimera, di quei desideri tenuti per secoli celati da moralismi – forse eccessivi – divenuti sfrenati, una libertà senza etica? Il tempo del coronavirus sta rallentando e bloccando il delirio dell’onnipotenza umana? Domande a cui ognuno di noi dovrebbe scandagliare nel proprio intimo cercando delle risposte, magari avendo nelle pupille lo scenario di quei camion ermetici portatori di bare. Naufragi. Questo ora siamo. Il lillipuziano ha chiuso scuole e luoghi di cultura, ha incenerito la movida, sfregiato abbracci e baci, murato anziani e bambini, tolto il sapore delle passeggiate al risveglio della natura, sotterrato progetti, escluso i volontari, danneggiato quell’ordinario sociale che ci faceva sentire onnipotenti, spargitori di lamentele e aggressivi. Come un’onda improvvisa, carica di flutti oceanici o di fango alluvionale si è fatto onore e ha creato vuoti incolmabili, vuoti di cui dovremmo chiedere perdono. L’invisibile ha serrato le porte dei templi, chiuso le imposte alla casa di Dio – di qualunque Dio -, ci ha lasciati tramortiti dinanzi a quelle porte chiuse divenute un tutt’uno con i muri; non c’è possibilità di nessun cunicolo, di nessun spiraglio per poter riposare tra le pareti rassicuranti di una chiesa tra ceri ed incensi. Tutto questo sarebbe ancora perdonabile, ma non può esserlo la mancanza della presenza. Fino a ieri ci siamo beati sotto la tenda della misericordia, le abbiamo dedicato anche un anno giubilare, quanti di noi si sono sentiti sicuri sotto al motto : la carità copre una moltitudine di peccati. E così ci siamo sentiti come il giusto del Sl 5 :“ Perché Tu o Signore benedirai il giusto, come scudo lo circonderai con il tuo favore”. Ma è arrivato, lui, il microbo dai fiori rossi e la misericordia ha dovuto cedere il passo, e quelle bare che sfilano portandosi via coloro che amiamo diventano il simbolo dell’impotenza della presenza. Ma non sono solo feretri, dentro alla loro pancia ci sono uomini e donne morti tra volti anonimi mascherati da grandi occhiali e visiere, toccati da guanti impermeabili, nessuno di quanti li hanno amati ha potuto posare lo sguardo quando ancora possedevano il respiro di vita, l’aria necessaria perché gli alveoli polmonari si espandessero. Morti soli. Sui loro volti nessun sacerdote ha lasciato una goccia di quell’olio che la Maddalena recava con sé: il profumo prezioso per il suo Signore; nessuno ha potuto raccogliere nel palmo della mano le lacrime di un addio imprevisto tanto dolente quanto quello di Maria sotto alla croce. Di questo dovremo chiedere perdono. Per non aver potuto dare pietà, per non esserci stati in una notte senza tempo.

    “ Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspirava una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale…ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta, ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio, né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva….un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però di insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse : – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete. – Così dicendo aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così….la madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restare sempre insieme. Prega intanto per noi” (da i Promessi Sposi, cap XXXIV, Alessandro Manzoni)

    La nostra onnipotenza, sta qua, nelle parole della madre di Cecilia, nel saper vestire di un abito bianco, nel coprire con un velo, ma soprattutto, per quanto ci è concesso di essere “cura” con gesti e parole che ognuno di noi conosce per poter essere “sacerdoti” di consolazione. In attesa che semi nuovi fioriscano nei campi arati, perché nulla vada perduto.

    Milena Simonotti

  19. Condivido largamente l’acuta riflessione dell’amico Orlando Franceschelli, tranne l’idea (comunque da non scartare a priori) del flashmob. Quello che ci vorrebbe, a mio avviso, è un vero dibattito pubblico aperto alla voce dei filosofi e non solo egemonizzato dalla “tirannia degli esperti”, come la chiamava Feyerabend…
    Per il mio punto di vista sull’emergenza virus, vedi il mio post su FB
    (COMUNITA’, IMMUNITA’, VIRUS. NOTE DI BIOPOLITICA):
    https://www.facebook.com/luigi.capitano.399/posts/511313849823448

  20. Grazie a Orlando,
    torno a riflettere sulla natura e l’uomo. Tendo a considerare la natura un luogo poco ospitale, basti pensare ai luoghi inabitabili della Terra e ancor più guardare al di sopra di noi, ai corpi celesti. Difficile pensare che l’uomo possa sopravvivere ai mutamenti dell’ecosistema terrestre, che verranno comunque, qualsiasi cosa saremo capaci di fare: è durato un bel po’, è stato bello, ma la Terra era un inferno prima e tornerà ad esserlo.
    Dunque possiamo puntare solo sulla capacità di adattamento che ogni vivente ha, dai virus a noi: siamo vivi perché possiamo mutare, anche se fatti di materia come la natura inanimata.
    No, non vi sono nemici in natura, il nemico di sempre – quello contro cui lottiamo – è semmai il Fato, la sorte. La sorte è quello che capita inaspettato, il Caso, l’altro del Logos, del progetto, dell’ordine.
    Lo so siamo un po’ comici nell’ostinato perseguimento dei nostri progetti, spesso irrealizzati: le formiche che fanno tutta quella fatica per portare in tana una mollica, che continua a rotolare per la discesa.
    Eppure, continuiamo a spingere. C’è una bella riflessione di Adriano Sofri su Macchiavelli e la Fortuna, che prende spunto dal famoso affresco di Vasari).
    La Virtù dell’uomo deve prendere per i capelli la Fortuna, che altrimenti se ne va dove soffia il vento; ma anche così, anche se da parte nostra non facciamo alcun errore, abbiamo un 50 % di possibilità di cavarcela; si tenga presente che Macchiavelli parlava proprio di catastrofi naturali: “assomiglio [la Fortuna] a uno di que’ fiumi rovinosi, che, quando s’adirano, allagano e’ piani, ruinano i piani e gli edifizi… ciascuno fugge loro dianzi” (Adriano Sofri, Macchiavelli, Tupac e la Principessa, Palermo, Sellerio, 2013, p. 27).
    In altre parole, il nostro confronto con la Natura è uno scontro alla pari, è un fair game, e non possiamo chiedere di più di questo.

  21. Grazie Orlando per la tua riflessione, preziosa come sempre e forse oggi ancora di più.
    Per il tuo linguaggio, per la tua postura mentale, per il tuo pensiero.
    Lasciandomi sfuggire un termine militare, poiché questa nefasta metafora della guerra non ci abbandona, in questi tempi difficili sono in prima fila per il mio lavoro di medico . Anch’esso sta cambiando e cambierà, non tutto tornerà come prima.
    Per ora ti dico solo che sto osservando questa epidemia come uno specchio individuale e collettivo. Quello che si riflette sulla sua superficie un po’ mi preoccupa, molto mi rattrista.
    Non mi sento oggi di descrivere quello che vedo, preferisco che passi del tempo e la superficie assuma una forma ( piana-razionale; concava-.egocentrica o interiorizzante; convessa-sociale o metafisica) che mi permetta di mettere a fuoco una o due o meglio ancora tre immagini simboliche.
    Ti abbraccio virtualmente, Italo

  22. Dalla società del rischio alla società della cura. Una nuova idea della cittadinanza.
    Luisella Battaglia
    La nostra potrebbe essere definita come una società del rischio, nel duplice senso che lo produce e se ne difende. Le paure economiche e le discriminazioni sociali, le violenze politiche e le derive tecnologiche, i cataclismi naturali e le minacce criminali finiscono spesso per sovrapporsi e confondersi, amplificandosi a vicenda e generando angoscia e panico. Società ‘stress-integrate’- per riprendere l’espressione del filosofo Peter Sloterdijk in Stress e libertà – dominate da parole come ‘allarme’ e ‘allerta’ che ci mostrano quanto sia pervasiva la paura nei nostri discorsi quotidiani.
    Si tratta, certo, di paure non direttamente collegate le une alle altre ma che così finiscono per apparirci nella vita quotidiana, specie a causa dei media che evocano, senza soluzione di continuità, il rischio di un cataclisma, un attentato terroristico, l’aumento della disoccupazione, la strage inspiegabile di un pazzo e, oggi, l’epidemia del coronavirus, quella che è stata definita la prima emergenza globale che vive il mondo dopo la rivoluzione digitale.
    Realtà indipendenti ed eterogenee, senza dubbio, che tuttavia si compattano grazie a un meccanismo che insieme le amplifica e le semplifica, dando luogo ad un’unica paura globale, diffusa e indistinta che finisce per costituire lo sfondo permanente delle nostre vite. E’ questo un elemento nuovo, ben analizzato da Marc Augé ne Le nuove paure. Nel passato, a suo avviso, le paure erano più isolate, definibili e locali, pur se non mancavano le ‘grandi paure’ che erano tuttavia legate a fattori e contesti ben precisi, oppure erano più universali, come, ad esempio, la paura della morte. Nel passato, inoltre, non si sapeva nulla di ciò che accadeva lontano da noi, mentre oggi siamo informati in tempo reale di tutto quello che accade in ogni angolo del pianeta: la distanza spazio- temporale è annullata. Di conseguenza, tutto quello che accade lontano ci riguarda e ci terrorizza come se fosse vicino: il sistema dell’informazione crea una forma di paura nuova, insieme più sfuggente e più astratta, quindi più difficile da combattere. Le nuove inquietudini planetarie – dalle catastrofi nucleari alle pandemie -sembrano in certo modo configurarsi come la dimensione oscura e minacciosa della globalizzazione, dominate dall’idea che ciò che riguarda gli uni finirà prima o poi per coinvolgere tutti gli altri. La paura è dunque ridiscesa in terra e si è generalizzata ma il vero elemento di novità, su cui la bioetica è chiamata a riflettere, è che essa riguarda oggi, soprattutto, anziché la morte, come nel passato, la vita stessa. In che senso? Gli allarmi ecologici e sanitari generano un’angoscia quotidiana e immediata che occupa tutto il nostro orizzonte, impedendoci di proiettarci oltre il presente e di guardare al domani come un orizzonte su cui operare, elaborando una riflessione in grado di fronteggiare e di rispondere positivamente alle nuove sfide. Schiacciati dalla paura, paralizzati dal timore delle catastrofi incombenti, avvertite come ineluttabili e inarrestabili, non ci sentiamo in grado di fare qualcosa per difenderci né tanto meno per prevenirle, intervenendo sulle problematiche che le alimentano. La crescente sensazione di impotenza può dunque considerarsi uno degli elementi costitutivi delle nuove paure, una sensazione che genera un fatalismo destinato a produrre battaglie solo difensive.
    Il timore fa dunque parte del nostro paesaggio quotidiano, modifica le nostre vite e i nostri comportamenti: dobbiamo adattarci, convivere con esso o è possibile districare il groviglio delle paure che ci attanagliano e sfuggono al controllo della ragione, ad esempio isolandole e analizzandole singolarmente? Non ci resta che rassegnarci ad una vita mutilata o potremmo cercare di disfarci delle paure, smontandone i meccanismi? Esiste una via per superare la posizione di passività nei confronti della realtà adottando un atteggiamento attivo? A parere di Augé, la conoscenza può trasformare l’angoscia in curiosità: l’educazione e l’istruzione possono dunque aiutarci. Se è vero, inoltre, che la paura produce regressione, essa potrebbe anche diventare un fattore di progresso dato che, una volta superata la paralisi dell’inazione, ci spinge a cercare soluzioni per andare avanti.
    Sembrerebbe ispirarsi a questa visione la strada imboccata dal nostro governo sia nel suo concedere una delega amplissima alla comunità scientifica, a cui si affida in larga parte la responsabilità di tutelare la salute pubblica gestendo una crisi di portata epocale, sia nell’appellarsi a un patto di cittadinanza, a un ‘dovere della fiducia’ cui tutti saremmo chiamati. Una transizione – si direbbe – per riprendere il titolo di un saggio di Joan Tronto “Dal rischio alla cura”, ovvero da una società del rischio ad una società che pare riscoprire un valore cruciale dell’etica, il “prendersi cura”. Una categoria che sembrava relegata a situazioni limitate ma che improvvisamente si pone al centro della vita di milioni di persone.
    Come spiegare tale complessa transizione? Mi è tornata alla mente una riflessione della filosofa Judih Butler in Vite precarie – una raccolta di saggi scritti dopo la tragedia delle Twin Towers – circa la “possibilità di trovare un fondamento di comunità” a partire dalla condizione di vulnerabilità. A suo avviso, riconoscere di essere vulnerabili significa uscire da una prospettiva individualistica per accedere a una visione relazionale capace di recuperare il legame di responsabilità collettiva per la vita l’uno dell’altro. Oggi la minaccia incombente di un pericolo che ci coinvolge tutti, l’esposizione a un rischio da cui nessuno può sentirsi esente, può contribuire a rafforzare la percezione della nostra costitutiva fragilità: un sentimento nuovo per una società che si pensava invulnerabile, potenzialmente in grado di controllare tutto. Ecco che l’attenzione può divenire elemento etico fondamentale del prendersi cura e generare effetti costruttivi: solidarietà, empatia, l’aprirsi al vissuto delle persone col loro carico di sofferenze. E’ all’origine, certamente, della dedizione, talora eroica, di cui stanno dando prova medici, operatori sanitari che testimoniano coraggiosamente virtù legate alla professione medica – che rischiavano di essere dimenticate o trascurate nella crescente burocratizzazione dell’azienda sanitaria – ma anche della solidarietà espressa dai piccoli gesti quotidiani di chi sente di far parte di una società in cui gli individui si prendono cura gli uni degli altri. Una capacità che dovremmo riconoscere come elemento costitutivo della nostra umanità.
    Ma in che senso si può parlare di una società della cura?
    L’esperienza soggettiva della paura – centrale nelle diverse analisi relative alla società del rischio – non è infatti un semplice problema psicologico ma investe istituzioni, come lo stato-nazione, che non risultano più in grado di rispondere a inedite sfide. Da qui il sentimento di una ‘irresponsabilità organizzata’ che nasce dalla crescente consapevolezza dell’impossibilità di padroneggiare ciò che ci minaccia, ma insieme testimonia il bisogno di reinventare la politica per confrontarci sui nuovi grandi temi – dall’ecologia alla biogenetica – che trascendono per la loro globalità e complessità gli stati e che essi non sono manifestamente in grado di governare. Per questo solo una politica profondamente ripensata potrà affrontare le ‘nuove paure’.
    La cura è sempre stata, e sempre sarà, una parte fondamentale della vita umana ma – ricorda Tronto – gli studiosi di scienze sociali hanno di rado accordato attenzione ad un tipo di attività considerato – a partire dalla “Politica” di Aristotele – ‘privato’, piuttosto che ‘pubblico’ e, quindi, ritenuto di importanza marginale. Quello che si potrebbe chiamare il ‘paradosso della cura’ è che essa–pur rivestendo un ruolo essenziale nella società umana (è un’opera che sostiene la vita) –viene considerata come una parte secondaria dell’esistenza: le sue pratiche sono svalutate, se non ignorate.
    Richiamare l’attenzione su tale valore potrebbe consentirci sia di guadagnare una prospettiva critica sulla nostra cultura–ponendo, ad esempio, quesiti circa lo spazio e l’adeguatezza del caring nella società in cui viviamo–sia di pervenire a un profondo ripensamento della vita morale e politica che
    non implica affatto la sconfessione o il ripudio delle nostre tradizioni liberali e pluralistiche.
    Nella sua configurazione di una società della cura Tronto insiste fortemente sul fatto che non si tratta di riconoscere nella cura un valore esclusivo del mondo vitale delle donne ma occorre piuttosto rivendicarlo come centrale nella vita umana e riconoscerlo come elemento costitutivo della nostra umanità. e riflettere sul fatto che esso può mettere in questione la stessa struttura normativa su cui è fondata la nostra società e rimodellarne di conseguenza le istituzioni
    Se la cura è una maniera di descrivere e pensare il potere politico, lo è certo in una maniera radicalmente alternativa rispetto al modello rappresentato dalla ‘società del rischio’ che, essendo fondata sulla paura, cerca di elaborare risposte capaci di contrastare gli effetti negativi della modernizzazione attraverso le modalità tradizionali del dominio e del controllo. In tal senso, la società del rischio rappresenterebbe un modello politico vecchio, sia per il suo richiamo alle tradizionali parole d’ordine del dominio e del controllo, sia per il suo accentuato individualismo. Un modello che appare palesemente inadeguato, ove si consideri che l’appello alla responsabilità individuale e personale risulta insufficiente in relazione alla novità delle sfide da fronteggiare. Non solo. Il richiamo costante alla paura, alimentando un sentimento di insicurezza, da un lato rafforzerebbe la tendenza alla stigmatizzazione – una cui tipica manifestazione è l’individuazione di persone o categorie ‘a rischio’ da marginalizzare se non da escludere -, dall’altro, generando un senso crescente di impotenza, comporterebbe un serio rischio di regressione democratica, provocando una sorta di ‘infantilizzazione’ dei cittadini che attendono da uno ‘stato- provvidenza’ paternalista la soluzione ai problemi che li minacciano.
    Un esempio? La decretazione d’urgenza che stiamo vivendo, a causa della conclamata pandemia, ci mostra l’intreccio sempre più forte tra politica e vita biologica, un intreccio che può assumere caratteri inquietanti – e di questi si occupa diffusamente in particolare la biopolitica – per la spinta crescente verso stati d’eccezione che potrebbero mettere a rischio i nostri diritti di libertà, omologando le procedure di stati democratici a quelle di stati autoritari. E tuttavia, la stessa severità di talune decisioni per cui, ad esempio, i gesti più minuti della nostra quotidianità sono sottratti alla sfera privata e tendono ad assumere loro malgrado un rilievo pubblico, può contribuire a rafforzare un sentimento della comunità, un’idea di appartenenza che sembra confluire in una sorta di patto di cittadinanza. “Aiutiamoci l’un l’altro”, “insieme ce la faremo” sono solo slogan consolatori o esprimono una nuova consapevolezza, portando alla luce quella che potremmo chiamare la radice virtuosa della democrazia? Forse l’educazione alla cittadinanza di cui abbiamo tanto parlato, senza mai riuscire a darne una convincente definizione, potrebbe cominciare proprio da qui.

  23. Mi affaccio da estraneo a questo consesso filosofico in quanto “amico” di Orlando, che stimo da e in quanto cristiano. L’ho invitato più volte presso “Città di Dio” Associazione ecumenica di cultura religiosa, in prov. di Novara (www.cittadidio.it). Aggiungo alcune considerazioni che lascio “per pensare”.

    Il flagello che ci colpisce in questo 2020, si dice, cambierà il nostro vivere? Lo farà se sarà accompagnato dalla capacità di riflettere nuovamente su noi stessi e di elaborare visioni di senso che non fuggano in anacronistici sentieri, per paura delle nuove domande, e in radicalismi elitari che alla fine dividono tra presunti sapienti e ignoranti, forti e deboli.
    Piuttosto, si tratta di dar voce a quelle reazioni filosofiche – qui mi occupo di queste, non solo emotive, non solo pragmatiche – che riportano al domandare, all’arché, al fondamento ritenuto, forse superficialmente in-fondato da molto pensiero contemporaneo. Aggiungerei, dal mio punto di vista, che si tratta di dare voce e di intrecciare con le prime (mai del resto assolutamente escludentisi) anche quelle reazioni teologiche, religiose, in senso ampio, che attraversano la nostra cultura, e che non possono essere ritenute (nemmeno da chi si professa legittimamente non credente) marginali. Nel senso, quasi, che si tratti di un mondo a sé, di lucubrazioni personali che nulla hanno a che vedere con il comune “laico” sentire.
    La riconosciuta plausibilità di un pensiero credente e non credente, invece, non divide né separa i recinti, ma deve “dare a pensare”, deve incoraggiare e, anzi, suscitare, l’ardente desiderio di confronto tra le molteplici sapienze, in spirito di accogliente relatività, non relativismo.
    Certamente, siamo oggi posti davanti alla natura, siamo ricondotti a questa madre e nutrice e, come si vede, matrigna e assassina. Siamo riportati ad essa nel tempo innaturale del dominio tecnologico e dei suoi impatti: non sappiamo ancora quale di questi abbia contribuito a generare il virus. Questo non è un cattivo, un mostro, in attesa di saltare addosso alla sua vittima. È lì, nasce e muore come tutto, compie il suo fine, vive come natura nell’ordine e nel disordine delle cose. È bene non soggettivizzare troppo la natura (lascio la minuscola), rendendola capace di intenzionalità (di “vendetta”). La natura “fa il suo corso”, procede come da miliardi di anni nel suo processo. Davanti ad essa c’è la nostra soggettività di umani, di sapiens, particolare espressione naturale che si qualifica per una cosciente intenzionalità, di domanda e di azione.
    Per questo filosofiamo, per questo crediamo. Per questo la natura rimane per alcuni un fatto e per altri una creazione. Vorrei però sostenere come che, per tutti, essa non possa non darsi alla coscienza come un dono e compito. Il mio grande maestro, Giannino Piana (filosofo e teologo morale), me l’ha impresso. Sia che ritenga la natura provenire da un gesto inspiegato e insondabile che diciamo creazione, che presuppone un’Origine e un Originante, sia che ritenga che essa venga dal fondo misterioso, e non ancora sondato del tutto, della natura stessa, mi pare – ed questo un punto sul quale occorrerebbe trovare un nuovo consenso e linguaggio – che si possa declinare opportunamente nel duplice volto ricordato.
    Dono: perché comunque ci precede e ne entriamo a far parte. Dono perché non può darsi che il viverla sia in sé riconducibile ad una violenza, ad una malvagità, ad una perdita. La vita è forse “inutile” per qualcuno, ma è, non è nulla. Può divenire nella percezione soggettiva senza senso, mortificata, fino all’estrema sofferenza, ma può divenire vuoto e inutilità? Qoèlet, il saggio biblico del III sec. a.e.v., parla di hebel, vuoto, soffio, tradotto malamente con “vanità” (“Vanità delle vanità, tutto è vanità”). Contiene certo una deriva verso l’inconsistenza, ma più opportunamente segnala un’incompiutezza, come perenne attesa e ricerca di senso. In questa direzione, l’altra accezione ricordata.
    Impegno: perché è l’impegno del sapiens a dare corpo a quel compimento. Lo realizziamo nel porci in relazione con la natura, con la vita. Perché il senso non è lì davanti a noi, solo da assumere, da dedurre. Certo la natura è, in quel essere dono, anche un “dato”, una datità, una oggettività che possiamo conoscere e comprendere. Ma il dato non dice tutto, dice la partenza, offre la consistenza dalla quale colorare le nostre relazioni con esso, facendole proprie, plasmandole, nutrendole, rendendole – paradossale ma non troppo sorte del linguaggio – “creative”. Espressioni molteplici di quella Cura che, in vario modo, dall’agire scientifico (medico, in questo tempo), all’artistico, all’esercizio del pensiero, al gesto umile dell’affidamento e della preghiera, colora il quotidiano impegno d’esistere. Flash mob.

    21.3.2020, primo giorno di primavera, quaresima.

  24. Ho recentemente letto l’interessante flashmob filosofico di Orlando Franceschelli al quale ho comunicato la mia totale concordanza di vedute inviandogli questa mia modesta risposta da non filosofo.
    “Ciao Orlando, ho appena letto con molta attenzione il tuo interessante flashmob filosofico, e come sempre hai colto nel segno nell’ammonire con forza la società umana a ripensare criticamente la strada intrapresa su cui sembra definitivamente avviata. La soluzione del “sapere-saggezza” , che da buon filosofo suggerisci per non tornare al modus vivendi antiepidemia, è senz’altro quella giusta, ma come può trovare accoglimento in una società in cui il “dio denaro” , come papa Francesco l’ha definito, regna sovrano? Chi può stimolare la ricerca di quel sapere-saggezza di cui parli? Secondo me la scuola, su questo fronte, dovrebbe essere schierata in prima linea per infondere nelle future generazioni quella necessaria consapevolezza a intraprendere una profonda revisione critica dei propri comportamenti. A tale proposito , in mancanza di cambiamenti sostanziali, torna utile ricordare, come fatto recentemente da una famosa virologa italiana di cui non ricordo il nome, il parallelo tra il virus-bovino che in passato si trasmetteva solo tra i bovini e che successivamente con l’addomesticamento di questi animali passò all’uomo prendendo il nome di morbillo, e il coronavirus che sviluppatosi inizialmente tra gli animali di un piccolo villaggio si è successivamente trasmesso anche ai suoi abitanti data la stretta coabitazione di costoro con quegli animali. La globalizzazione delle relazioni con il resto del mondo ha reso poi una pandemia quella che poteva essere, se prontamente circoscritta, una contaminazione solo locale che in breve tempo avrebbe portato all’estinzione del virus. Caro Orlando, non ci resta che auspicare che l’odierna esperienza pandemica induca i governanti delle nazioni, e insieme ad essi tutti noi, a intraprendere quella autentica riflessione filosofica che accoratamente nel tuo flashmob richiami”.
    Aggiungo solo alla risposta data a Franceschelli che ormai è sempre più chiaro che da questa pandemia ,in cui si è trasformato quel piccolo incidente locale da cui è nata, se ne può uscire solo con una più radicale cooperazione dell’Europa, perché la tragedia che ha colpito i vari Stati non è un problema dei singoli Stati membri, (il virus non conosce confini) bensì riguarda l’intera Europa. Ora più che mai l’Europa è chiamata a ripensare i fondamenti sui quali è costruita, soprattutto sul fronte sanitario. E’ sicuramente paradossale dirlo, ma grazie al coronavirus sembra che si stiano sbloccando più finanziamenti da destinare alla ricerca medica per arrivare alla messa a punto di un vaccino. Chissà se questa tragica vicenda porterà all’estinzione dei fautori dei no-vax , loro si che sono pericolosi non certo i vaccini che per fortuna ci sono e continueranno ad esserci. Che dire sul fronte economico? Riuscirà l’Europa, attraverso il cambiamento dei suoi fondamenti, indotto dal coronavirus, a sviluppare gli anticorpi per affrontare e risolvere le crisi economiche? Ce lo auguriamo tutti. Una via da seguire, se non l’unica, ci è stata indicata da Franceschelli.
    Angelo Fadda.

    1. Ringrazio Orlando Franceschelli per la sua opportuna riflessione. Sinceramente, non so se gli uomini – governanti e governati – trarranno da questo tempo degli insegnamenti capaci di durare nel tempo ma certamente, tornati alla vita consueta, resterà traccia del disagio, della paura e del dolore che stiamo attraversando. Resterà da vedere se questa traccia ci servirà per gonfiarci nella retorica (nella nostra attitudine al sermone e alle narrazioni ultime e definitive) oppure servirà per renderci un poco più umili e posati, e , rispetto alla vita politica, più lucidi, cioè meno manipolabili, sui temi della deregulation, delle privatizzazioni, dello Stato ridotto al minimo.

  25. Trascrivo pienamente questo testo di Franceschelli soprattutto quando scrive che questa crisi può tornare anche come opportunità di migliorare noi stessi. Siamo parte di un mondo meraviglioso e possiamo restare in esso a condizione di amarlo in modo responsabile. Occorre amore e dedizione continua verso la tutela del creato. L’uomo nella sua arroganza utilizza la natura piegandola e calpestandola come insegna Platone nella Repubblica. Noi umani siamo scissi dalla natura e forse questa epidemia sta cercando di insegnarci qualcosa, di farci uscire dall’EGOITA’.

  26. Carissimo Orlando,

    ho molto apprezzato la tua riflessione che, di questi tempi, mantiene alta la fiamma filosofica.

    Sembra invece che gli autorizzati a elaborare pensieri siano solo gli esperti del settore medico-sanitario, politico, e dipendiamo, forse rassegnati, dalle loro voci, purtroppo a volte cacofoniche.
    Semmai dobbiamo apprezzare di più quelli che stanno vivendo in trincea in silenzio, in mezzo alle barelle, con delle maschere soffocanti, che lasciano piaghe per il troppo tempo utilizzato…

    Questo è il momento di mostrare come un pensiero in profondità, fondante non solo sia opportuno ma anzi necessario.

    Siamo natura e quando la nostra arroganza tende a farci dimenticare ciò la natura, in un modo o in un altro, ci costringe a ritornare alla nostra condizione originaria, transeunte.
    Fra noi e una farfalla non è data differenza ontologica. Un virus fa parte della natura, così come un terremoto, ecc. come dici tu.
    So che questa è una tua battaglia che svolgi da anni, forse in solitaria, con grande modestia ma allo stesso con grande fermezza.
    Bisogna attivare una ‘resilienza educativa’ che, se ho inteso, consiste proprio nel cogliere l’aspetto filosofico della vicenda.
    Dobbiamo capire la natura (Euripide), senza tentare di sopraffarla, anche perché è inutile (Ovidio).

    Non ti nascondo che questa tua riflessione, assieme a quelle di Augusto (la preghiera, laica?, può essere una possibilità) e di Alberto (come è bella la dimensione che ci regala la sensazione di riscoprire il mondo, spogliato da ogni faccenda umana), mi rincuora assai. Significa che ancora l’atteggiamento filosofico, pur nei suoi legittimi orizzonti individuali, ha ancora da dire intorno all’essenziale.

    Personalmente essendo io un assoluto principiante (poter essere definito un filoso-fante, un fante della filosofia, già mi riempirebbe di piccolo orgoglio) le mie riflessioni mi conducono soprattutto al dopo-virus. Finirà, e poi? Come tu indichi: aumenterà la nostra consapevolezza critica?
    Io me lo auguro, anche se non mi faccio troppe illusioni. La stessa idea di Europa, che io ho amato tantissimo fino a pochi giorni fa, mi si sta frantumando davanti agli occhi.
    E inoltre: i giovani capiranno che l’effimero non è tutto?

    Nel mio piccolo vedo i miei alunni spaventati. Hanno bisogno di sentirsi avvolti in una dimensione di benessere e, finalmente e magicamente, sembra che la cultura assuma per loro un significato, per lo più affascinante, che apre orizzonti. La cultura non stordisce, come sembra avvenire a scuola, ma amplifica il desiderio di capire il mondo in cui siamo, a 360 gradi.
    Le videoconferenze che facciamo spero che abbiano il risultato principale di stabilire un’empatia che rimanda a quella solidarietà che tu auspichi nel ‘In nome del bene e del male’. Essere e sentirsi radicati nella natura, con tutto quello che ciò comporta, è l’orizzonte della felicità possibile. Contro l’infelicità di adesso.

    Ad maiora e un abbraccio!
    Salvatore

  27. Elio Rindone

    Ringrazio l’amico Orlando Franceschelli che ci ricorda, in questo particolare momento di crisi, l’attualità della pratica della filosofia intesa come ‘ricerca del sapere-saggezza’. Oggi più che mai sarebbe infatti conveniente, come suggerivano le grandi scuole dell’antichità, riservare uno spazio quotidiano alla meditazione filosofica. La saggezza, infatti, non si acquista in poco tempo ma grazie a un lun-go esercizio e ha normalmente bisogno di nutrirsi della lettura di testi che aiutino a vedere la realtà quale effettivamente è, strappandoci dalle banalità dell’opinione corrente.

    Leggere, poi, non significa sfogliare velocemente delle pagine per cercare informa-zioni sui più svariati argomenti o per conoscere le opinioni altrui ma rivedere le proprie scelte di vita alla luce di idee che possono anche metterle in questione. E non è facile, perché – come scrive un noto studioso del pensiero antico – “non sappiamo più leggere, ossia fermarci, liberarci dalle nostre preoccupazioni, ritor-nare a noi stessi, meditare con calma, ruminare, lasciare che i testi ci parlino. È un esercizio spirituale, uno dei più difficili. ” (P. Hadot, Eser-cizi spirituali e filosofia antica, Torino 2005, p 68).

    Fare filosofia –prosegue lo stesso autore – significa dunque “passare da uno stato di vita inautentica, oscurata dall’incoscienza, rosa dalla cura e dalle preoccupa-zioni, a uno stato di vita autentica, in cui l’uomo raggiunge la coscienza di sé, la visione esatta del mondo, la pace e la libertà interiori. […] Questa è la lezione del-la filosofia antica: un invito per ogni uomo a cambiare se stesso. La filosofia è conversione, trasformazione della maniera di essere e del modo di vivere, ricerca della saggezza, di un nuovo modo di essere al mondo che consiste nel prendere coscienza di sé come parte della Natura, come particella della Ragione universale” (ivi, p 32 e 166).

    Per fare filosofia non basta, dunque, meditare: occorre sforzarsi di assumere abi-tudini coerenti con le idee che cominciamo ad assimilare, perché – insegna Aristo-tele – “il giusto diviene tale col compiere azioni giuste e il temperante col compie-re azioni temperate: e senza compiere queste azioni nessuno avrà neppure la pro-spettiva di diventare buono. Ma i più non fanno queste cose, e rifugiandosi invece nella teoria credono di filosofare e che così diverranno uomini di valore; così fa-cendo assomigliano a quei malati che ascoltano, sì, attentamente i medici, ma non fanno nulla di quanto viene loro prescritto. Come, dunque, quelli non guariranno il loro corpo se si cureranno in questo modo, così questi la loro anima se faranno filosofia in questo modo” (Etica Nicomachea 1105b).

    Si tratta certo di un esercizio molto impegnativo, ma necessario se vogliamo esse-re padroni del nostro destino perché – ricorda Epitteto – “siamo da molto tempo abituati a fare il contrario di ciò che dovremmo fare, seguendo idee opposte a quelle corrette. Se dunque non cominceremo ad agire secondo le idee che ora ab-biamo fatto nostre, lasceremo gli altri arbitri delle nostre vite” (Epitteto, Diatribe II,9,14).

    Certo, sono pochi gli uomini che vogliono intraprendere questo cammino e molti quelli che non sono neanche in condizione di intraprenderlo: “come possono – prosegue ancora Hadot – raggiungere questa consapevolezza quei miliardi di uo-mini oppressi dalla miseria e dalla sofferenza? Essere filosofo non significa anche soffrire per questo isolamento, questo privilegio, questo lusso, e tenere sempre presente allo spirito questo dramma della condizione umana?” (ivi, p 196). Ma forse fare filosofia significa pure sentirsi responsabili di tale vasta parte di umani-tà.

  28. Caro Orlando il tuo pensiero è sempre molto elevato e mi chiedo quali e quante possano essere le occasioni per raccoglierlo. Questo è il tempo, mi dirai, per uscire dalla indifferenza e assumere una diversa posizione nel vivere. Possiamo augurarcelo ma temo che anche altri saranno gli effetti e la durata nel tempo.
    Due considerazioni : il definire questa lotta per sconfiggere o ridurre la portata del virus come una guerra indica in partenza un punto di vista che non osa andare oltre la logica della volontà di dominio. Ma anche non capire che la guerra ha un inizio dichiarato e anche una fine concordata tra le parti. Cosa non propriamente rispondente a quanto invece è in corso. E poi quale sarebbe l’intenzionalità di un virus nei confronti della specie umana?
    Al contrario mi pare che sia della specie umana la volontà di dominio del mondo naturale che in alcuni casi, troppi, si manifesta come distruzione e violenza di un ambiente nutriente.
    E qui ritorna il dilemma sulla concezione della natura. Madre natura è il femminile accogliente e nutriente e nei suoi confronti la volontà di dominio può agire violentemente. E’ la madre che gli uomini uccidono quando uccidono ogni singola donna, è la madre che gli uomini violentano quando violentano ogni singola donna, è la madre che gli uomini assoggettano nella potenza del mettere al mondo, di dare la vita come esperienza di donna.
    In questi giorni di chiusura nelle mura domestiche stanno aumentando le violenze sulle donne e la chiusura dei centri anti-violenza costituisce un limite anche alla possibilità di fuga. Mentre aumentano le violenze diminuiscono le denunce nei confronti dei violenti che hanno chiuso la porta di casa.
    Mi addolora tanto saper che in Cina maltrattamenti e violenze sono triplicate nei giorni di quarantena.
    Quanto tu dici mio carissimo amico è una possibilità da individuare con un cambiamento sociale e con una critica al modello di sviluppo e alla ideologia del profitto e del mercato.
    Ti abbraccio, a distanza è possibile Giusi

  29. Carissimo Orlando,
    ho letto con la massima attenzione. Non c’è bisogno che ti dica che condivido al 100%, anche perché quello che dici, che è filosofia vera, è in fondo una presa d’atto di quello che chiunque potrebbe vedere se non portasse lenti deformanti di vario tipo. La filosofia è seria solo se fa ogni sforzo per mettere da parte i preconcetti e per tenersi ai fatti. La filosofia seria dice cose ovvie ma sono cose che nessuno vuole sentire perché le “superbe fole” e il bla bla filosofico piacciono di più della cruda realtà. Ho scritto due righe che ti allego qui appresso.

    Chi ha attraversato un periodo di guerra non è più lo stesso uomo di prima. Ogni guerra è inevitabilmente seguita da un dopoguerra, da una ricostruzione, dalla eliminazione delle macerie, e questo vale anche per le grandi calamità naturali: dopo l’evento tragico qualcosa cambia, ma poi, la storia ce lo insegna, molte delle cose che sembravano seppellite e superate dall’evento tragico, piano piano riemergono e le vecchie tentazioni cominciano di nuovo a farsi sentire. I periodi dopo-guerra o dopo-calamità sono significativi ma brevi, hanno anch’essi un valore relativo, se qualcosa ci è lecito sperare è che sia possibile rendere quei periodi più lunghi, col fine ultimo, quasi escatologico, di dare a quelle prese ci coscienza un valore imperituro.

    Uno dei presupposti capitali della buona politica è la capacità di prevedere. Molte cose sono prevedibili, in base allo stato attuale del pianeta, ma molte previsioni appaiono teoriche e inattuali finché non si concretizzano e allora matura una parziale resipiscenza e ci rendiamo conto che l’evento possibile, che avevamo mentalmente confinato in un futuro puramente ipotetico, è in realtà in atto e che non abbiamo i mezzi per correre efficacemente ai ripari. Purtroppo la dimensione economica del vivere sociale allontana da una percezione non deformata della natura e la riduce a fonte di risorse da sfruttare. Oggi, per le persone di buon senso, l’unica filosofia morale pensabile è quella della eco-sostenibilità, e proprio qui si manifesta la prossimità della filosofia alla scienza. La riflessione sulla natura è una riflessione quanto mai oggettiva e la sua finalità non è puramente teoretica ma implica un agire pratico, che ha un valore morale fondamentale. La riflessione sulla natura è sempre scientifico-filosofica. Esiste una sociologia e purtroppo anche una retorica dell’emergenza, ma bisognerebbe anche guardare lontano, bisognerebbe imparare davvero dagli errori fatti e riconoscersi parte di un mondo naturale estremamente grande e complesso che è in massima parte ben al di là dei nostri orizzonti. L’Umiltà delle scienze naturali, che non fanno miracoli ma avanzano passo dopo passo, dovrebbe allontanare dall’idea che l’economia è una scienza a sé, un mondo separato che ha le sue leggi che non si possono che accettare. La natura è sistema, è complessità, mostra l’infinita e strettissima correlazione di tutto ciò che la compone, in una logica che, se forzata, porta inevitabilmente conseguenze gravi, conseguenze certamente prevedibili e previste, delle quali si è scelto tuttavia di non tenere conto, nell’illusione che il nostro pianeta abbia la capacità di tollerare ogni insulto e ogni violenza.

    È durante la guerra che si deve pensare al dopoguerra, per evitare ogni improvvisazione e trarre il massimo vantaggio sociale dall’evento traumatico. È per questo che proprio in questi giorni si sente il bisogno di una resipiscenza collettiva, di una riflessione che trasformi l’evento negativo in lievito in grado di far fermentare tutta pasta.

    Antonio Cafarelli

  30. Caro Orlando,

    Grazie mille per la tua riflessione. Ho fatto la traduzione in portoghese del tuo testo qui in Brasile. Anche per noi la situazione è troppo difficile. Augurio di buona salute a tutte voi.

  31. Lo stimolo alla discussione presente nell’intervento di Orlando Franceschelli coglie la peculiarità di un vissuto quotidiano nel quale la resilienza gioca un ruolo di primo piano. Le forme che essa ha assunto negli ultimi tempi di isolamento da Covid19 vanno dalle canzoni cantate dai balconi ad un’ora prefissata del pomeriggio fino alla circolazione nei social di poesie che invitano a riflettere e a pensare a quelle domande che sono la base stessa della filosofia: chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? Appunto la filosofia alla quale fa continuo riferimento Franceschelli nel suo intervento. La sobrietà della riflessione filosofica può oggi giovare all’attivazione di un meccanismo di riscoperta di noi stessi come parte della natura a partire dal modo con cui oggi la natura si manifesta non per vendicarsi (la natura va intesa in modo darwiniano e non romantico) ma come ciò che è davanti a noi e di cui noi siamo parte; potremmo dire, con Leopardi, che siamo “appetto alla natura”. Penso che riscoprire noi stessi significhi prendere in considerazione i problemi reali con cui stiamo facendo i conti proprio in questi giorni e riproporli in una prospettiva che non può essere altro che quella della “nottata” che dovrà passare. Perché, passata la nottata, e per citare, sulla scia di Franceschelli, Gramsci, avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Propongo a seguire un’agenda di temi.

    L’art. 32 della nostra Carta Costituzionale, per quanto poco citato e ricordato, è oggi, non solo in teoria ma di fatto, al centro di quanto sta avvenendo nel nostro Paese. Grazie al rispetto di questo articolo e alla struttura sanitaria di cui è fornita l’Italia, siamo in grado di porre un argine all’emergenza epidemiologica che ci sta costringendo in casa. In specie lì dove nell’articolo della Costituzione si fa riferimento alla garanzia di “cure gratuite agli indigenti” balza agli occhi la differenza fra il nostro sistema sanitario e quello di altri Paesi troppo spesso presi a modello di efficienza e tempestività dimenticando che queste ultime sono garantite dal pagamento di pesanti tariffe in quanto quei sistemi sono privati. Ciò esige una rinnovata riflessione che, pur partendo dal momento attuale, abbia come suo riferimento il titolo V della Costituzione e una sua possibile, futura revisione.
    Legata a questa questione è quella dell’ambiente. I movimenti, soprattutto giovanili, che ultimamente si sono mossi nella prospettiva di una sensibilizzazione dell’opinione pubblica mondiale sull’urgenza del tema hanno ricevuto risposte parziali se non del tutto evasive da parte dei governanti. Tocca, quindi, ai governati muoversi. Dapprima in un’ottica di autosensibilizzazione, di presa di coscienza che, partendo da piccoli gruppi spontanei oppure organizzati, sappia intercettare la società civile per salire progressivamente lì dove le decisioni (spesso nel rispetto dei diktat internazionali piuttosto che delle esigenze di chi subisce la devastazione dell’ambiente, a partire dal mondo del lavoro) vengono assunte. Cito da un articolo apparso su Le Monde diplomatique: “… la nostra crescente vulnerabilità alle pandemie ha una causa (…) profonda: la distruzione sempre più veloce degli habitat. (…) La distruzione degli habitat minaccia di estinzione molte specie, tra cui piante medicinali e animali su cui la nostra farmacopea ha sempre fatto affidamento. (…) La distruzione di habitat agisce anche alterando il numero degli individui appartenenti a ciascuna specie, il che può aumentare il rischio di diffusione di un agente patogeno. (…) Come ha dichiarato l’epidemiologo Larry Brilliant, «i focolai di virus sono inevitabili, le epidemie no». Ma le epidemie ci saranno risparmiate solo se saremo tanto determinati a cambiare le nostre politiche quanto lo siamo stati a sconvolgere la natura e la vita animale”. È una questione ecologica, ossia di appartenenza dell’uomo alla natura e all’ecosistema, come faceva presente Franceschelli nel suo intervento.
    Per raggiungere questi obiettivi e creare una coscienza collettiva, ossia un “nuovo senso comune” che sappia cogliere nell’urgenza della soluzione dei problemi immediati la prospettiva di una nuova dimensione del vivere in comune, quello che Marx definiva “Das Kommunistische Wesen”, c’è bisogno di proiettarsi verso una nuova volontà collettiva che, una volta, era veicolata dall’opera dei partiti politici (uno in particolare), ma ora è carente a causa di assenza di discussione e di confronto e di incapacità di prendere decisioni. Per non voler usare parole per il gusto di usarle si tratta di parlare di socialismo con l’ambizione dei “nani sulle spalle dei giganti”, ossia tentare di trovare le strade che più possano avvicinare la democrazia, intesa come pedagogia della solidarietà, al socialismo, inteso come sistema economico-politico in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna si pongano soltanto come elemento di riflessione su una storia passata. Parlando di democrazia e socialismo bisogna avere ben presente l’attuale situazione dell’Europa la quale non si è costituita come organismo sovranazionale bensì come organismo nel quale alcune sovranità dominano tutte quante le altre dettando le condizioni la cui accettazione è precondizione per sedere al tavolo dei convitati. A questa Europa vogliamo contrapporre la voce dell’Europa dei subalterni, di quanti, come scriveva Gramsci, sono “ai margini della storia”. Un’Europa che, partendo dal basso, abbracci “un insieme assai vario di forze politiche e sociali di diversa ispirazione ideale. La tendenza prevalente in questo movimento così ampio e differenziato, è quella che spinge a ricercare la soluzione dei problemi della società di oggi lungo una strada che va verso il socialismo” (Berlinguer alla Conferenza dei partiti comunisti europei del 1976 in E. Berlinguer, La politica internazionale dei comunisti italiani, Editori Riuniti, Roma, 1976). Quindi i diritti, il loro rispetto e la loro salvaguardia; il lavoro; l’istruzione.
    Se ne può discutere sub specie filosofica, laicamente, al di fuori della politica intesa come potere, quindi intendendo la politica come discussione libera ed aperta nella polis?

    Lelio La Porta

    1. Sono uno studente del quarto anno del liceo scientifico e ho avuto recentemente il piacere di intervistare il professor Franceschelli su Karl Löwith per le pagine del giornale scolastico di cui sono direttore.
      Ho apprezzato enormemente l’ultima iniziativa del professore e condivido in pieno ogni aspetto del suo discorso. La situazione attuale rende evidente a tutti ciò che ostinatamente tendiamo a dimenticare o ignoriamo con colpevolezza: ”Nihil nisi ex natura” (È il motto di un altro grande filosofo, e forse posso dire amico, Sossio Giametta). Inevitabilmente a questo triste periodo seguirà un cambiamento profondo e sono fiducioso che questa crisi accelererà la coscienza critica di molti. Ne ho avuto prova proprio in questi giorni: mia madre, completamente vergine di filosofia, ha letto insieme a me il testo del professore riconoscendosi profondamente nelle sue riflessioni. Mi ha rivelato come l’attuale situazione stia segnando per lei un grande momento di rottura e come attraverso gli ultimi fatti si sia aperta ai suoi occhi una nuova prospettiva nel guardare all’esistenza dell’uomo nel mondo. Parole come quelle di mia madre costituiscono la chiara testimonianza della necessità di un naturalismo filosofico che non si tiri indietro di fronte alle sfide dell’interesse pubblico ma anzi sappia compiere la sua fondamentale missione pedagogica, ovvero l’educazione della collettività ad un nuovo atteggiamento nei confronti della natura. D’altronde, come dice giustamente il professore: “se non ora quando il cittadino-filosofo dovrebbe far sentire la sua presenza?”. Oggi ci sentiamo tutti più fragili e indifesi; in questa strana esperienza di angoscia collettiva, solo la natura può fornire una risposta al “nulla” che stiamo provando sulla nostra pelle riavvicinandoci alla saldezza, rassicurante e terribile (madre e matrigna) del nostro unico fondamento. Grazie professore.

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